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Voi siete qui: Biblioteca » Le mille “Facce” di Belting: tra icone, ritratti, maschere e foto

6 Febbraio 2015

Le mille “Facce” di Belting: tra icone, ritratti, maschere e foto

Un volto: ciò che più d’ogni altra cosa sembrerebbe dirci chi, cosa siamo. Ciò che nel nostro corpo svolge un ruolo a parte, il solo cioè che possa aspirare a un significato. Ma non è così semplice; i volti sanno mentire, sanno fingere – ne facciamo persino un’arte: si chiama recitazione. Vengono con una certa approssimazione contrapposti alla maschera: nozione di suo nient’affatto pacifica.

Facce_1Meglio dunque tenere fuori dalla riflessione sulle facce, su una storia del volto, mondi extra-occidentali, consapevoli dell’arbitrarietà dell’operazione, della sua natura temporanea e parziale (già pensare al continente africano ci porterebbe lontano, ma altrettanto complessa e avventurosa sarebbe l’indagine sul sud-est asiatico e le implicazioni, ancora una volta, “attoriali”: basterebbe ricordare il teatro balinese e l’interesse di un Artaud). Pur circoscrivendolo così a un orizzonte di riferimenti più immediatamente evidenti, Hans Belting in un saggio che porta appunto il titolo Facce esplora un argomento denso di implicazioni tutt’altro che scontate. Riflettere sopra ai volti, alle maschere, ai ritratti e ragionare sulla questione capitale della verità e delle apparenze è tutt’uno. In un percorso storico che arriva fino alla “sfrenata produzione di volti” dell’epoca massmediatica e poi ancora dei social come Facebook, torna la domanda: sono maschere o volti quelli che vi esibiamo quotidianamente? E quale sarebbe la differenza? Una maschera – non c’è bisogno di Nietzsche – non è necessariamente menzognera. Eppure resta il senso di una postura che è complicato far saltare in aria (è quello il tentativo che fa Francis Bacon con i suoi ritratti di papi).

Non solo motivo capillare della vita ordinaria – problematica sull’ineffabile nozione di “io” compresa – la faccenda intercetta la dimensione rituale, il tema della rappresentazione, la storia dell’arte (lo scarto fra l’icona e il ritratto, per esempio, la vicenda di un genere nobile da Van Eyck alle discussioni del moderno, passando attraverso l’autoritratto in Rembrandt che deve fare i conti come Montaigne nei suoi Essais con il dilemma della mutevolezza del sé); e ancora l’acribia della fisiognomica nella ricerca di un significato inoppugnabile dei tratti del volto;  del cinema (un capitolo è dedicato a Bergman, ma vi si discorre anche molto dei russi – del modo diverso di intendere il montaggio in Ejzenštejn e in Kuleshov e le conseguenti prospettive sulla percezione dei volti ma insieme della comune tendenza a “democratizzarli”, diversamente da quanto accade nel nascente starsystem hollywoodiano); o della fotografia (e le relative domande sul suo statuto ontologico, che furono per esempio di Roland Barthes – per Belting l’immagine in movimento del cinema non colma la distanza temporale dal fatto fotografico: il nostro risulta sempre uno “sguardo retrospettivo”).

Libro denso di spunti, con un bell’apparato di fotografie, minuziosissima bibliografia, Facce è tradotto dal benemerito editore Carocci che con lavori come questo dimostra quanto sia prezioso il suo contributo al moribondo mercato librario italiano.
Michele Lupo

Hans Belting
Facce
Una storia del volto
traduzione di Baldacci e Conte
Carocci
375 pagine, 37 €

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