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Voi siete qui: Biblioteca » King Kasai. Una notte coloniale nel cuore dell’Europa

7 Marzo 2024

King Kasai. Una notte coloniale nel cuore dell’Europa

Scortato da un’inquieta curiosità ma anche da un’iniziale perplessità su quello che sta facendo, lo scrittore Christophe Boltanski trascorre una notte nel Museo Reale dell’Africa Centrale ora denominato Africa Museum, a Tervuren, vicino a Bruxelles, che è in realtà un mondo di orrori risultato da uno degli scempi peggiori che la storia umana abbia conosciuto, quello delle razzie – e del razzismo – degli europei nel cuore di quello che chiamavano il continente nero.

La singolare escursione, se è lecito definirla così, si spiega come un lavoro su commissione destinato a finire in un libro, King Kasai. Una notta coloniale nel cuore dell’Europa, volume tradotto in italiano da add editore (traduzione di Sara Prencipe).

Christophe Boltanski, King Kasai. Una notte coloniale nel cuore dell’Europa, add editore

È evidente subito all’autore come al lettore che la visita è giocoforza piegata a un umore inquieto – un’esplorazione nelle pieghe orrifiche di un passato che non smette di evocare i suoi fantasmi. Che l’ispezione si declini come un piccolo viaggio à la Cuore di tenebra (il Conrad superficialmente liquidato da ideologi fanatici come cantore del colonialismo laddove egli stesso ebbe a definirlo “la più vile corsa al saccheggio che abbia mai sfigurato la storia della coscienza umana”), lo conferma il fatto che la editor di Boltanski, Alina Gurdiel (che ha commissionato lo stesso tipo di lavoro a vari autori nella speranza che trovassero una qualche ispirazione in una seduta museale notturna) accompagnandolo fino al sito in una sera del 2020 gli abbia detto: “Forza. Vedrai che andrà tutto bene”.

Boltanski scrive di essersi sentito “come se stessi salpando per un Paese lontano”. Le pagine trascorrono dall’esplicazione storica ai modi di una quête, che il lettore rivive come se Boltanski attraversasse il museo con una videocamera incollata sulla fronte. Ne percepiamo l’aura infera, macabra, nutrita da un tempo che sembra tutt’altro che dissolto, come fermato ai decenni del dominio.

Boltanski coglie una sinistra goffaggine nel tentativo di maquillage decoloniale di chi ha preteso di affiancare statue mostrate un secolo fa come oggetti di conquista, e ora coperte da veli trasparenti, all’arte africana contemporanea. Un’operazione insomma che ha preteso di confondere la mera esposizione etnico-artistica con il caravanserraglio di trofei che i belgi prima esibirono come bottini di guerra e poi hanno provato a edulcorare trasformandoli in documenti ”neutri”.

Perché all’inizio della storia questo abbiamo: dopo aver colonizzato il Congo con ferocia delinquenziale – provocando anche milioni di morti – il re belga Leopoldo II (uno dei più deliranti fra i colonizzatori, avendo avocato a sé l’intera proprietà del paese, concessagli in realtà nella sciagurata Conferenza di Berlino del 1885) dette prova di una micidiale ottusità morale.

Quando inaugurò il palazzo all’Esposizione Internazionale di Bruxelles del 1897 non seppe nascondere un improvvido orgoglio: l’esposizione dei bottini di caccia, anche umani, invece che la confessione contrita di una violenta effrazione storica fu venduta come una meritoria conquista. Quelli erano i tempi – fosse la predazione di caucciù, avorio o esseri umani.

Ora però, a Boltanski pare che fra le lastre grigie all’esterno di sette congolesi lasciati al ludibrio degli avventori, è come se ancora si cogliessero le grida delle vittime, degli indigeni costretti al lavoro forzato. E che spettri angosciati svolazzino inquieti tra i profili, con tanto di pannelli esplicativi, dei conquistatori, ufficiali e strateghi di morte, impettiti avventurieri alla ricerca di “cobalto, oro, rame, manganese, tungsteno” etc (“L’Africa sembra una tavola periodica”, scrive) e gli animali impagliati nei corridoi.

La forza perturbante dei segni colpisce l’immaginazione dell’autore che cammina nel buio col suo quaderno e si interroga sulla trasformazione da palazzo-testimonianza e simbolo propagandistico delle conquiste in cui le sagome delle vittime venivano esibite come trofei (vi si esponevano interi “villaggi negri”), a museo d’arte.

Che la costruzione abbia a suo tempo rappresentato per i belgi un motivo di vanto nazionalista si vede anche dal riferimento al fumetto Tintin, sul quale l’autore torna più volte – fumetto che rese celebre l’uomo-leopardo, creatura ibrida che terrorizzava le genti, contro il quale l’Europa civilizzatrice opponeva le ragioni di una superiorità razziale, la stessa che rese il saccheggio del Congo interminabile.

Le esibizioni di “zoo umani” includevano i calchi delle vittime, le loro facce terrorizzate, maschere mortuarie, “sudari fossilizzati”. Ma anche feticci originariamente paragonabili a divinità, infilati in teche piene di “foglie, ossa, semi, denti, frammenti di unghie, capelli e sangue rappreso”.

Il titolo del libro prende il nome da quello affibbiato a un gigantesco elefante “immenso, maestoso, alto 7 metri”: anche lui, sottoposto alla cosmesi di un tardivo quanto impacciato, pasticciato senso di colpa. “Troneggia in disparte e lontano da tutto, in una solitudine assoluta”, come se ricordasse di non essere morto per cause naturali: “fu abbattuto per commissione”, aggiunge lo scrittore. Per un’altra esposizione.

Michele Lupo

Christophe Boltanski
King Kasai
Una notte coloniale nel cuore dell’Europa

Traduzione di Sara Prencipe
add editore
2024, 132 pagine
18 €

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