Pou, pote, ti? “Dove, quando, cosa?” Skotoni: “uccide!” Per chi come il sottoscritto non conosce il greco moderno, ma ha ancora qualche ricordo di quello antico studiato al liceo e all’università, seguire l’Aiace – messo in scena lunedì e martedì scorsi al Piccolo Teatro Studio di Milano dalla compagnia Attis – non è stata impresa tanto improba. 
Certo serviva almeno una conoscenza del testo sofocleo, tuttavia l’ampia introduzione in italiano recitata da una voce fuori campo e l’azione scenica in sé hanno permesso al pubblico in sala di godere dello spettacolo, tanto da tributare un caloroso riconoscimento alla bravura dei tre attori sul palco.
La scenografia era semplicissima: alcuni recipienti vuoti erano disposti a formare una “x” e di volta in volta venivano utilizzati come lavacri o come pedane, per trasformarsi alla fine in bare. I tre attori in scena si sono divisi il racconto della follia di Aiace, esasperato dalla decisione dei capi greci di affidare a Odisseo e non a lui le armi del defunto Achille.
Il figlio di Telamone si sente defraudato di un premio che ritiene di meritare per il valore guerresco dimostrato sotto le mura di Troia. Medita la strage dei generali achei ma stoltamente rifiuta l’aiuto della dea Atena che a sua volta adirata, decide di punirlo per la sua tracotanza. Le azioni che gli uomini compiono a dispetto del volere degli dei si ritorcono contro di loro: è una delle lezioni dell’Aiace. La dea trasforma agli occhi di Aiace un gregge di pecore nei capi greci, sui quali l’eroe si getta a fare strage.
Ma quando si risveglia dalla furia omicida riconosce di essere stato giocato da Atena e comprende che il suo onore è irrimediabilmente compromesso. Si sente posto al di fuori della comunità di guerrieri, incapace di rientrarci a testa alta. Il suicidio rimane l’unica via percorribile per recuperare l’onore, anche se postumo. La versione inscenata da Theodoros Terzopoulos punta l’accento sulla pluralità di aspetti della vicenda: la tragedia è soltanto uno di essi. Nell’evolversi del racconto, infatti, il tono si fa sempre più parodistico, tanto che i coltelli impugnati dagli attori diventano a un certo punto scarpe rosse da donna. Ma col progredire del racconto emerge la solitudine dell’eroe, isolato dalla sua comunità che non gli ha voluto riconoscere quel valore in cui si identificava totalmente e abbandonato dalla divinità che non ammette perdono. Per sottolineare la violenza truculenta della strage il regista sceglie di infrangere il tabù del teatro classico facendo scorrere il sangue sulla scena.
In uno dei momenti più intensi uno degli attori rende omaggio al pubblico esclamando alcune parole in italiano: “sangue sulla testa, sul busto; corre, uccide!”, mentre sul finale alle note più volte evocate segue la riproduzione dell’intero (peraltro brevissimo) pezzo Get your filthy hands off my desert dei Pink Floyd che allude alle guerre di Breznev, Begin e Margaret Thatcher.
Merita infine una segnalazione la bravura degli attori sottoposti a uno sforzo fisico non indifferente. Questo Aiace ha mostrato quanto ancora sia importante l’aspetto “tecnico” della recitazione, a cominciare dal sapiente impiego del diaframma.
Saul Stucchi
Al termine dell’Aiace ALIBI Online ha intervistato Giuseppe Zanetto, professore ordinario di letteratura greca all’Università Statale di Milano.
Professore, come giudica la rappresentazione?
L’Aiace di Attis mi è piaciuto, e mi pare che anche il pubblico non abbia lesinato applausi e consenso. Direi che il punto di forza dello spettacolo è la chiarezza: una messa in scena vagamente “brechtiana”, cioè molto didattica e intesa a comunicare con facilità e semplicità. Anche, ho molto apprezzato la scarsa o nulla presenza di ideologia: tranne il motivetto finale in inglese (con l’evocazione di alcuni “tiranni” dei giorni nostri e delle loro malefatte politiche), c’era molto poco di quel pacifismo a buon mercato che invade ormai ogni manifestazione e spettacolo (e annega – come melassa – ogni significato autentico).
Quali cambiamenti rispetto all’originale le sono sembrati più convincenti e quali invece meno?
Gli interventi sul testo di Sofocle sono molto marcati, si potrebbe persino dire violenti. Lo spettacolo allestito da Attis non è una tragedia: riprende – con notevole fedeltà – il racconto che in Sofocle Tecmessa fa al Coro della folle mattanza perpetrata da Aiace, trasformandolo in una sorta di “testo assoluto”. Ossia, il racconto del testimone – tipico modulo della tragedia attica – è estrapolato dal contesto del dramma e diventa dramma a sua volta, in un senso completamente nuovo. Attis ci lavora poi sopra, proponendo il racconto in una triplice versione, che corrisponde alle tre anime del teatro attico antico: tragedia, commedia e dramma satiresco. L’Aiace di Attis è quindi da un lato laboratorio teatrale, nel senso pieno del termine, dall’altro libero adattamento di un testo della più venerabile tradizione. L’esito è una performance antica e moderna insieme, che esalta la dimensione attorale: gli applausi convinti del pubblico, ieri sera, sottolineavano sicuramente la “prova” degli interpreti, il loro impegno anche fisico.
Come venne accolto dal pubblico l’Aiace ai tempi di Sofocle?
L’Aiace fu rappresentato probabilmente verso il 445 a.C. È quasi certo che preceda di qualche anno l’Antigone. Non abbiamo testimonianze certe sull’accoglienza decretata al dramma dal pubblico; peraltro, gli studiosi sono d’accordo nel ritenere che le cariche pubbliche affidate al poeta sul finire degli anni ’40 del V secolo (ellenotamo e poi arconte) siano una prova dell’alta considerazione che Sofocle si meritò da parte dei concittadini per la forza dei suoi drammi.
L’Aiace, in particolare, ha una forte componente “politica”: mette in guardia dagli eccessi cui conducono posizioni integraliste o radicali, insiste sulla dignità della persona, al di là della sua appartenenza. Nei secoli successivi, l’Aiace fu molto letto e amato: è la tragedia sofoclea più spesso citata e allusa, da autori di epoca sia ellenistica che imperiale. Entrò a far parte della silloge dei sette migliori drammi di Sofocle (la scelta, di matrice scolastica, fu fatta nel II secolo d.C.); questo spiega perché ci sia pervenuto per intero, per tradizione diretta. In età medievale l’Aiace fece parte di una scelta ancora più ristretta, la cosiddetta “triade bizantina” (Aiace, Elettra, Edipo Re).
Una breve sequenza del finale della tragedia si può vedere su YouTube
AIACE, la follia
di Sofocle
12 e 13 gennaio 2009
Compagnia Teatrale ATTIS
Libera resa di alcuni brani della traduzione di G. Gryparis
Scene: Theodoros Terzopoulos
Collaboratori: Nikos Nomikos, Kostas Arvanitakis
Attori: Tasos Dimas, Thanasis Alevras, Savvas Strumbos
Piccolo Teatro Studio
Via Rivoli 6
Milano
Orario spettacoli:
12 gennaio 20.30
13 gennaio 19.30
Biglietti: platea 24,50 €; balconata 21,50 €
www.milanoincontralagrecia.com