A margine della mostra I Tarocchi dei Bembo. Una bottega di pittori dal cuore del Ducato di Milano alle corti padane, “quelle carte de triumphi che se fanno a Cremona”, allestita alla Pinacoteca di Brera di Milano fino al prossimo 7 aprile, ALIBI Online ha intervistato il curatore (insieme con la soprintendente Sandrina Bandera) Marco Tanzi, professore dell’Università del Salento.

Una volta uscito dalla mostra, al visitatore che itinerario consiglia?
Naturalmente Cremona, con un passaggio da Sant’Agostino, con la cappella Cavalcabò, e il Museo Civico, con diverse opere bembesche, tra le quali la Madonna con il Bambino in trono tra due angeli, eseguita per l’altare maggiore del Duomo, con il manto rifatto nel 1507 da Boccaccio Boccaccino. All’inizio del millennio, poi, c’è stata una straordinaria scoperta, non ancora valorizzata adeguatamente: gli affreschi nel coro della chiesa di Sant’Omobono. Sono un capolavoro assoluto di Bonifacio negli anni cinquanta del XV secolo. Poi Monticelli d’Ongina, con gli affreschi nella cappellina della rocca, eseguiti per Carlo Pallavicino dalla bottega bembesca, nella quale si riconoscono due personalità, Ambrogio Bembo e il Maestro di Monticelli, che credo sia da identificare in Gerolamo Bembo.
Lo stesso pittore è probabilmente l’autore degli affreschi della Camera d’oro nel castello di Torchiara, alle pendici dell’Appennino parmense, uno dei luoghi più suggestivi e magici della cultura tardogotica in Valpadana: celebrano gli amori di Pier Maria Rossi per Bianca Pellegrini, effigiata nella volta in veste di pellegrina, appunto, nei vari castelli dei domini rossiani. Infine, a Milano, la cappella ducale del Castello Sforzesco è una delle ultime imprese, negli anni settanta, di Bonifacio Bembo, accompagnato da Stefano de Fedeli e Giacomino Vismara.

Quali sono le influenze fiamminghe sull’opera di Benedetto, in particolare nella Madonna dell’Umiltà?
Quella che continuo a chiamare per abitudine – ma sbaglio – Madonna dell’Umiltà, del Museo Lia di La Spezia, è in realtà una Madonna “del prato”. È il capolavoro di Benedetto Bembo, un’opera di qualità altissima, impregnata di influssi ferraresi e fiamminghi. Roberto Longhi l’aveva infatti riferita ad Angelo Maccagnino, un pittore pisano attivo a Ferrara alla corte di Leonello d’Este. Questi possedeva un trittico di Rogier van der Weiden descritto dagli umanisti presenti alla sua corte, come Ciriaco d’Ancona e Bartolomeo Facio, che ebbe una suggestione enorme sui pittori locali. Nella nitidezza ottica del dipinto, nella perspicuità con cui sono colti i particolari, nella definizione degli angeli, si colgono gli influssi fiamminghi principali della Madonna Lia e si può ipotizzare la presenza di Benedetto Bembo al cantiere ferrarese di Belfiore.

Mi hanno molto incuriosito le tavole con Storie della Genesi, soprattutto quelle dedicate a Giuseppe: dove si possono vedere le altre tavole non esposte? Si tratta di manufatti comuni per l’epoca?
Le tavolette da soffitto sono molto comuni tra XIV e XV secolo in gran parte della Valpadana, soprattutto Lombardia e Piemonte: quelle in mostra fanno parte di un ciclo proveniente da Cremona, suddiviso tra il museo della città, quello di Trento, il Museo Bardini a Firenze e varie altre collezioni. Altre tavolette da soffitto cremonesi, di diversa tipologia, raffiguranti soprattutto con teste di personaggi di fantasia, ma anche ritratti, sono in diversi musei. Alcuni soffitti sono ancora in situ, come, per esempio, quelli di Palazzo Fodri a Cremona.
Nel catalogo lei neppure troppo velatamente propone una prossima mostra e fa la lista dei desiderata. Si tratta di un progetto a cui state già lavorando o è una sorta di “provocazione” per verificare il grado di attenzione dei potenziali finanziatori?
Diciamo che auspico una mostra sulla lunghissima stagione del gotico morente in Lombardia (secondo la felicissima definizione di Roberto Longhi), con le mie predilezioni e i vari desiderata, però non c’è niente di concreto in ballo. Non è nemmeno una provocazione: sarebbe bello poterci lavorare nelle condizioni migliori, prima o poi. Tutto qui.
A cura di Saul Stucchi
Recensione della mostra: