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Voi siete qui: Mondo » Lettera dallo Zambia: Carlotta ha voluto la bicicletta e ora pedala

15 Aprile 2013

Lettera dallo Zambia: Carlotta ha voluto la bicicletta e ora pedala

Sesta lettera di Carlotta dallo Zambia.

Prima di tutto: grazie a chi ha risposto alle precedenti puntate, grazie a chi scrive per chiedere di me e per raccontare di sé, grazie a chi negli ultimi giorni ha preteso aggiornamenti. Siete l’unico modo per mantenere un piede, o almeno un occhio, lì, nel mio mondo, perché qui perdersi è un attimo – bravi ché mi riacciuffate per i capelli e quindi: sono ricomparsa con l’istantanea della tarantola – che dopo esser stata immortalata è passata a miglior vita, perché va bene essere creature di Dio ma averla come coinquilina è troppo. Ora arrivano le notizie, in ordine di importanza.
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La prima, già quasi datata: ho comprato la bicicletta. La volevo da quando ho visto i contadini pedalare per la strada che dalla town porta dove abitiamo, e la volevo esattamente così, nera da uomo con i freni a bacchetta il sellino molleggiato il portapacchi solido l’astuccio con gli attrezzi attaccato al manubrio il campanello gigante i copertoni larghi, evidentemente pesantissima, sicuramente problematica. È stato l’acquisto più sudato della mia vita, non me la volevano assolutamente vendere.

Vorrei quella bicicletta, no non la misura grande, non riesco a mettere i piedi per terra, quella piccola – ma poi chi la porta a casa, la carichi in macchina? – che domanda è, la porto a casa io, pedalando – non può venirla a prendere tuo marito? Se prendi questa poi per lui è troppo piccola – non hai capito, io non voglio questa per riuscire a portarla fino a casa, ma perché è la MIA bicicletta, non di mio marito! – ma tu non sei capace di pedalare con questa qui, tu vuoi QUELLA LÌ! (indicando la misura più grande delle mountain bike da bambino, che mi arriva all’anca, sulla cui sella si vedono arrancare le donne più emancipate) – ma lo saprò cosa voglio! QUESTA tutta cromata vintage zambian style! – AUE! (che vuol dire NO!) impossibile! (e le persone intorno a noi, tutti uomini, che facevano l’eco, AUE! AUE!, per metà scandalizzati e per metà sghignazzando) questa serve per andare nei campi per caricare il carbone per trasportare la bamayo (la moglie) dietro sul portapacchi, non per la town! – Ma che town, io vivo in una farm!
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Ho pestato i piedi, ho sventolato le 450 kwacha sotto il naso del proprietario e con la ricevuta in pugno sono andata in magazzino ad aspettare che la montassero. Li guardavo armeggiare con la pedaliera, che cigolava ancor prima di passare dal via: ha iniziato a salirmi l’ansia. Ho chiesto che ingrassassero la catena, han risposto non abbiamo grasso; che mettessero la gomma dentro al cerchione per coprire gli spuntoni dei raggi, mi han guardata interrogativi: ho capito perché non ci sono ciclisti africani che corrono al Giro d’Italia. Per farla breve: sono arrivata a casa con entrambe le camere d’aria bucate, e per i successivi quattro giorni ha diluviato – una roba mai vista nonostante la piena stagione delle piogge, volevano farmi esorcizzare in sella. Poi è tornato il sereno, la creatura è stata presa in consegna dai ragazzi del progetto meccanica del cicetekelo, e ora fila che è un violino, ovviamente tenendo conto dei suoi limiti strutturali, e io la amo come tutte le biciclette della mia vita.

La seconda, in risposta a chi mi ha scritto “in Italia è Pasqua”: qui è stata doppiamente Pasqua – il motivo è lo stesso per cui, quando mi avete scritto “il papa si è dimesso”, qui lo sapevamo già: siamo in collegamento diretto con l’Altissimo. Vuoi perché il Signore preferisce stare in compagnia dei poveretti, che si lamentano meno e si accontentano di più, vuoi perché se i poveretti non si aggrappassero alla fede allora non rimarrebbe loro davvero nulla, vuoi perché gli edifici di culto sono più numerosi delle insaka, qui abbiamo fatto le cose per bene.

La domenica delle palme, che mi era sembrata una meravigliosa follia, è stata in realtà una modesta anticipazione: benedizione delle foglie di palma nel mezzo del compound di nkwazi, processione a ritmo di bonghi, strumenti a corde e urla da indiani, con gruppi di donne e bambine in abiti tradizionali che ballavano all’unisono, funzione di tre ore (cronometrate) nella chiesa di sant’Elizabeth. Quando i cori hanno intonato il canto di inizio messa è sparito tutto quel che avevo intorno: il caldo opprimente che filtrava dal tetto di lamiera; la penombra fastidiosa che le aperture ricavate nei muri di fango, più simili a piccionaie che a finestre, non riuscivano a rischiarare; il pianto dei bambini piccoli che le madri non volevano attaccare al seno. Non mi importava nemmeno che la funzione fosse in icibemba, letture e Vangelo compresi – sono stata totalmente rapita dal rito, uguale in tutto e per tutto a quello cui ho sempre assistito, eppure così estraneo.
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Uno su tutti, il momento dell’offertorio: prima viene passato di mano in mano il cesto per gli spiccioli, quindi inizia un’eterna sfilata di donne e uomini che portano all’altare il ben di Dio, uova latte sacchi di patate cavoli giganti pomodori galline tenute per le ali capre legate con la corda stoffe detersivo per lavare i panni, tutto per il prete – sempre a suo beneficio, è stata fatta un’arringa finale da parte del portavoce della comunità, che ha incitato i parrocchiani ad autotassarsi per comprare una macchina.Tutto questo era niente in confronto alla veglia pasquale del sabato sera (il venerdì santo ero di turno in cucina, e in ogni caso sentivo di non poter sostenere tre funzioni in tre giorni, per un totale di dieci/undici ore, peggio della maratona del Signore degli Anelli). Mi sono imbucata sullo schoolbus dei ragazzi del progetto cicetekelo, diretti al Franciscan Centre, alla loro prima uscita serale, alcuni con le scarpe buone e la cravatta, altri con gli occhiali da sole e la maglia dello Zambia, splendidi, io con un citenghe, la stoffa che le donne legano in vita a mo’ di gonna, comprato per l’occasione, a disegni blu su fondo giallo canarino.

Crepuscolo rosso fuoco che illuminava la chiesa – un edificio, questo, con tutti i crismi, completo di chiostro convento community school mission press -, ciascuno aveva una candela in mano, la prima è stata accesa con il cero pasquale e da quella tutte le altre, fino a quando le fiammelle non hanno riportato il giorno. Prima ora di letture, in inglese e in icibemba: dormivamo tutti. Poi i maestri del coro han battuto le mani, si sono accese le luci e le croci al neon, è esplosa la musica gospel, pronti che si balla, i bambini in piedi sulle panche, le bambuya con coreografie perfette, i ragazzi da scomunica, gli uomini fischiando con due dita in bocca – tre ore di puro delirio.

I cicetekelo’s guys sono usciti per ultimi, rappando l’Ave Maria con stile impeccabile, e il ritorno a casa è stato come nelle migliori gite di classe. Abbiamo cenato a mezzanotte in mensa, inshima e fagioli, siamo andati a letto ballando e ci siamo ritrovati poche ore dopo nella stessa sala, che tutte le domeniche diventa la nostra chiesa, grazie alla presenza esile e potente di padre Tiziano. Abbiamo fatto a modo nostro: funzione essenziale, niente offertorio per ovvi motivi, predica a cura dei ragazzi, canti doppi e balli di gruppo, alla fine gelato vaniglia e cioccolato per tutti – forse non vi ho mai raccontato che abbiamo un laboratorio di pasticceria… La sensazione dominante, come sempre, è stata quella di vivere qualcosa che da fuori sembra eccezionale, ma da dentro è così semplice, così GIUSTO, da lasciarmi spiazzata. E ci voleva che arrivasse Pasqua, la prima lontana da casa, per sentire un po’ di nostalgia – era ora, direbbe qualcuno di mia conoscenza.

E quindi la terza: il mio biglietto aereo è aperto per un anno e non, come credevo, per sei mesiquesto non significa che mi rivedrete l’11 di gennaio, ma che forse la mia presenza in terra africana si protrarrà più a lungo del previsto – no mamma, il criterio non è “quando avrò finito di fare quel che sto facendo”, altrimenti fate prima a raggiungermi voi, ma “quando sentirò che è tempo di tornare”, e sarà quando avrò gli occhi pieni, quando sarò andata a zonzo con lo zaino in spalla (non da sola spero, ma con il mio compagno di viaggio preferito…), quando il bisogno di lasciar decantare sarà più forte di quello di aggiungere ancora qualcosa.

Sto saltando a piè pari compleanni matrimoni anniversari, ma me ne rendo conto solo se mi concentro sugli 11.000 km che mi separano da casa – altrimenti qui è come vivere in una bolla spazio-temporale. È difficile rendersi conto che i giorni scorrono e i mesi cambiano: i nostri ritmi sono lenti e ripetitivi, gli orari si accordano con il sole (non c’è nemmeno l’ora legale, non avrebbe alcun senso in un luogo dove l’elettricità è un lusso), è difficile stendere un menù lungo sette giorni perché non esiste una tale varietà di alimenti. Questo tipo di vita è quanto di più essenziale io abbia mai sperimentato (qualcuno di mia conoscenza direbbe minimal), e ho una sola parola per descriverla: liberatoria.

Poi certo, non è sempre facile dividere lo spazio domestico con persone che non ho scelto, vedere un senso in ciò che faccio quotidianamente, star sotto il sole cocente senza il lago a portata di tuffo, limitare la mia fantasia ai fornelli, ché a casa il curry non piace a nessuno e nel copperbelt il pesce è un animale raro. Però sull’altro piatto della bilancia ci sono i sorrisi e le mani delle persone che popolano le mie giornate, e se siete mai stati immersi in una disperazione così, o sostenete Emergency, o guardate i documentari, o fate uno sforzo di immaginazione, allora sapete che è una frase retorica maledettamente vera.
Bene. Torno a tradurre i report delle ABA – la prossima volta vi aggiornerò sull’argomento, e includerò le istruzioni per adottare un fantolino a distanza, chi mi ama mi segua.Vi abbraccio strettissimamente.
Carlotta 

– Indice delle lettere inviate da Carlotta dallo Zambia

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