“Cos’hanno in comune Atene e Gerusalemme?” si domandava il polemista cristiano Tertulliano diciotto secoli fa. Lo stesso interrogativo corre implicito in tutto il bel libro di José Emilio Burucúa, intitolato Cartas del Mediterráneo Oriental, ovvero “Lettere del Mediterraneo Orientale” (edito dalla casa editrice argentina Adriana Hidalgo), ma ben espresso nel sottotitolo: Una versión turística del dilema entre Jerusalem y Atenas.
Burucúa è nato nel 1946 a Buenos Aires, dove ha condotto gli studi. Ha trascorso la seconda metà degli anni Settanta nella Terra del Fuoco, dedicandosi all’insegnamento e tra il 1979 e il 1980 è vissuto in Italia, potendo seguire le lezioni di Carlo Del Bravo e Paolo Rossi grazie a una borsa di studio. Viaggiare deve essere una sua passione come si evince da questo agile libro in cui racconta il suo viaggio in Israele e in Grecia, compiuto nel febbraio del 2011 insieme alla moglie Aurora. E lo racconta rispolverando un’abitudine che si è quasi completamente estinta: quella del carteggio epistolare. Destinatario delle lettere è l’amico Nicolás Kwiatkowski che insegna all’Universidad Nacional de San Martín, in Argentina.

Le missive sono ricche di ironia e insieme alle informazioni sugli spostamenti giornalieri, l’autore ragguaglia l’amico sulle visite a siti archeologici e musei, trasformandosi in guida d’eccezione per i lettori, tra cui il modesto giornalista italiano che ha scoperto il libro quest’estate grazie a una bella recensione di Alberto Manguel sull’inserto culturale del País. In realtà i piani di Burucúa prevedevano l’Egitto come seconda tappa del viaggio, ma lo scoppio della sollevazione popolare contro il trentennale regime di Mubarak l’ha costretto a “ripiegare” sulla Grecia. E mai come in questo caso il verbo risulta inappropriato, visto il profondo amore che lega l’autore alla culla della cultura occidentale.
Che l’autore abbia un’educazione classica emerge da ogni pagina grazie a citazioni, riferimenti espliciti e allusioni: la stessa forma epistolare del libro è un omaggio alla cultura umanistica e per suo tramite a quella antica. Le caratteristiche più evidenti del suo carattere sono un’insaziabile curiosità e una levità che non può essere confusa con una superficiale leggerezza. Burucúa parla delle tre religioni monoteiste che convivono (in qualche modo) a Gerusalemme, del lunghissimo e sanguinoso conflitto tra Israeliani e Palestinesi, della crisi economica che già due anni fa mordeva l’Europa e l’intero bacino del Mediterraneo. Esprime la propria opinione su quello che vede e che ascolta; confronta, parla con le guide e con i compagni occasionali di viaggio, cerca negli autori classici una chiave di lettura ancora valida per l’oggi.
La nostra Italia è ben presente nel suo bagaglio – culturale e sentimentale – da dove esce, per esempio, quando attraversa la Galilea. Le pagine che dedica a quella tappa sono tra le più belle del libro: l’autore si commuove infatti nel constatare la somiglianza tra il paesaggio galilaico e quello umbro, un ponte che collega Gesù a San Francesco. E l’aspetto ellenistico (o forse ancora di più: ellenico) di Gesù gli rende il personaggio più umano e simpatico, lontano dai fanatismi che si respirano a Gerusalemme. Il suo “aristocratismo antirritual” lo rende allergico agli isterismi di massa, alle manifestazioni di fede sbandierate coram populo; piuttosto va alla ricerca del sacro nella bellezza della natura e dell’opera umana: nei capolavori dell’arte classica. Non nasconde di subire il fascino del classico e con autoironia confessa di aver bevuto dalla riproduzione delle celebre coppa del pittore Exechias, (conservata a Monaco di Baviera) mentre scriveva da Atene una delle sue lettere.

La passione per il classico, unita a reminiscenze warburghiane e del poeta argentino Hector Ciocchini lo spinge a baciare una colonna ionica dei Propilei dell’Acropoli di Atene, attirandosi la inevitabile reprimenda di una guardia. Ma gli fa battere forte il cuore anche per la vexata quaestio della sede espositiva delle metope del Partenone che Burucúa – insieme a molti altri – vorrebbe riportare ad Atene, sostenitore di una tesi che però trova sordo il governo di Sua Maestà Britannica. Aggiungiamo di passaggio che il cuore sembra battergli forte anche per lo splendido paio di gambe della guida di un gruppo di turisti in visita ai monasteri delle Meteore e l’autore annota malizioso che la ragazza, indossando la minigonna, non infrangeva alcun regolamento, come invece avrebbe fatto portando i pantaloni…
E sull’aereo che lo riporta a Madrid arriva il momento di fare un bilancio dell’intenso viaggio compiuto per il Mediterraneo orientale (geografico, ma anche attraverso i secoli) e ritorna il dilemma della scelta tra Atene e Gerusalemme. Se fosse ancora giovane, confessa, sceglierebbe senza dubbio Atene, accogliendone in toto la dea protettrice, una gran parte di Apollo, moltissima di Afrodite e poco o nulla di Dioniso, ma “visto que soy un viejo, no me lanzo a las sublimidades de Jerusalem pero sí a la luz natural, a la caridad amable y contagiosa de Galilea”. Speriamo che la situazione in Egitto si stabilizzi nei prossimi mesi. Se lo meritano i cittadini di quel paese a cui tutti noi siamo molto affezionati. E forse un giorno potremo leggere le lettere che Burucúa ci scriverà veleggiando lungo il Nilo.
Saul Stucchi
Twitter@alibionlineit
Nelle immagini, risalenti agli anni Novanta, sono raffigurati rispettivamente: la Cupola della Roccia a Gerusalemme, il Partenone ad Atene e il Tempio di Apollo a Corinto. Foto di Saul Stucchi, tranne la seconda che lo ritrae quand’era giovane…
José Emilio Burucúa
Cartas del Mediterráneo Oriental
Adriano Hidalgo Editora
168 pagine
15 €
www.adrianahidalgo.com