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Voi siete qui: Interviste » Intervista a Paolo Brusasco, autore di “Babilonia. All’origine del mito”

28 Marzo 2012

Intervista a Paolo Brusasco, autore di “Babilonia. All’origine del mito”

Questa sera, alle ore 18.00, il professor Paolo Brusasco presenterà il suo libro Babilonia. All’origine del mito (Raffaello Cortina Editore) alla Biblioteca Sormani di Milano. ALIBI Online l’ha intervistato.

Professor Brusasco, Babilonia è l’archetipo della città cosmopolita e tutto il suo libro è teso a smontare la “leggenda nera” che ancora incombe sulla città. Quali furono secondo lei le caratteristiche particolari di Babilonia, quelle che la differenziavano dalle altre metropoli antiche? E quali i lati oscuri che le riconosce?

L’elemento connotativo è l’inesauribile propensione a integrare i vari popoli allogeni che di volta in volta si affacciavano sulla scena geopolitica: non bisogna dimenticare che proprio in Mesopotamia sono nati i primi vocabolari bilingui, e che a Babilonia gli idiomi di popoli vicini e lontani quali i Sumeri, gli Aramei, i Persiani e i Greci venivano tutti debitamente tradotti nel cuneiforme babilonese.

Ciò ha determinato incredibili contaminazioni etnico-culturali, e, con queste, indubbie trasmissioni del sapere, soprattutto per quanto attiene al contatto tra babilonese e aramaico e tra babilonese e greco. Tale interscambio culturale fu assai fecondo, almeno a giudicare dalle successive testimonianze della scienza greca, in molto debitrice verso quella mesopotamica.

I compilatori della Bibbia (partendo da un’ottica più provinciale, agricolo-pastorale) consideravano questa mescolanza di popoli e culture come semplice “confusione”, tuttavia tale crogiolo di popoli, allora come oggi, costituiva l’ambiente urbano ideale per produrre innovazione, tecnologia e progresso. Siamo lontani dalla ben più autoctona visione del mondo classico – esemplificata dallo storico greco Erodoto – del tò Hellenikón, l’ “essere greci”, con l’enfasi sulla comunanza di lingua e di etnia, di usi e costumi simili, il cui tradimento “sarebbe disdicevole per gli ateniesi”.

La grandezza di Babilonia è la forza della differenza e dell’integrazione di tutti i popoli, compresi gli Ebrei in esilio cui venne permesso di edificare una nuova Gerusalemme in terra babilonese, detta Yahudu in lingua locale. I lati oscuri sono quelli legati a tutte le grandi metropoli della storia, ieri come oggi, con le loro contraddizioni, conflitti sociali, vizi e virtù.

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Lei mette ben in rilievo gli aspetti positivi di Babilonia, soprattutto come centro di sapere. Quali sono i debiti principali della civiltà greca in primis e di quella “occidentale” tout court verso Babilonia?

[codice-adsense-float]Non si può scindere gli uni dagli altri poiché sono stati proprio i Greci a trasmettere all’Occidente l’eredità culturale babilonese, filtrandola e adattandola al rigore logico e razionale che li caratterizzava. Un filo sottile unisce Noi a Babilonia attraverso, per esempio, opere come l’Almagesto del grande astronomo “greco” Tolomeo (II secolo d.C.).

È attraverso questo celeberrimo trattato astronomico – assai noto nell’Europa medievale – che abbiamo riassorbito lasciti babilonesi quali la notazione sessagesimale, le osservazioni sulle distanze planetarie e le eclissi (il ciclo detto di Saros di 18 anni per il computo delle eclissi lunari), il valore del mese lunare medio, il grado come misura angolare, i nomi delle costellazioni e il sistema zodiacale.

Nella medicina, l’idea stessa di diagnostica clinica e di prognosi è nata a Babilonia, per essere ribadita in maniera più puntuale e scientifica dalla scuola greca di Ippocrate. Si pensi al giuramento detto ippocratico, tuttora vigente nella medicina moderna: la filosofia di tale voto – il giuramento a Asclepio, il sapere celato all’interno di famiglie di medici, la lealtà verso il malato – si conforma ai giuramenti di fedeltà che i governatori assiro-babilonesi rendevano ai loro illustri sovrani, ai quali promettevano lealtà e protezione in nome dei maggiori dèi del pantheon.

Per non dire infine delle scoperte in campo matematico, erroneamente ritenute di matrice greca, ma che in realtà sono già attestate nei testi cuneiformi babilonesi: in primis il cosiddetto teorema di Pitagora. Invece, gli aspetti magico-alchimistici – cari alla tradizione medievale europea e ritornati in auge con la New Age – rimontano più direttamente alla mediazione arabo-musulmana: il Gāyat-al-hakīm (“Il fine del saggio”) dell’astronomo-alchimista al-Magriti Maslamah ibn Ahmad – tradotto nella versione latina col nome di Picatrix – si rifà al modello babilonese dei trattati di magia, con la disquisizione circa le arcane corrispondenze di pietre, animali, piante e segni zodiacali, e le formule per comunicare con lo spirito dei pianeti.

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Il mito di Babilonia è uno dei più radicati nell’immaginario collettivo, insieme a pochi altri, tra cui quello di Atlantide (anzi: Babilonia come anti-Atlantide? Atlantide “nera”?). Può servire come materiale per costruire l’ideologia della città cosmopolita del XXI secolo?

A differenza dell’Atlantide dei dialoghi platonici – sinonimo di una civiltà perduta nella notte dei tempi – il mito di Babele si radica materialmente nella realtà, in quella Babilonia che, scavata da Robert Koldewey all’inizio del Novecento, è situata a circa 90 chilometri a sud dell’odierna Baghdad, in Iraq.
Il mito del Male attecchisce facilmente nella storia, ma in questo caso ho cercato di decostruirlo. Invece, la lezione che ci offre Babilonia è molto positiva e attuale. In parte ho già risposto quando parlavo di Babilonia come città delle differenze etnico-linguistiche e culturali. Mai come oggi la società contemporanea deve tentare di ricostruire le proprie origini e imparare ad apprezzare antichi modelli di sviluppo sociale di straordinaria efficacia storica: a Babilonia il “diverso” in quanto tale non era concepibile, nessuno veniva stigmatizzato per la semplice appartenenza a una razza o a una religione allogena, o a un costume sessuale alternativo. La società era aperta, permeabile, e le distinzioni erano di censo e non di casta (si veda il Codice di Hammurabi).

Va ricordato che nell’antica Mesopotamia il nemico o “l’altro” hanno un’accezione prettamente comportamentale – non razzista – che rimanda all’inciviltà della vita nomadica (il vivere nelle tende…) rispetto a quella urbana (si ricordi, ad esempio, la fusione di Semiti e Sumeri), mentre in Occidente e nell’Islam la diversità è spesso considerata più radicalmente in termini razziali e/o religiosi. Una lezione, quella babilonese, che potrebbe risultare utile nel contesto delle megalopoli attuali: proprio con un’enfasi costruttiva che ricorda l’edificazione della torre di Babilonia, e con pari energie di popoli diversi, si sta oggi celebrando la lenta rinascita della nuova torre di New York, quella gigantesca “Freedom Tower”, vanto degli USA, nata sulle macerie di Ground Zero dopo la strage qaedista del 2001 e pronta a risorgere più in alto di prima.

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Cosa ricorda in particolare delle sue campagne di scavo in Iraq?

Ho vissuto quelle campagne di scavo con grande passione, in particolare proprio la mia prima spedizione (da neolaureato) in Medio Oriente è stata quella a Babilonia, e da questo nasce il mio affetto per questo sito straordinario. Babilonia è il sito che ogni archeologo vorrebbe scavare, per via della sua storia incredibile che spazia dagli incunaboli della scrittura alla ventata di ellenismo portata dal grande Alessandro Magno, il quale l’ha scelta come prima capitale del suo esperimento ecumenico di fusione tra Oriente e Occidente.

Tuttavia, le mie aspettative si sono scontrate con la delusione di vedere una città fantasma, spogliata del suo glorioso passato. Durante lo scavo registravamo il saccheggio dei ladri di mattoni che nel corso dei secoli hanno razziato i preziosi laterizi per costruire le città islamiche della regione: ricordo di avere visto molti mattoni recanti l’iscrizione di Nabucodonosor II riutilizzati nei vicini villaggi. Rammento anche le mastodontiche ricostruzioni saddamiane degli anni ’80 del Novecento che, per quanto non filologiche, hanno restituito alla città almeno una parvenza della gloria passata.

In effetti, la Direzione delle Antichità irachena seguiva da vicino i nostri scavi e mostrava grande interesse per l’archeologia dell’area.

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Com’è la situazione attuale del sito archeologico? Quali sono i piani del nuovo governo?
Purtroppo la situazione è gravemente peggiorata in seguito alla II Guerra del Golfo dell’aprile 2003. L’installazione della base militare anglo-americana Camp Alpha ha alterato gravemente l’archeologia del sito con una serie di interventi invasivi: dalla costruzione di decine di trincee difensive alla bonifica con bulldozer di terreno archeologico per la costruzione di infrastrutture (tra cui un eliporto), sino alla sciagurata idea di allestire delle barriere di contenitori HESCO a scopo difensivo, riempiendoli di terreno archeologico di Babilonia e di antichi siti-satellite.

Le fragili strutture murarie in crudo dei principali monumenti – la Porta di Ishtar, la Via delle Processioni, il Palazzo Sud e i vari templi cittadini – hanno fortemente patito dell’intervento. L’attuale governo di unità nazionale guidato dal premier Nouri al-Maliki non sta facendo molto per porre rimedio ai danni: Babilonia è vista dalla dirigenza sciita come una semplice icona del passato da sfruttare per motivi turistici, senza mettere in sicurezza e restaurare in modo esaustivo i suoi importanti monumenti.

Se la dirigenza sunnita di Saddam Hussein proiettava nel sito la propagandistica celebrazione dell’Iraq socialista, oggi si avverte il problema opposto: la mancata identificazione dei musulmani sciiti col retaggio preislamico del paese, considerato alla stregua della Jahiliyya, ovvero “l’età pagana dell’Insipienza”.

a cura di Saul Stucchi

Brusasco_coverPaolo Brusasco

  • BABILONIA. All’origine del mito
  • Raffaello Cortina Editore
  • 306 pagine, 26 €
  • Mercoledì 28 marzo ore 18.00
  • Biblioteca Sormani
  • Corso di Porta Vittoria 6
  • Milano
  • Tel. 800 88 00 66
  • www.comune.milano.it/biblioteche/sub_sormani.html
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