
Giulio Bollati, editore fra i più importanti del ‘900, fondamentale nella casa editrice Einaudi dei suoi anni migliori, poi passato attraverso Il Saggiatore, Mondadori, poi di nuovo Einaudi e infine nella casa editrice che ancora oggi porta il suo nome assieme a quello di Boringhieri – intellettuale e non mercante, è stato fra le altre cose autore di un libro fondamentale L’italiano, Il carattere nazionale come storia e come invenzione necessario per chiunque volesse intraprendere una riflessione seria sull’identità del nostro paese e sull’immaginario a essa connesso.
Immaginario che passa attraverso la letteratura, come mostra chiaramente la silloge di scritti che compone L’invenzione dell’Italia moderna, degno complemento del saggio prima citato. Fra storia, politica, letteratura, Bollati si muove con agio fra Leopardi (prima di tutto), Manzoni, Alfieri, Verri, gli illuministi, i romantici.
Leopardi, si diceva; della cui severa, lucida diagnosi contenuta nel Discorso sugli italiani Bollati fu tra i primi interpreti seri. Da allora, una trentina d’anni fa, risulta impossibile fare a meno di quel libello capitale per affrontare qualsiasi pubblica discussione sull’antropologia nazionale. Anche qui il saggio più denso riguarda il nostro massimo filosofo moderno, autore della prima vera antologia italiana, La Crestomazia della prosa, che gli valse molte critiche negative, da parte di classicisti attardati e romantici a buon mercato che avrebbe in futuro ferocemente satireggiato. A Leopardi interessava far emergere un’idea di letteratura che fosse anche l’espressione di una lingua filosofica, solo viatico per una nozione non posticcia di modernità – sconvolgeva fra le altre cose la disinvolta indifferenza al Trecento e la valorizzazione inusitata di Galileo.
Il poeta-filosofo appare restio a rinunciare allo stigma nobiliare, ma la sua è una nobiltà che se disprezza l’universo di facili illusioni dei progressisti politici sedotti dalla tecnica ma mai stanchi di speranze provvidenzialistiche, va però declinata, va da sé, in un’accezione che nulla ha da spartire con l’ancien régime e guarda piuttosto a un’idealizzata antichità e insieme a una lucidità copernico-galileiana. Con i suoi contemporanei, lo capisce allora e per sempre, Leopardi non può avere nulla a che fare.
Quanto a Manzoni, viene letto alla luce fosca delle tragedie, dalle quali emerge – e la correzione consolatoria del romanzo è più apparente che reale – che dall’azione è insperabile alcun beneficio, chiusa com’è secondo lui nel regime della forza, che si impone o si subisce. Esempio palmare, quello della Rivoluzione francese, che la propria progressiva conformazione ai dogmi della morale cattolica non può non osteggiare. L’utilitarismo cui peraltro secondo l’autore dell’Adelchi obbedisce l’ideologia rivoluzionaria è inviso anche al Misogallo Alfieri, nonostante i propri letterari furori – o forse in discutibile virtù di essi, visto il mai modesto grado di retorica delle patrie lettere anche e di più nel loro tentativo di costruire il paese che non c’era? Lo sottolinea Alfonso Berardinelli nella prefazione: Bollati sapeva bene che se qualcosa è mancato all’Italia è stato prendere sul serio il seme dell’Illuminismo che pure qualcuno aveva piantato.
Michele Lupo