Il mio viaggio di ritorno è iniziato. Sto facendo il giro largo, anche se non così tanto come avrei voluto. Mi sono lasciata alle spalle Ndola, casa di questi mesi volati via: conosco le albe e i tramonti, che si sono fatti più freddi e ravvicinati con l’arrivo dell’inverno, conosco le piogge e il secco, l’ordine dei quartieri benestanti e il disastro dei compound, quel che si coltiva e quel che si mangia, quel che viene importato e quello che manca.

Ho visto cambiare non solo le stagioni: lì stanno svendendo la terra tra la città e la campagna per costruire case che chissà se verranno mai ultimate; si progettano centri commerciali ad uso e consumo di musungu, sudafricani, cinesi, indiani e libanesi; il governo prevede l’apertura di nuove scuole per far fronte alle necessità di una popolazione lentamente avviata verso uno standard di vita migliore. Ma è un film già visto: tutto quel che c’è intorno non cambierà mai e l’immagine che meglio riflette Ndola è quella dei fuochi che punteggiano l’altopiano, enormi nel vento e nel buio della notte – fuochi di campi di mais ormai secco che vengono bruciati per preparare il terreno alla prossima semina, fuochi di spazzatura che non viene smaltita in nessun altro modo, fuochi di sterpaglie che lasceranno spazio alle nuove costruzioni.
E poi mi sono lasciata alle spalle una famiglia putativa decisamente numerosa, forse la più felicemente complicata della mia vita. Non mi riferisco solo alla casa di fraternità di Ndola, attorno al cui perno (Stefano seduto a capotavola, Gloria alla sua sinistra, il piccolo Gabriele senza una collocazione fissa) ruota un gruppo eterogeneo di visitatori, volontari e collaboratori, con cui ho condiviso preghiere e faccende domestiche, cene italiane e serate zambian style. Non mi riferisco solo alla casafamiglia di Mansa, così piccola, densa e stipata da non lasciare scampo, o soffochi o ti innamori. Mi riferisco a quelle e a tutte le altre porte che mi sono state aperte: penso ai membri della comunità Papa Giovanni XXIII, grazie ai quali ho conosciuto la vita zambiana al di fuori del compound e le tradizioni di festa e di lutto; penso agli educatori, sempre pronti al confronto con una musungu atipica, che lavora troppo ma usa la bicicletta e mangia inshima; penso ai ragazzi del cicetekelo che hanno riempito le mie giornate di sfide – pallavolo e calciobalilla, affetto incondizionato e intenti educativi, stare insieme sempre e rispettare la policy del progetto, e che mi hanno regalato sorrisi meravigliosi e lezioni di stile inimitabile – solo loro sanno essere cool con le infradito e le calze o le ciabatte di spugna degli alberghi, con i vestiti improbabili del container, con la montatura degli occhiali senza lenti, con gli zainetti dei power rangers; penso a quelli che decidono di tornare sulla strada, per ragioni che ora capiamo ma che non smetteranno mai di sconvolgerci, con cui gioco e parlo ai benzinai e alle stazioni degli autobus, con il cui chiodo fisso mi corico la sera; penso a Yvonne, miglior cuoca della città ed ex ragazza di strada, che a gennaio ci ha chiesto un prestito per iniziare un business casalingo e ora fa sedere clienti in cortile a tutte le ore, su sgabelli e tavoli zoppi, ma riserva quello sotto l’albero per me, porta una montagna di fisashi, che divido con i suoi bambini, e si indigna se voglio pagare.

Tutti loro hanno soddisfatto la mia sete di condivisione, la mia voglia di ascoltare storie, il mio bisogno di famiglia perché in fin dei conti è questo che sono venuta a cercare qui: una famiglia allargata su cui riversare tutto l’amore che io per prima, cippa fortunata, ho ricevuto. Forse ho semplicemente portato alle estreme conseguenze la frase che da sempre mi caratterizza, “non è giusto”, decidendo di svestire i panni dell’avvocato delle cause perse e di sfruttare la mia indole battagliera, rimasta intatta nonostante i ripetuti tentativi educativi, per uno scopo utile.
Ma non è questo il tempo per far luce sui perché, men che meno per tirare le somme – piuttosto, è tempo di rendermi conto che sto tornando e che tra pochi giorni non sarò più immersa nel tutto zambiano. Quindi ho salutato Ndola in anticipo e con dei compagni di viaggio musungu – Marie, mezza francese mezza italiana, coinquilina negli ultimi tre mesi; Martin, tedesco, insegnante di scuola comunitaria e compagno di bicicletta; Jerry, Phillippe e Nickolai, austriaci che hanno scelto il servizio civile qui – con loro ho preso la strada che va verso nord, di nuovo nella sterminata Luapula Province, a bordo di uno dei soliti autobus della speranza. Abbiamo viaggiato per 17 ore a velocità folle attraverso un buio freddo e senza confini; poi finalmente è stata l’alba e ci siamo ritrovati al di là dell’altopiano, in un posto dove fa sempre caldo uguale, che segna la frontiera tra Zambia e Tanzania ma sembra non appartenere a nessun paese di questo mondo: Mpulungu, sulle rive del lago Tanganika.
È una cittadina stile Mansa, forse più piccola perché la strada è una sola, senza quella che l’incrocia, sicuramente meno sviluppata ma con un potenziale notevole, che i soliti cinesi stanno cercando di sfruttare grazie ad una strada che non verrà mai ultimata perché le montagne sono troppe e troppo alte ci ha accolti lars, anche lui tedesco, anche lui volontario, che sta costruendo una community school ed è chiamato da tutti buga, ovvero zambiano con la pelle bianca ci siamo fermati in città il tempo necessario a perderci nel mercato, un groviglio di baracche sulla riva del lago dove le canoe scaricano pesce a mucchi e le donne lo vendono nei sacchi; a grigliare il più grosso che abbiamo trovato; a fare baldoria nel bar sull’acqua di un inglese con le basette bianche più larghe che abbia mai visto; ad andare a ballare nell’unico night club della città, una stanza minuscola con una porta dietro la quale attendono ragazzine troppo giovani e donne sciupate dalla miseria. Poi abbiamo preso una barca e siamo venuti qui: un lodge senza nome né posizione sulla carta dove si arriva solo via acqua, con un generatore che funziona solo quattro ore al giorno e le docce solo fredde, che se non sai che esiste non lo vedi, sette chalet persi tra palme e immense piante fiorite, un’insaka dove si mangia tutti allo stesso tavolo, una spiaggia con sedie di legno e un ombrellone di paglia abbiamo perso la concezione del tempo e ci siamo semplicemente fatti guidare nei villaggi di capanne dei pescatori sulla riva del lago, oltre la montagna su fino alla Kalambo Fall, la seconda cascata più alta dell’Africa, tra l’erba altissima della foce del Kalambo River, confine ufficiale con la Tanzania, popolata da coccodrilli e ippopotami – tutto questo a piedi o a bordo di barche di legno, perché non esistono strade né altri mezzi di trasporto. Per questo chi nasce qui non ha nessuna possibilità: sarà un infante malnutrito, tirato su a pesce secco e acqua di lago e rischierà la vita per banali malanni, perché non ci sono cliniche né medici; sarà un bambino che invece di andare a scuola giocherà nella polvere, cucirà le reti e poi imparerà a pescare, ma mai, mai, e senza eccezioni, a nuotare; sarà un uomo che uscirà in barca ogni notte con una lanterna, diventerà vecchio presto e morirà nella stessa casa in cui è nato.
La vita è micidiale qui: il lago ruba qualcuno quasi ogni giorno, perché l’acqua vicino ai villaggi porta infezioni, perché chi cade dalla canoa è spacciato, perché i veri autoctoni sono i coccodrilli. Eppure, sono tutti capaci di sorridere, ringraziare, accogliere, vivere. Eppure, il lago dà ogni giorno di che sfamarsi, regala tramonti struggenti e custodisce un segreto incredibile, il golden peach, rarissimo pesce con la pelle dorata che raggiunge i tre metri di lunghezza e schiaffeggia l’acqua con la coda come un delfino.

Io un posto così non l’avevo mai visto, nemmeno nei film, nemmeno nei sogni. È impossibile abituarsi a questa bellezza: il silenzio è perfetto e la solitudine totale, soprattutto ora che i miei compagni di viaggio sono ripartiti e io sono rimasta la sola ospite a far compagnia a Gilbert, Fanny e al loro bambino, la famiglia zambiana che gestisce il lodge. Sono ovviamente stata adottata da loro, che dividono con me cene luculliane e progetti futuri – perché non costruire, utilizzando parte dell’immensa proprietà, una scuola per i bambini dei villaggi vicini, perché non istituire un piccolo centro nutrizionale, perché non organizzare corsi formativi per abilità manuali? Qui non è possibile fare la turista – o forse è impossibile per me essere turista in Zambia: mi ritrovo ad analizzare e progettare, cercando soluzioni che sembrano realizzabili da domani.
Ora, però, sento che è tempo di tornare non perché i miei occhi sono pieni, non perché le mie mani sono stanche – piuttosto, perché ho la sensazione di aver trovato qualcosa che non basta mai e sento il bisogno di fermarmi e ragionarci sopra: per farlo devo ripassare dal via e poi, insomma, ho voglia – sono mesi che non ricevo un abbraccio dalla mamma e dal papà, di quelli che senti di essere al sicuro; sono mesi che uso solo sapone di Marsiglia e i miei capelli urlano vendetta, che sogno un’immensa varietà di frutta e verdura e pesce crudo, un bicchiere di vino buono e un libro tra le mani. E sono curiosa di scoprire la sensazione che proverò scendendo la scaletta dell’aereo – non so davvero prevederla, ma la paura è passata e sono pronta ad accogliere quel che sarà.
A presto, quindi, e di persona. Ma per favore non fatemi troppe domande, ché tanto sapete già tutto – dovrete piuttosto parlare voi, per aiutarmi a tornare davvero, così come mi avete aiutata, con poche ma buone repliche alle mie mail, a non sradicarmi del tutto da quella che rimane casa mia.
Carlotta
Le immagini, come nelle puntate precedenti, sono tratte dal canale Instagram di Carlotta. Potete vederle QUI.