Quarta parte della tappa a Gozo del reportage di Marco Grassano.
Torniamo verso il Mulino Ta’ Kola, lungo una fila di case particolarmente ricche di elementi decorativi che inizia con l’eclettico negozio in cui si vendono bibite, gelati, capi d’abbigliamento, cartoline e oggetti artigianali. È mezzogiorno; il carillon di campane della chiesa inizia a suonare l’inno mariano “La squilla di sera chiamava i fedel”. Il testo che cantano a Malta sarà probabilmente diverso, visto che sera non è.
Esibiamo il biglietto ottenuto ai Templi dei Giganti ed entriamo. Nelle stanze, si susseguono collezioni di utensili relativi ad alcuni mestieri.
Subito in quella dedicata alla falegnameria (bancone, seghe, pialle, squadre, morse, trapani, succhielli, ecc.), un poster ricorda l’ultimo mugnaio, Ġużeppi Grech detto Żeppu Kola – ecco, dunque, il perché del nome “Ta’ Kola windmill”. Nacque nel 1900; partecipò alla Prima Guerra Mondiale; emigrò per sei anni in Australia a lavorare nei campi; rientrò quindi a Malta, dopo la morte del padre, per farsi carico del mulino; durante la Seconda Guerra Mondiale ripristinò e riattivò diversi altri mulini a vento, per sostituire quelli a vapore che la mancanza di combustibile aveva reso inutilizzabili; riservato e gran lavoratore, riunì molti strumenti, qui esposti; morì nel 1987. La foto, in bianco, e nero lo mostra somigliante a Charlie Chaplin nel film Luci della ribalta.
A seguire, una piccola fucina e gli attrezzi per lavorare il ferro, altrettanto indispensabili nel mantenere efficiente l’impianto molitorio. La sala del commercio; al muro, cantari, bilance e stadere. Lungo la parete di fronte, pannelli illustrano la storia della cosiddetta “trilogia alimentare mediterranea”: pane, vino, olio.
Piccole macine a manovella, per quantitativi di farina “domestici”; un modello in legno del mulino; un’impastatrice inglese, obsoleta ma probabilmente già elettrica.
Saliamo la scala a chiocciola, assecondata da una ringhiera di legno bruno. Al piano superiore sono ricostruiti gli ambienti domestici dell’epoca: cucina, tinello o sala da pranzo, camere da letto, con testiere in ferro battuto, un telaio (nella stanza col lettino a una piazza), abiti maschili e femminili (gonne, pantaloni, un farsetto di foggia greca, istoriato).
Ci inerpichiamo fino al sottotetto, con le ingombranti macine di scabra pietra e gli ingranaggi di trasmissione del movimento: grandi ruote dentate, pulegge, cardani. Nelle nicchie dei finestrini, sedili di legno rossastro e lucido, come quello della pavimentazione. All’esterno si sente il vento sibilare con forza; si ha persino la sensazione, per fortuna illusoria, che scuota la struttura. D’altronde, senza vento non ci potrebbero essere mulini a vento…
Mi vengono in mente le storie narrate da Federico Davide Ragni nelle pagine di Rami sull’acqua, la quotidianità minuta di un mulino azionato dalla roggia di Piovera. Vorrei mandarne loro una copia, come testimonianza di esperienze analoghe. Lo dico alla ragazza dell’ingresso, per sapere a quale indirizzo fare la spedizione. Non sa indicarmelo, prova a telefonare anche ai Templi: risulta che la sede amministrativa, cui recapitare la posta, è a La Valletta… Proverò a verificare su Internet, ma intuisco che il libro qui non arriverà mai. Come burocrazia, sono piazzati bene anche loro. Pazienza.
Ci riportiamo alla chiesa. Imbocchiamo, subito a destra, Triq It Tigrija e la seguiamo pian piano. Anche questa è proprio una viuzza di paese, tra le più ordinariamente universali. Un negozietto di ortofrutta. Si direbbe che verdurieri e macellai siano qui gli esercenti più diffusi. Una grande scuola moderna e simmetrica, a scalinate di accesso speculari, come se ne trovano da noi. Con un po’ di immaginazione, e considerato il tutto, potremmo pensare di essere a Castelnuovo Scrivia o a Mede Lomellina.
Avanziamo e avanziamo tra abitazioni che tendono a ripetersi. Qualche muretto a secco delimita fazzoletti di orto, tenuti male o decisamente inselvatichiti in cespugli e fichi d’India. Man mano che ci allontaniamo dal centro, le costruzioni si fanno più rade; dietro la linea di case si scorge una campagna aspra.
Sulla facciata di una casetta a un solo piano, una lapide marmorea di forma irregolare ricorda, con lettere scancellate, che vi nacque il poeta e romanziere Mattew Sultana (1918 – 1986). Dalla lastra sporge, in altorilievo, la testa di bronzo di un frate occhialuto, barbuto e calvo. Su Internet troviamo a fatica una scheda assai sommaria in maltese, dalla quale apprendiamo solo, intuitivamente, che è sepolto in una tomba comune per religiosi, nel cimitero di Santa Maria Addolorata, a Paola. Nessun esempio di quel che può aver scritto. Gli dedico il mio tributo di memoria.
Gli edifici terminano fra cespugli e fichi d’India, sovrastati dalla vista del mare. Le ginestre accennano, anche qui, a fiorire, accendendo i loro timidi puntini giallo sole sotto il cielo ancora umido e incerto. Un rione o quartiere o frazione, staccato dal resto del villaggio. Scendiamo dolcemente, curvando, a tratti, fra muretti e terrazzamenti popolati di macchia mediterranea od occupati dai soliti fichi d’India.
Anche questa pare zona da Montalbano. Un ultimo gruppo di edifici ben inseriti nel paesaggio, quasi come rocce naturali; in primo piano, un’esplosione di glauche pale spinose. Poco dopo, sulla destra, una villa, camuffata abilmente, verso strada, da abitazione qualunque. Per certi versi, la strada somiglia a quella che da Vigoponzo scende verso il Torrente Borbera.
Arriviamo infine a uno spiazzo con: parcheggio per bus; una roulotte trasformata in chiosco per la vendita di pastizzi, pizza e piatti vari, tra cui arancini e lasagna; un duplice bagno pubblico tinteggiato di bianco, come ve ne sono da noi nei cimiteri; la Calypso’s boutique; un camminamento in salita, segnalato dalla freccia Calypso Cave (Grotta di Calipso).
Lo imbocchiamo. Varcato un muretto di pietra, diventa percorso pavimentato in assicelle di legno che si apre, al termine, in un belvedere dal quale si domina a perpendicolo l’intera baia di Ramla: la parte scoscesa e rocciosa sotto di noi e la lunata spiaggia color senape sulla destra, in cui camminano rade persone e al cui centro sorge un monumento, probabilmente devoto ma non certo agli dèi greci.
Qui dunque sedeva ogni giorno Ulisse, ginocchia fra le braccia, fissando l’orizzonte e rimpiangendo continuamente la patria lontana, malgrado la compagnia allettante e premurosa della “ninfa dai bei riccioli”.
Cerchiamo in rete l’Odissea. La versione di Lawrence d’Arabia è bella, ma in un inglese troppo difficile per noi. In italiano, la più leggibile è la traduzione in esametri barbari del pudico Ettore Romagnoli. Troviamo un passo nel Canto I e uno, più lungo, nel Canto V:
Ma mi si spezza il cuore, pensando al saggissimo Ulisse,
misero, che dagli amici lontano, si strugge di doglia,
in mezzo al mare, in un’isola, ov’è l’umbilico del ponto.
Fitta è quell’isola d’alberi; e quivi una Diva soggiorna
nella sua casa: la figlia d’Atlante, nemico dei Numi,
che tutti sa del mare gli abissi, che regge i pilastri
alti, che l’un dall’altro dividono il cielo e la terra.
La figlia sua trattiene quel gramo che sempre si lagna,
e di molcirlo tenta con molli, con blande parole,
se mai d’Itaca farlo potesse oblioso. Ma Ulisse
vorrebbe anche il sol fumo vedere che sbalza dai tetti
della sua terra, e morire…
(…)
Ma quando all’isola giunto fu poi, che remota sorgeva,
dal violaceo ponto balzò, mosse verso la costa,
sin che pervenne alla grande spelonca, dimora alla Ninfa
ricciola bella. Ed appunto quivi era, allorché giunse Ermete.
Sul focolare un gran fuoco brillava, e per l’isola tutta
si diffondeva l’odore del cedro che ardeva, e del dolce
larice; e dentro, la Diva, cantando con voce soave,
scorrea tutto il telaio con l’aurea spola, e tesseva.
Una foresta folta cresceva d’intorno allo speco,
tutta in rigoglio: il pioppo, l’ontano il fragrante cipresso:
quivi facevano il nido gli uccelli dall’ala veloce,
gufi, e sparvieri, e cornacchie ciarliere che vivon sul mare.
Ed una vite domestica intorno alla cava spelonca,
tutta di grappoli colma, girava la pompa dei tralci.
Quattro fontane in fila, volgevan chiare acque, sgorganti
l’una vicina all’altra, poi volte per quattro cammini.
E molli prati d’intorno fiorian petrosello e viole.
Anche un Celeste, che quivi giungesse, dovrebbe a tal vista
meravigliato ristare, dovrebbe gioir nel suo cuore.
E qui stette e ammirò l’Argicida che l’anime guida.
Provo un’intensa emozione, pensandomi nel luogo esatto cui si riferiscono queste parole plurimillenarie. Certo, molte cose sono cambiate, rispetto alla descrizione. Come ovunque, la “civiltà” ha totalmente deforestato. Soprattutto, Omero non poteva conoscere le specie botaniche importate, secoli e secoli dopo, dall’America, che ora sono così caratteristiche del paesaggio, persino più delle piante endemiche.
Attraverso un sentierino che si snoda in un frammento di accidentata gariga, torniamo sul piazzale, sfociando di fianco ai bagni, e quindi ci riportiamo in paese. Rasentando la chiesa, notiamo che anche sulla sua parete una lapide ricorda Patri Mattew Sultana; in calce, una quartina rimata, in corsivo, per noi totalmente incomprensibile. Di fianco, altre lapidi maltesi citano personaggi dei quali non siamo sempre in grado di capire il sesso: Karmen è certo donna, Laurent presumibilmente uomo, ma Egien? Sempre che sia davvero un nome e non qualche titolo onorifico…
Quattordicesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- La chiesa di Xewkija domina il villaggio
- Verso la grotta di Calipso
- Gruppo di case come rocce
- La grotta di Calipso a Gozo
- Lo sguardo di Ulisse
- Lapide a ricordo di Patri Mattew Sultana sulla chiesa di Xewkija