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Voi siete qui: Mondo » Lettera dallo Zambia: ecco com’è la giornata tipo zambiana

3 Giugno 2013

Lettera dallo Zambia: ecco com’è la giornata tipo zambiana

Settima lettera dallo Zambia.

Ho iniziato a scrivere la settima puntata di Zambia oltre un mese fa, così: “Questa mail arriva a breve distanza dall’ultima perché vuol essere una risposta alle tante che sono arrivate da voi: piuttosto che replicare a ciascuna faccio prima e faccio meglio a proseguire. Oltretutto sono in partenza per Mansa, un puntino a 800 km da Ndola, e so che non avrò tempo e modo di mandare notizie – me l’hanno già chiesto qui, se ci vado in bicicletta, mi dispiace ma vi han bruciato la battuta (e il migliore rimane mio padre, che ha rotto un silenzio stampa di tre mesi per dirmi: se incontri un leone pedala forte).Laggiù ci sono una casa-famiglia dell’associazione e una schiera di pupilli che beneficiano delle adozioni a distanza, le già citate ABA, che posso ufficialmente considerare la mia missione. Ecco, questa bozza è rimasta in sospeso e si è rivelata quanto mai profetica, perché nelle tre settimane di permanenza a Mansa l’idea di sedermi a scrivere non mi ha nemmeno sfiorata. Ora che sono sulla via del ritorno, costretta a dieci ore di immobilità sul postal-bus, ho tutto il tempo di farlo – così forse non presterò attenzione allo strappo che si allarga mentre mi allontano da ciò che ho trovato e che ora cercherò di spiegare con le parole, traducendo la sensazione di piena pace che potreste afferrare in un istante guardandomi negli occhi.
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Ho trovato una cittadina che è un incrocio di quattro strade asfaltate male lungo le quali si allineano grocery, backery, stationary, church, lodge, fuel station, bar senza elettricità e un solo night club, oltre alle tipiche attività commerciali fai-da-te: baracchette di legno che vendono verdura, talktime, dolciumi e tecnologia scadente, carwash improvvisati, aggiustatutto e robivecchi. Accanto a questi stanno spuntando i prodotti della nostra civiltà – sono sudafricani, ma è come se, e per ora si limitano a banca e supermercato.

Tutto intorno si allargano non i compound a cui Ndola mi aveva abituata, agglomerati di baracche con il tetto di lamiera, soffocati dall’immondizia, brulicanti di persone e di mercati, ma i villaggi contadini qui le strade sono sentieri, le case capanne con il tetto di paglia, le scuole piccoli edifici bianchi e azzurri disposti a ferro di cavallo, con la bandiera zambiana piantata nel mezzo. Qui i prodotti agricoli sono patata dolce, cassava e arachidi, perché puoi piantarli nell’ingrata terra rossa e poi dimenticartene, per raccoglierli dopo la stagione delle piogge – dove c’è acqua si coltiva qualcosa di più, ma la maggior parte delle famiglie mangia solo quel che cresce nel proprio piccolo campo, di cui si cucina tutto, anche le foglie. Qui ci si sveglia e si va a dormire con il sole, perché l’elettricità non esiste e il carbone del braciere costa troppo, nessuno lo userebbe per illuminare il buio vero del bus.
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Qui la poca acqua necessaria per cucinare e per lavarsi la vanno a prendere i bambini ai pozzi, e poi tornano a casa traballando sotto il peso dei recipienti in equilibrio sulla testa, mentre per avere del sale e un pezzo di sapone si va a lavorare la terra di chi tiene l’orto come seconda attività. Qui si indossa lo stesso vestito tutti i giorni e se ne tiene uno buono per andare in città, tanto lontana che, se si possiedono scarpe, si cammina scalzi per non consumarle. Nei villaggi ho visto la povertà vera, che non è non potersi permettere qualcosa, ma non avere nulla a disposizione; che non è l’impossibilità di cambiare il proprio modo di vivere, ma l’incapacità di immaginarne uno diverso.

E ho trovato una casa zambiana incastrata in una delle vie cittadine: ha il tetto di lamiera, ma una meravigliosa insaka in giardino; non ci sono lavatrice né acqua calda, ma una ba-mayo viene tutti i giorni a lavare i panni e a raccontare belle storie; c’è una stufa elettrica dove cucinare la pasta è un’utopia, ma sempre qualcosa di buono che sfrigola sul braciere fuori dalla porta; manca dello spazio vitale necessario a una famiglia di dieci persone, ma il tavolo, sulle sue dieci sedie, ne accoglie ogni giorno il doppio. Qui le giornate iniziano prima dell’alba: per avviare il motore di casa ci vogliono tempo e pazienza, strofinare il pavimento in ginocchio, andare a prendere l’acqua potabile alla fonte, spedire i bambini a scuola con l’uniforme per il verso giusto, e quando tutti sono fuori dalla porta si può iniziare a pensare al resto.

Qui le giornate finiscono tardissimo: dopo i compiti, dopo il bagno nella tinozza, dopo aver sgusciato le arachidi per il fissashi del giorno dopo e cotto le patate dolci per la colazione, dopo aver legato la piccola di casa sulla schiena per farla addormentare – solo quando tutti sono sotto la zanzariera, alcuni due per letto, allora Susan, mamma naturale di uno solo ma ba-mami di tutti, me compresa, mette il lucchetto alla porta nella casa-famiglia di Mansa.

Ho conosciuto una condivisione senza limiti e senza orari, ho imparato davvero a non considerare nulla di mia proprietà, né lo spazio, né il tempo, né il cibo, né il corpo, né il denaro, né l’amore, ma a mettere tutto a disposizione di chi non ha, di chi chiede, di chi sa ricevere e, soprattutto, ti permette di dare e ho trovato, finalmente, un senso nel mio lavoro qui. Ora so perché andiamo di scuola in scuola, lungo strade indegne e sotto un sole implacabile, e ci sediamo a parlare con insegnati e presidi; perché bussiamo alla porta (qui si chiede: odì?, e si risponde: kalibwu) di case e capanne, accolti come ospiti d’onore, e cerchiamo di convincere sull’importanza dell’istruzione; perché inseguiamo chi scappa fino a quando non riusciamo a leggere negli occhi perché ha smesso di studiare, cosa vuol fare del suo bambino, quali problemi ci sono in famiglia. Lo facciamo per quell’uno che ottiene i risutati migliori della classe, per quella che accede alla scuola di infermiera, per la vecchissima nonna che non ha più le forze di badare a quattro nipoti, per chi decide di tornare sui banchi anche se non ha più l’età, per chi trova un impiego e riesce a mantenere la schiera di fratelli minori, per loro che ogni giorno camminano una, due ore per raggiungere la scuola e quando tornano a casa lavano l’uniforme e lucidano le scarpe. Allora non importano la fatica di accettare tradizioni e abitudini incomprensibili, la rabbia che suscita chi non collabora, la frustrazione di procedere panono panono, zambian time.

Quando il lavoro quotidiano porta un frutto d’amore, tutto acquista un senso compiuto; quando si riesce a guardare alle tribolazioni come parte di un disegno grande e bello, quelle, semplicemente, svaniscono. Il segreto, ho capito, sta nel contare su forza e volontà che non devo pretendere di trovare in me sola, fragile come sono, e di puntare a un obiettivo che non abbia al suo centro me, piccola come sono, e i miei desideri, volatili come sono.

E ora che mi viene da piangere posso tornare a guardare fuori dal finestrino la pista dritta e deserta su cui stiamo viaggiando, che dal punto dove siamo sembra non avere inizio né fine, ma perdersi nella savana gialla e dall’immensa distesa d’acqua e ninfee della Luapula province. Non credo di essermi mai trovata immersa in un nulla come questo, tale non solo perché privo di segni di civiltà, variazioni di paesaggio e network, ma sopratutto perché nessuno sa che questa fetta di mondo esiste, che nel groviglio di vegetazione qualcuno vive una vita preistorica in capanne di canne di bambù, senza porsi problemi che vadano al di là di come soddisfare i bisogni elementari e posso tornare a preoccuparmi della guida folle dell’autista, che non considera come degli ostacoli i pochi camion che incrociamo o ci troviamo davanti e di sicuro non si è accorto che oltre ai sacchi della posta trasporta passeggeri. Ma se questa mail vi arriverà significa che sono arrivata sana e salva a Ndola, quindi mamma non preoccuparti inutilmente, ché nelle ultime tre settimane, in cui non hai capito mai dove fossi e per quale motivo, l’hai già fatto a sufficienza.

Vi stringo tutti in un abbraccio che è sempre più vivo, perché dentro ci sono le vite delle persone che incontro, e più brillante, perché saturato dalle tinte della terra, delle stoffe, dei mercati, e un po’ più grasso, perché la cucina zambiana è fondata sulla legge del fritto, e soprattutto più felice, più PACIFICATO, ogni giorno che passa.
Carlotta

– Indice delle lettere 

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