“Il giorno che Felice era scappata non si era portata dietro quasi nulla”: certo, pensava che di lì a poco “sarebbe stata diversa e si sarebbe liberata dalla sua vita”. Proprio perché con sé aveva soltanto l’incosciente spregiudicatezza dei tredici anni (e un segreto) abbandona la sua famiglia senza niente altro. A quella età, se fai una cosa del genere, pensi di ricominciare da capo; la nudità è una condizione obbligata. Felice deve anche avere una forza fuori dal comune, per scegliersi deliberatamente le compagnie più instabili, errabonde come lei, pischelli più o meno avventati che trascorrono le giornate sulle spiagge di Miami, mangiano a ufo, dormono dove capita, si fanno acidi, schizzano sugli skateboard. Il fatto è che Felice fa sul serio. Non è scappata per un capriccio adolescenziale. Tant’è che non ci pensa per niente a ritornare a casa. E se la casa da cui è fuggita sembra a tutti gli effetti quella di una buona famiglia americana come molte – il padre avvocato in una società immobiliare, madre pasticciera di dolci prelibati, un po’ troppo presi dal lavoro magari, dal mito del successo – ci troviamo di fronte a un affaire tutt’altro che semplice: qualcosa che per fortuna va oltre il barboso manuale di sociologia. E questo implica, se il romanzo è riuscito, e Fuga dal paradiso lo è, che chi lo ha scritto non si è adagiato su banali luoghi comuni vivacizzati da un intreccio e morta lì.

Diana Abu-Jaber, 52enne scrittrice giordano-americana, inventa una storia (non priva di rischi, tesa com’è su uno scenario emotivo suscettibilissimo), una storia di affetti e carenze famigliari, che per concentrarsi intorno al suo nucleo di senso, per trovare le ragioni che a suo tempo hanno spinto la sua protagonista a fuggire dalla propria casa, e ora a riavvicinarsi ai genitori – stretti nella morsa soffocante di una sconfitta che non erano in grado di immaginare, ormai da cinque anni -, ha bisogno di un evento straordinario.
Ora, come a replicare-rinnovare l’evocazione di dèi e figure mitologiche pensanti propria dei pagani, di questi tempi diamo un nome a tempeste, uragani, tornado che arrivano all’improvviso, fanno scempio di città e paesaggi: intervengono nella vita degli uomini e la modificano violentemente, quando non la distruggono. Qui la dea empia e salvifica a un tempo è “Katryna”, che si abbatte (anche) su Miami mentre Felice – peraltro, ragazza bellissima – si appresta a festeggiare il suo diciottesimo compleanno.
La storia prenderà di lì un’altra direzione; ma non è questo che anticipiamo al lettore. Piuttosto, vorremmo avvertirlo che – si tratti della domestica sopravvivenza di una famiglia che continua a vivere ma per la quale nulla può più essere come prima, o delle sventagliate di aria oceanica che scorre sul volto della ragazza determinata a non risparmiarsi nulla e a rincorrere i suoi sogni – il racconto insegue e afferra immagini, pensieri e sentimenti con pacata ma mirabile brillantezza di dettagli, tutti i sensi all’erta, plastica sensibilità descrittiva, agilità di passo (nonostante la mole), complessità di situazioni e personaggi. Che il romanzo in cui Abu-Jaber, vincitrice del National Book Award, mostra di aver trovato la scrittura giusta per la storia che voleva raccontare. Ed è una storia che vale la pena leggere.
Michele Lupo
Diana Abu-Jaber
Fuga dal paradiso
Nutrimenti
Traduzione di Chiara Vatteroni
Pagine 416
19 €