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Voi siete qui: Europa » Itinerari provenzali con partenza da Ménerbes

3 Ottobre 2020

Itinerari provenzali con partenza da Ménerbes

Settima parte del reportage di Marco Grassano sulla Provenza.

Partendo da Ménerbes, si possono comporre diversi itinerari…

Per esempio, si divalla verso Goult, lungo rigogliosi campi di grano che, accostati alla colza in piena fioritura, fanno pensare a un’enorme, fulgente bandiera brasiliana.

Un campo di grano e colza in Provenza

Poi, man mano che si risale dalla parte opposta, i ciglioni a strapiombo smussano i propri spigoli e si screziano in una gamma cromatica di spezie: polvere di zafferano, senape e, nei pressi di Roussillon, anche pepe bianco. È il circuito dell’ocra, vena di terre vivacemente pigmentate racchiusa nel grigio delle rocce circostanti, che impregna di colore, diventandone materia prima, le facciate delle case e sembra voler tingere persino l’aria.

Roussillon in Provenza

Lasciamo la macchina in basso, nel parcheggio. Seguiamo, fino al centro del borgo, una viuzza in pendio. Arriviamo in una piazzetta, affacciata sul vuoto e limitrofa alla torre civica che, attraverso le crepe dell’intonaco, lascia scorgere la propria anima fulva. Anche qui si possono contemplare le alture circostanti. In questo momento, appaiono chiazzate dall’ombra indaco delle nubi, a simulare un’azzurra salamandra.

Tramonto in Provenza

Più in alto, un vecchio camminamento per sentinelle, discosto dalla via principale, offre ulteriori visioni delle case sottostanti e delle colonne naturali di sfumato terreno rossiccio, che sostengono creste di esili pini a ombrello. Un portone è ricoperto da un trompe l’oeil: immagine sbiadita, screpolata e palesemente posticcia, nella quale risalta una prospettiva di balaustra, archi e paesaggio.

In un negozio d’angolo, acquistiamo un pesante portachiavi di ottone, munito di bussola e meridiana: potrà esserci utile per orientarci sulla mappa stradale. Bar, casette dagli intonaci lardellati di pietre affioranti, passaggi pedonali – tutto sembra materiato di tonalità giallognole e di gradazioni carnicine.

Gordes

Gordes si mostra, dopo pochi chilometri, come l’ennesimo grappolo di case abbarbicate in cima a un rilievo e rivolte a dominare la valle sottostante.

Gordes in Provenza

Iniziamo ad aggirarci tra i suoi stretti vicoli. Osserviamo una varietà sconosciuta di verdura, curiosamente lunga, esposta davanti ai negozi di ortofrutticoli. Passaggi a portico. Muri di pietra, dalla chiesa fino al cosiddetto Castello. Entriamo a visitarlo. Tutti e tre i piani, nientemeno, sono dedicati a una mostra antologica del belga Pol Mara, autentico pitùr (dalle mie parti, sia “pittore” che “imbianchino”).

Le tele più remote, risalenti agli anni Cinquanta, mi paiono puerilmente picassiane. La produzione artistica intermedia è costituita da ipotetiche prove di colore: disgustosi schizzi verdastri, bruniccio-marroncini, rosso-sporchi, che fanno pensare piuttosto a tracce del vomito bilioso di qualche malato di fegato.

Le ultime opere consistono invece in elaborazioni cilindriche di figure femminili, immagini, a mio avviso, opprimenti come incubi. Per fortuna, durante la visita passiamo di fronte al maestoso caminetto del salone, il che serve a giustificare, almeno in parte, la spesa per l’ingresso.

L’Abbazia di Sénanque

Non usciamo certo rinfrancati da una simile esperienza. Per esorcizzare il ricordo di queste discutibili creazioni, pensiamo di ricorrere alla pura fragranza religiosa delle lavande che circondano l’Abbazia di Sénanque e alla mormorante chiarità petrarchesca delle acque di Vaucluse.

L'abbazia di Sénanque in Provenza

Percorriamo il tratto di Statale che sovrasta una conca, ingentilita da colture geometriche. Svoltiamo in uno stradello d’asfalto, a una sola corsia ma con regolari, piccoli spiazzi, ricavati nella roccia per potersi scostare e lasciar transitare chi torna. Lo facciamo anche noi, quando incrociamo un camper dalle ruote grosse e dal solido aspetto di veicolo militare.

Avanziamo fino a raggiungere il fondo di una valletta a U, dove è morbidamente adagiata, fra scabre ed erte pareti, la bassa sagoma dell’Abbazia. Oggi è Venerdì Santo: il luogo di culto è chiuso. Riusciamo ugualmente a scorgere, sul retro, il saio bianco e la cocolla nera di uno dei frati cistercensi, mentre ripone in un deposito il rastrello appena utilizzato.

La lavanda è messa a dimora in lunghi, disciplinati filari, su diversi appezzamenti. Per adesso, non esibisce le sue preziose spighe violette: è troppo presto. Impossibilitati a effettuare la visita, passeggiamo lentamente fuori dal tempio. Ci godiamo il chiaroscuro degli alberi, tuttora in buona parte spogli, la profondissima quiete dei viottoli, il silenzio della gola, sottolineato, anziché disturbato, dal lieve sibilo della brezza fredda.

Vaucluse

Vaucluse, in linea d’aria, è ben poco distante. L’asprezza della geologia ci obbliga però a un percorso complicato. Dobbiamo rientrare a Gordes, scendere a Coustellet e risalire, lungo un’altra Statale, fino a Isle sur la Sorgue; qui giunti, proseguiamo in fregio al fiume.

Imbocchiamo poi una carrozzabile più stretta, dalla quale sovrastiamo un’enorme comba, fittamente coltivata in esigui poderi e cinta da costoni spogli, con rade chiazze di vegetazione verde cupo. Superiamo dirute bicocche di sassi, ognuna delle quali mi sembra possa essere la preterita dimora del grande Francesco. Valichiamo il torrentello dal portamento appenninico che aziona le pale di un mulino. Siamo arrivati.

Parcheggiamo di fronte alla chiesa: piccola, pareti di mattoni a vista, nessuna decorazione significativa. Facciamo una passeggiata. Chioschi in cui si vendono bibite o pellicole fotografiche. Negozi di cianfrusaglie per turisti. Bar e tavole calde. Decisamente, se il nostro poeta ripassasse di qui non troverebbe rispettato lo spirito bucolico e solitario delle sue liriche – a dispetto delle lapidi bilingui franco-italiane murate un po’ dovunque per commemorarlo.

Lungo il rivo, l’insegna di una cartiera in cui si fabbrica papier à la façon du quinzième siècle. Una nutrita famiglia di paperelle solca impettita la placida corrente. Le acque sono di un intenso verde smeraldino, forse in virtù di qualche alga, ma il loro aspetto glaciale non invita certo ai bagni.

Le chiare, fresche, dolci acque di Vaucluse

Il clima stesso si fa percepire rigido: le pareti rocciose circostanti, scavate in alto da grotte che paiono di ciclopi, condensano quaggiù, anche in questo tardo pomeriggio d’aprile, una sgradevole ombra gelata. Sul ciglio meridionale posano i bastioni scoscesi ed ermetici di una fortezza.

Un sentiero, in faticosa salita fra un folto di cespugli, ci consente di osservare dall’alto il fenomeno carsico dell’acqua e le sue suggestioni cromatiche. Scaturisce, con venature color bottiglia, da un botro perennemente privo di sole e si ingolfa, senza moto apparente, nei recessi di un insondabile abisso sotterraneo, sbadiglio della roccia. Ma eccola riemergere, ruscellando e spumeggiando, qualche decina di metri più a valle.

Fotografiamo il solo particolare non turistico: un casermone in evidente stato di abbandono, di fronte al quale si erge un platano. Quindi ce ne torniamo verso casa, fermandoci, sul piccolo valico tra Alleins e il nostro altopiano, a contemplare una chiazza infuocata di ultimo sole farsi strada, appena sopra l’orizzonte, attraverso una massa di nuvole bluastre, foriere di un blando ma insistente temporale notturno.

L’Abbazia di Saint Hilaire

Se da Ménerbes ci si dirige invece verso Lacoste, correndo fra vigne dai filari ancora spogli, si viene allettati all’improvviso da una stradina in discesa, in fondo alla quale attende l’Abbazia di Saint Hilaire.

L'Abbazia di Saint Hilaire

L’aspetto esterno è quello di una casa colonica delle nostre, con portone a tutto sesto, finestre inferriate, persiane: infatti, è attualmente dimora di privati cittadini. Solo l’affiorare – sul tetto – del vertice triangolare della navata tradisce la nascosta natura religiosa.

Come ci informa la nostra guida, questa chiesa di pietra, realizzata con la spoglia essenzialità che caratterizza tutti gli edifici sacri di Provenza, fu ultimata dai carmelitani nel 1254. Belle le piccole volte a botte spezzata. Austero il silenzio verde dello stretto chiostro. Enigmatica l’ormai inutile fuga prospettica dei meri pilastri squadrati che attraversano l’orto, spalancato alle molteplici variazioni color seppia dei campi sottostanti – fino alla repentina prominenza boschiva sullo sfondo.

Bonnieux

Proseguendo verso Bonnieux, si incontrano frutteti geometrici, coi rami tutti innevati dalla fioritura. Il villaggio appare come un insieme di spente toppe grigie e rossastre, cucite a strati sulla sommità di una tonda montagnola.

Lasciata l’auto nel rione inferiore, saliamo per una via che si allunga a formare una Z molto piatta. Imbocchiamo, verso destra, un vicolo ripido, lastricato in successivi, profondi gradini e parzialmente coperto. Alta su una parete, la grossa scritta verticale “SALON de THE”. Scavi per lavori alla rete dell’acquedotto.

Bonnieux dalla terrazza panoramica

Arriviamo sulla terrazza panoramica, da cui si domina il paesaggio nuvoloso della Val Calavon. Verso destra, una serie di marcate increspature orografiche, sul cui lembo estremo sorge il castello del Marchese de Sade. Ai nostri piedi, il caseggiato compatto, al quale fanno seguito, in prospettiva, molli ondulazioni di poggi. La nuda, lontana dorsale a nord, dove i raggi sghimbesci dell’occaso giungono non schermati da nubi e dettagliano a chiaroscuro il versante visibile.

Giriamo un poco attorno all’antica chiesa del XII secolo, già chiusa. Osserviamo una grande croce di ferro battuto, collocata in cima a una lapide che onora i caduti di guerra. Le passiamo dietro, rasentando poi il cimitero e un quartiere di nuove villette nascoste dai propri giardini. Alla fine, ci ritroviamo a perpendicolo sul punto di partenza, cui torniamo scendendo una scalinata.

Per qualche inconsapevole e vaga somiglianza, fatta di vecchie case e di luce scarsa, Bonnieux mi fa pensare, in questo momento, al centro storico di Bassignana, comune confinante col mio.

Settima parte – segue.

Marco Grassano
Foto di Marco ed Ester M. Grassano

Didascalie:

  • La bandiera brasiliana di grano e colza
  • Roussillon
  • Il tramonto fra nubi temporalesche
  • Gordes
  • L’Abbazia di Sénanque
  • Le chiare, fresche, dolci acque di Vaucluse
  • L’Abbazia di Saint Hilaire
  • Bonnieux dalla terrazza panoramica 
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