CARI TUTTI,
oggi sono tornata prima dai miei giri in bicicletta, ho trovato qualcun altro già ai fornelli e posso guardar morire il sole di questo inverno africano. È passato un mese dal mio ritorno da Mansa – Ndola mi ha nuovamente risucchiata, i giorni sono scivolati via senza che me ne rendessi conto e i miei progetti di trascorrere l’ultimo periodo nella Luapula Province sono rimasti tali. Quindi, invece di girare in bicicletta per i villaggi di capanne, pedalo tra le baracche dei compound.

Ho imparato ad orientarmi lungo le vie principali, ma qualcuno mi guida sempre nella parte più interna, labirinto di abitazioni identiche le une alle altre e contrassegnate da codici indecifrabili, mercati maleodoranti di birra in fermentazione e improvvisi spazi aperti dove i bambini giocano con la bola, la palla fatta di sacchetti di plastica e spago. I miei accompagnatori sono ora i ragazzi del programma ABA, di adozioni a distanza, che non fanno parte del progetto p, ma per i quali provvediamo solo al sostegno scolastico. Li ho conosciuti a febbraio, riuniti nella sala più grande della sede dell’associazione, ed erano solo un semicerchio di visi chiusi e nomi difficili da ricordare, una lista di scuole, un budget da dividere tra school fees, school requirements, shoes, uniforms.
All’epoca capivo poco di tutto, maneggiavo kwacha piena di apprensione per delle ricevute che non sapevo se sarebbero mai arrivate, compilavo richieste di assegni di cui ignoravo il luogo di destinazione. Poi mi sono raccapezzata: quali scuole per quali classi, chi frequenta la mattina e chi il pomeriggio, in quale ufficio dei blocchi amministrativi trovare l’insegnante che può riferire sulla frequenza, sui risultati, sui progressi dei pupilli. Poi sono andata più a fondo: ho imparato la strada per arrivare nei luoghi dove vivono, ho conosciuto le famiglie e le loro storie, sono stata invitata a condividere l’inshima e le preoccupazioni di quelli che, a quel punto, erano visi con fisionomia e carattere precisi la strada è stata tutta in salita, e lo è tuttora, perché non c’è nulla di facile nelle loro vite e pagare il necessario per la scuola basta solo per iniziare.

Come si fa ad imparare in una classe di cinquanta, come si fa a seguire una lezione in inglese se la lingua che parli quotidianamente è l’icibemba, come si fa ad essere regolarmente presenti in classe quando puoi contare solo suoi tuoi piedi, come si fa a studiare senza libri e con una madre che pretende da te, in primo luogo, le faccende domestiche a regola d’arte? Allora mi sono seduta accanto a loro, anche se sono bianca, anche se ho bisogno di un traduttore simultaneo, anche se tra le nostre culture c’è un abisso, e ho usato il mezzo che conosco meglio, la parola ho disegnato, parlando, un futuro possibile, da costruire a partire da adesso, panono panono ma con determinazione: impara l’inglese, completa in grade 12 con buoni risultati, trova un lavoro degno di questo nome e avrai una casa con elettricità e acqua corrente, e tua moglie non falcerà i fiori gialli alti il doppio di lei ai bordi delle strade, pagata a cottimo, e i tuoi bambini, a loro volta, potranno studiare – ho smesso solo quando ho visto i loro occhi vedere quella vita che è un sogno proibito, perché la paura di rimanere delusi è più forte della voglia di crederci.
E adesso me ne vado. Ora che hanno iniziato a fidarsi di una musungu che gira in bicicletta, ora che sono diventati (quasi) puntuali, ora che hanno promesso progressi, ora che sanno che se dico una cosa è quella, che con me devono parlare in inglese, che capisco se non hanno la ricevuta delle scarpe perché le comprano al mercato, dove costano meno, e usano il resto per portare a casa il mealy meal, ma che non accetto un’assenza come risultato dei test. Come tutti i ragazzi del mondo hanno bisogno di continuità per imparare, a loro volta, ad essere continui – io ho fatto del mio meglio, ma per soli sei mesi, e adesso me ne vado.
Da quando ho iniziato a scrivere questa mail il sole è tramontato e sorto due volte – è sabato sera e sono in veranda ad ascoltare la notte che diventa fredda, mentre all’Isola Comacina stanno per iniziare i fuochi d’artificio, e conloro l’estate. La prossima sarà la mia ultima settimana di lavoro, poi me me concederò una di vacanza, viaggiando un poco per lo Zambia e raccogliendo le idee, così da salire la scaletta dell’aereo con passo fermo.
Vi scriverò ancora, e sarà l’ultima puntata – almeno per questa volta.
Carlotta