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Voi siete qui: Italia » La malinconica poesia dei sepolcri del Monumentale di Milano

31 Ottobre 2009

La malinconica poesia dei sepolcri del Monumentale di Milano

Ante del cimitero monumentale di Milano La nascita del Cimitero Monumentale di Milano, ideato dal progettista lombardo Carlo Maciachini, risale al 1863. Tre anni dopo l’insieme è già agibile. Fra il 1875 e il 1887 viene eretto il famedio, che accoglie Alessandro Manzoni e Carlo Cattaneo, collocati rispettivamente al centro del vasto salone e nel braccio di destra. Di lì a poco sorgono l’ossario e il tempio crematorio, mentre si registra il progressivo ampliamento della struttura.

Oggi il sepolcreto custodisce le spoglie di migliaia di persone comuni e di numerosi nomi di spicco. Tra questi si possono ricordare Arrigo Boito, Emilio Praga, Giovanni Berchet, Tommaso Grossi, Piero Lucini, Filippo Turati, Salvatore Quasimodo. Nel civico mausoleo dell’architetto Mario Palanti riposa anche Hermann Einstein, padre di Albert, morto in Italia nel 1902 dopo il dissesto economico in Germania e una vita trascorsa come elettrotecnico a Pavia e in Veneto.

Il periodo verista

Fin dalle origini il complesso si trasforma in una vera e propria galleria d’arte all’aperto. Appena superato l’ingresso principale si incontra il monumento ai caduti di guerra nei campi di concentramento, firmato nel 1949 dallo studio Banfi, Belgioioso, Peressutti e Rogers.
monumentale2
Poi si aprono i viali e le logge, che ospitano le sepolture e il patrimonio eclettico di scultori più o meno celebrati. Le prove iniziali appartengono al periodo verista, che ha come massimo interprete Vincenzo Vela. I suoi modelli sono insieme celebrativi dei valori civili e ispirati ai dettami del positivismo. Affrontano i temi del mistero esistenziale con animo laico, senza peraltro mettere in sordina i portati del progresso scientifico e del riscatto umano. Lungo questo crinale si colloca la quasi totalità dei manufatti commemorativi del tempo. I quali evocano sì il dolore e la lacerazione degli affetti, insistendo sul tasto del compianto, ma non rimandano a sfere ultraterrene.

Iconografia del Cimitero Monumentale di Milano

[codice-adsense-float]Nell’iconografia ricorre la presenza di fanciulli, siano essi in relazione con individui concreti o con personaggi allegorici. Un caso esemplare è quello della bimba eseguita sul sarcofago Astori da Giuseppe Grandi. I piccoli sono solitamente fissati negli aspetti più quotidiani e rientrano nei bozzetti che esaltano il calore del focolare domestico. C’è poi il leitmotiv della donna o della fanciulla. Ma non si tratta più d’un essere idealizzato ripescando dal vasto repertorio sia pagano che della cristianità. Sono piuttosto la figlia, la moglie o la madre in carne ed ossa, che si accostano al tumulo senza abbandonare la composta dignità della posa. E quando persistono le immagini degli alati cherubini e degli esseri celestiali, la loro grazia sembra più finalizzata a focalizzare la paurosa maestà della morte che non le presuntuose o illusorie speranze d’un aldilà.

Il filone sfocia nel momento scapigliato, espresso soprattutto da Medardo Rosso. La sua testimonianza, con il tipico gioco di luci che l’accompagna lungo tutta la parabola creativa, è visibile nell’urna Faini Rognoni e nel cippo di Bruno Omnis. L’ultima traccia dell’autore, anche se non diretta, è sulla sua stessa tomba. Qui infatti la famiglia decide di collocare una delle fusioni bronzee del  rinomato Ecce puer. Il retaggio dell’artista, nativo di Torino, rimane almeno fino agli inizi del Novecento, come rivelano le produzioni qualitativamente preziose d’un Paolo Troubetzkoy e d’un Ernesto Bazzaro.
Il sepolcro Crespi di Ernesto Bazzaro

Il primo, figlio di un principe russo e d’una cantante americana, raggiunge la fama soprattutto attraverso i ritratti dei vip dell’alta società internazionale. Travasa comunque la sua originaria abilità di pittore nell’esperienza tridimensionale, come attestano i loculi Dario Papa e De Sceleschi. L’altro sposa integralmente i principi ideologici e gli statuti estetici della scuola, che si materializzano in lavori come le edicole Ripamonti, Crespi e Supino.

Ancora nei canoni generali del realismo rientra pure il varesino Odoardo Tabacchi, se non altro per il virtuosismo descrittivo e la notevole capacità d’indagine fisionomica. Tuttavia nelle sue opere si notano, sotto l’epidermide, germi d’assoluta novità. È lui a segnare un po’ la fase di transizione verso il  simbolismo. Lo si avverte con chiarezza già nel busto del pittore Angelo Pietrasanta, che promana un vitalismo tutto interiorizzato. Ma la vetta è la Signora in gramaglie del sepolcro Omodeo.
La Signora in gramaglie di Odoardo Tabacchi

Datata 1876, viene unanimemente ritenuta un capolavoro di equilibrio tra dettato naturalistico e trasfigurazione lirica. Nel decennio inaugurale del XX secolo, d’altro lato, il movimento si traduce nella fase liberty, che nella città meneghina trova una miriade di adepti anche in sede architettonica. Basti pensare ai palazzi di Giuseppe Sommaruga o di Giulio Ulisse Arata. Nel settore plastico diviene un tripudio di motivi vegetali, mentre i simulacri si coprono di larghe tuniche o di vaporose clamidi, sotto le quali le membra si sgonfiano e perdono ogni spessore fisico.
Il passo decisivo in questo senso viene compiuto dall’alessandrino Leonardo Bistolfi, definito spesso “il poeta della morte”. Esegue tra l’altro il monumento di Giosuè Carducci presso la casa bolognese dello scrittore e l’urna di Giovanni Pascoli a Castelvecchio di Barga. A Milano dà vita alla sepoltura Cairati Vogt, concepita fra il 1897 e il 1900 e conosciuta con il titolo Il sogno.
La sepoltura Cairati Vogt di Leonardo Bistolfi

La levità della persona, celata in un abito che si avvolge formando una specie di involucro calcareo, tradisce senza dubbio la visione disincarnata dello scultore. Dello stesso scalpello è anche l’edicola eretta nel 1911 al figlioletto del musicista Arturo Toscanini. Il piccolo, di nome Giorgio, muore nel 1906 a Buenos Aires. L’artista piemontese, intagliando le pareti, evoca episodi emblematici della breve esistenza commemorata: angeli che recano giocattoli e attorniano la nave su cui le spoglie del bimbo tornano in Italia, icone allegoriche che preparano le fasce intorno alla culla, i genitori a capo chino dopo la tragedia. Lo strazio per la scomparsa di un bambino, solitamente oggetto di rappresentazioni che cedono a un esasperato patetismo, è comunicato con estremo pudore. E l’impiego del candido marmo delle Apuane contribuisce a trasmettere i bagliori che fugano ogni tentazione di pensare alle tenebre.
L'edicola Toscanini

Un’analoga propensione esprime il suo discepolo torinese Edoardo Rubino, autore fra l’altro della tomba Rossetti, le cui effigi vengono letteralmente decapitate dai bombardamenti bellici.

La tomba Rossetti di Edoardo Rubino

E sulla medesima scia si colloca la copiosa produzione di Luigi Secchi, cremonese di nascita ma impegnato a tempo pieno nel capoluogo lombardo. Qui lascia numerose statue celebrative, come ad esempio quella del poeta Giuseppe Parini in piazza Cordusio e di Giuseppe Giacosa per i giardini pubblici. Il meglio è comunque conservato proprio al Monumentale. Si può citare il mausoleo Dall’Ovo con il gruppo intitolato Enigma fra il dolore e il pianto. La mirabile donna centrale, detta La meditazione, è considerata una delle più alte manifestazioni della scuola del primo Novecento. Per non parlare della sepoltura Sofia Negri, con l’immagine femminile ultimata proprio nell’anno della scomparsa dell’autore e quindi ritenuta un po’ il suo “canto del cigno”.

Al Modern Style sono riconducibili molti altri, anche perché dietro la parola si cela un fenomeno complesso in cui si compenetrano istanze spesso divaricate e a volte, almeno all’apparenza, contraddittorie: concretezza e astrazione, funzionalismo e ricerca decorativa, istanze sociali e abbandoni estetizzanti. Non si può ignorare il milanese Costante Orazio Grossoni, firmatario dei gruppi dell’edicola Bocconi, che filtra i novelli moduli in chiave neo-rococò. Uno degli interpreti sicuramente più quotati è Eugenio Pellini, nativo di Marchirolo e allievo dell’Accademia di Brera.

L'angelo del dolore

Di tonalità malinconica, parla con un modellato sensibilissimo ai riverberi luminosi. Dedito quasi esclusivamente al settore cimiteriale, lascia tracce di sé in numerose città del nord Italia, ma anche all’estero, come ad esempio in Olanda, Messico e Perù. Nella sepoltura Baj Macario abbandona ogni riferimento a personaggi reali per rappresentare l’Angelo del dolore. La creazione, oggi assai annerita a causa della lunga esposizione alle intemperie, rimane una meta quasi d’obbligo per i visitatori che cercano di cogliere le linee evolutive dell’Art Nouevau, almeno a livello nazionale.

Il simbolismo della fase matura elabora soggetti più articolati. Le varie figurazioni non si limitano a fissare un nucleo meditativo, ma sviluppano una serie concatenata di considerazioni sulla vita e sul destino  mortale d’ogni creatura. In questo preciso contesto si pone il monumento Besanzanica di Enrico Butti. Terminato nel 1912, accosta la pietra e il bronzo e affronta in modo originale la tematica del lavoro.

Il monumento Besanzanica di Enrico Butti
In basso viene proposto il gruppo del contadino, impegnato nel faticoso rito dell’aratura spingendo il carro con i buoi. Sopra incombe il ritratto d’una donna, che però assume il volto modernizzato della sfinge. Da un lato celebra il perpetuarsi dell’esistenza attraverso il ciclico ritmo delle stagioni e i frutti della terra. Dall’altro ammonisce ricordando l’insondabile enigma sul suo stesso significato. Il discorso diretto è l’esaltazione dell’operosità, di cui dà chiara prova il titolare del sepolcro, che è un affermato costruttore edile. Il linguaggio globale si fa decisamente evocativo, rimandando con il mitologico mostro egizio ai perché senza risposta che pendono sull’umanità. Egualmente carica di forza espressiva è, sulla tomba Borghi, la statua Il tempo. Ritrae l’inafferrabile entità che da 2500 anni arrovella la filosofia e sembra rivendicare il dominio anche là dove la sua presenza appare del tutto senza senso.

La scultura Il tempo di Enrico Butti

La punta più elevata è raggiunta da Adolfo Wildt, ritenuto ormai il massimo scultore europeo in questa direzione. Rifiutato ogni compiacimento sensuale della bellezza, egli si accanisce a mortificare il corporeo indicando nella sua ossuta macerazione la completa conquista dello spirito.

Il semplice sepolcro dell'artista Adolfo Wildt

Per gli assidui legami con la cultura tedesca viene a volte definito figlio d’una religiosità intimista di matrice luterana. È etichettato come necrofilo, cerebrale e persino macabro. In realtà punta su immagini che tendono a spogliare le cose da ogni dato superfluo per attingere l’essenziale. Una delle invenzioni più note è l’erma sul tumulo del pittore Aroldo Bonzagni denominata “Ironia, satira, dolore”. È un gioiello giocato sulla polisemia del motivo popolare della maschera: funebre, teatrale e psicologica. Non meno riuscita è la coppia ritratta per l’edicola Korner. Le due figure sono colte mentre si sorreggono per esalare verso l’alto, in quella dimensione metafisica che lo stesso scultore chiama “il regno dell’armonia”. Sembrano fuggire dal peso del volume architettonico, con cui conservano soltanto un sottile quanto provvisorio legame. Insomma, abbandonano la casa dei morti e in questo modo la scultura rappresenta la funeraria nella sua più sincera accezione etimologica, che rinvia al rituale del viaggio. Egualmente famosa è la scena concepita sull’urna dei due figli dell’ingegnere Giuseppe Bistoletti e conosciuta come “La casa del sonno”.

La casa del sonno di Adolfo Wildt

Qui si assiste al rifiuto d’ogni retorica giungendo alla riduzione della persona a una “lisca d’anima”. E il risultato finale, anziché spingere verso lo svilimento dell’individuo, gli conferisce un’aura di sacralità.
L’artista si spegne nel 1931, non prima d’avere allungato il testimone ad allievi di valore come Lucio Fontana e Fausto Melotti.

Il discepolo che meglio apprende la raffinata abilità tecnica in campo cimiteriale si chiama però Arrigo Minerbi, che guarda al suo precettore con devozione non solo professionale, ma anche umana. È lui a raccontare, tra il sorpreso e il commosso, di quando il maestro gli chiede un’opera da tradurre in marmo e sceglie il volto di sua madre, Stella Luzzato, da tempo dimenticato in una angolo dell’atelier per gli angosciosi ricordi che suscita. Originario di Ferrara ma attivo in diverse aree della penisola, lascia nella cattedrale pescarese di San Cetteo il sepolcro di Luisa D’Annunzio, madre del poeta. A Tortona plasma l’icona di don Orione. Per quanto concerne Milano, dove completa anche la porta bronzea del duomo con i pannelli che illustrano l’editto di Costantino, forgia presso la cripta Cusini il complesso bronzeo “San Francesco che predica agli uccelli”. Il quadro rivela l’estremo nitore acquisito nel trattare la materia, anche se un certo cedimento aerodinamico spinge qualche critico a parlare di accenti un po’ futuristici.

Erede diretto del simbolismo, frammisto con le spinte neorealistiche del dopoguerra, è Giannino Castiglioni. Si sobbarca fatiche che hanno del ciclopico, come i sacrari del monte Grappa e di Redipuglia. E anche nella necropoli milanese affronta un’impresa titanica, costituita dall’edicola Bernocchi.
L'edicola Bernocchi di Giannino Castiglioni

Eretta fra il 1931 ed il 1935, ha una base che misura 5 metri di lato e 3 d’altezza. Sopra si sviluppa una torre a spirale lungo la quale sono distribuiti 30 pannelli statuari. Essi illustrano la “Via crucis” e altri episodi della passione di Cristo usualmente non raccontati nelle “stazioni” che ornano le navate delle chiese. Come concezione l’insieme viene avvicinato alle antiche colonne romane di Traiano e Marc’Aurelio. In effetti le volute richiamano i famosi “cinematografi di pietra” che celebrano le vittorie sui Daci, i Marcomanni e i Sarmati. Ma l’impianto è notevolmente amplificato e la sequela di sculture passa dal bassorilievo al tutto tondo. Alla stessa abile mano si devono gli scenografici bronzi della tomba Campari e La Pietà in candidissimo marmo carrarese sul sepolcro Falck.

L'ultima cena di Giannino Castiglioni per la tomba Campari

Neppure Francesco Messina priva il camposanto della sua inconfondibile voce. Nel 1940 ricava dalla pietra una silhouette di fanciulla intitolata La memoria per la tomba Della Torre. Colta con gli occhi chiusi, il capo leggermente reclinato e le braccia abbandonate lungo i fianchi, riassume l’atmosfera d’una mestizia pudica, trasmessa quasi controvoglia e quindi maggiormente in grado di toccare le corde più nascoste. Seguono altre esibizioni, non numerose ma di notevole impegno e dilatate nel tempo: un San Giovannino sul sepolcro Grassetti, il Crocifisso per la stele Aliprandi, la Maddalena sulla sepoltura Bonomi e la Santa Rita per la famiglia Piva.

Si è così dinnanzi a saggi diversi, che oscillano tra la solennità rituale e ricerche più sensitive, non senza qualche episodica regressione di gusto arcaico. A unire tutte le composizioni è l’ispirazione religiosa, sempre accompagnata da un’alta padronanza formale. Non per nulla nel 1976, su iniziativa dell’amministrazione comunale sorge nell’ex chiesa di San Sisto al Carrobbio un civico museo che raccoglie una larga fetta della produzione dell’artista catanese.

Gli ultimi decenni del Novecento registrano una marcata tendenza verso la serialità. Comunque, anche se più radi, non mancano i contributi di autori qualificati. Per cui si incontrano creazioni di Arnaldo Pomodoro, Giacomo Manzù, Carmelo Cappello, Alik Cavaliere. Tra le ultime a trovare posto in questo museo open air figurano l’angelo di Floriano Bodini sulla tomba dell’editore della Mondadori Mario Formenton e la scabra struttura geometrica di Pietro Cascella per la sepoltura De Nora, d’impronta brancusiana.

La tomba d'impronta brancusiana di Pietro Cascella

Anzi, il Monumentale riesce a dilatare il proprio potere attrattivo anche retroattivamente, ospitando lavori ideati prima ancora della sua nascita. Inserito nell’edicola Dupré compare ad esempio un sarcofago di derivazione imprecisata, ma comunque d’epoca romana. L’interno della cripta Dell’Acqua custodisce una medaglia votiva firmata da Antonio Canova nel 1817 per Antonella Milesi. L’artista neoclassico di Possagno è presente anche sull’arca di Ivan Matteo Lombardo, dove Virginio Pessina colloca una copia della Vestale conservata nella non lontana galleria d’arte moderna.
Testo e foto di Lorenzo Iseppi

Didascalie

  • Il viale del Cimitero Monumentale di Milano che conduce all’Ossario
  • Il monumento ai caduti di guerra nei campi di concentramento
  • Il sepolcro Crespi di Ernesto Bazzaro
  • La “Signora in gramaglie” di Odoardo Tabacchi
  • La sepoltura Cairati Vogt di Leonardo Bistolfi
  • L’edicola Toscanini
  • La tomba Rossetti di Edoardo Rubino
  • “L’angelo del dolore” di Eugenio Pellini
  • Il monumento Besanzanica di Enrico Butti
  • La scultura “Il tempo” di Enrico Butti
  • Il semplice sepolcro dell’artista Adolfo Wildt
  • “La casa del sonno” di Adolfo Wildt
  • L’edicola Bernocchi di Giannino Castiglioni
  • “L’ultima cena” di Giannino Castiglioni per la tomba Campari
  • La fanciulla di Francesco Messina intitolata “La memoria”
  • La tomba d’impronta brancusiana di Pietro Cascella
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