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Voi siete qui: Europa » In giro per Amsterdam: la Biblioteca e i Musei

2 Marzo 2019

In giro per Amsterdam: la Biblioteca e i Musei

Diciottesima parte del reportage di Marco Grassano sull’Olanda.

Arriviamo a una massiccia pagoda fluttuante: il ristorante cinese “Sea Palace”, assecondato da una lunga banchina di doghe nude che una serie di passerelle collega alla terraferma. La percorriamo in parte anche noi, per scattare foto alla darsena.

Amsterdam: verso la Biblioteca - la chiesa di S. Nicola

Accanto al Conservatorio, la nuovissima Biblioteca Civica. Entriamo a visitarla. Scale mobili sia per salire che per scendere. Arriviamo al piano più elevato e ci affacciamo alla vetrata del bar – chiuso – per fotografare il paesaggio urbano di fronte a noi. Ecco, con un obliquo profilo da transatlantico, il Museo delle Scienze progettato da Renzo Piano, che si raggiunge, da qui, tramite un ponticello sorretto da una struttura portante bianca, curva e complessa.

La Biblioteca è davvero degna di nota. Numerose le postazioni informatiche per la consultazione dei testi, dove sono all’opera vari utenti. Poltrone appartate fanno presagire e invidiare una comoda lettura. Il catalogo dei libri, molto ricco, è diviso per piani, secondo gli argomenti. Ci aggiriamo per un po’ fra gli scaffali bianchi, bassi e labirintici della letteratura, disponibile purtroppo solo in lingua locale. Trovo e mostro a mia figlia una corposa versione del Decameron, con sovraccoperta nera.

Amsterdam: panorama dal Museo delle Scienze

Ci portiamo verso il Museo. Molte persone percorrono il ponte, camminando o pedalando. Arriviamo in corrispondenza della poppa. Alla base, una vetrata attraverso la quale si scorge un ampio spazio interno, semivuoto. La grande scritta quadrangolare, in verde e nero, NEMO.

Costeggiamo la fiancata fino all’ingresso, che tronca la prua come fosse il portellone anteriore di un traghetto. Di fronte, una scultura metallica a forma di piccola noria. Entriamo dalla porta a bussola. Un atrio molto vasto da cui salgono dritte, fra corrimano di legno e metallo, rampe successive di gradini, facendo pensare a un centro commerciale.

A sinistra, oltre il guardaroba custodito da un’addetta, l’indicazione dei bagni. A destra, quattro postazioni per i Tickets e uno spazio riservato allo Shopping turistico. Sulle scale c’è parecchio andirivieni, soprattutto di bambini e ragazzi. Non ci va di pagare un biglietto per infilarci in mezzo alla confusione.

Nell’angolo dietro di noi, una squadrata torricella di mattoni contiene l’ascensore di lucido metallo che collega la hall all’inclinato terrazzo pensile. Ci saliamo. Una serie di bassi e profondi scalini – che occupano l’intera larghezza e sono ritmati visivamente da panche rivolte verso la città – ascende fino alla piatta costruzione di vetri in cui si annida il bar. Tavoli e sgabelli esterni, fra coppie di ulivetti in vaso.

Al centro dell’area, una piattaforma tondeggiate di marmo scuro e opaco dalla quale si elevano corti sprizzi d’acqua che confluiscono poi in un alveo a cascatelle. Simmetricamente, a destra e a sinistra, altre superfici circolari, una delle quali attrezzata per indicare l’ora sulla base dell’ombra che il sole proietta nei vari mesi dell’anno. Bordure verdi dichinano su entrambi i fianchi. Blocchi ornamentali a forma di enormi ritagli di tubo, in cui giacciono pigramente alcuni turisti.

Amsterdam: il terrazzo del Museo delle Scienze

Percorriamo la rampa a gradini che, sul lato sinistro, scende verso un molo al quale sono ormeggiate in batteria svariate imbarcazioni storiche per il trasporto merci o per la pesca, di fogge differenti ma tutte in legno. Si tratta del Museo del Porto – se traduco correttamente la parola Museumhaven.

L’ultimo battello della fila pare quasi un rimorchiatore e si chiama Alberdina. In aderenza alla riva opposta, un vistoso trealberi con l’aria più da galeone che da goletta. Al termine della nostra banchina sfavilla invece una struttura prismatica di vetro con ampie superfici stondate di alluminio, sede dell’ARCAM – ossia l’Architectuur Centrum Amsterdam. La rasentiamo salendo una rampa che ci riporta al livello della strada.

Facciamo una sosta, per bere, sulla panchina di pietra inclusa nel muretto che delimita il marciapiede, ombreggiato da un duplice filare di alberi. Ecco che, a poca distanza, si ode il segnale acustico di un ponte levatoio, mentre calano delle sbarre. La parte rampante è qui molto larga, pari a più corsie per ogni senso di marcia.

Attraversiamo, con la mossa del cavallo, un vasto crocicchio circondato da scure superfici liquide, e ci ritroviamo accanto al negozio dove avevamo noleggiato le biciclette. Da lì, rifacendo al contrario il percorso seguito il primo giorno, proseguiamo fino alla Waterlooplein, la piazza del mercatino, in cerca di un locale dove mangiare un boccone prima della visita alla Sinagoga.

Svoltato l’angolo della chiesa di Mosè e Aronne, superiamo alcune vetrine non pertinenti al cibo e veniamo quindi attratti dalla tenda sporgente rossa, dai tavoli e dalle sedie di legno grigio del caffè Waterloo. Il nome è, ovviamente, collegato alla piazza, non a Napoleone: ma non lo comprendiamo subito, e lì per lì ci stupiamo del riferimento – che ci pare fuori luogo – a una battaglia certo importante, ma avvenuta in Belgio.

Subito a sinistra dell’ingresso, un settore leggermente sopraelevato da una bassa pedana di assicelle a vista, con tavolini quadrangolari che assecondano un lungo sedile a forma di L e sono serviti anche da tondi sgabelli. Soffitto rivestito di legno. Ampi specchi in cornice coprono la parete più vicina.

Consultiamo il menù plastificato: per fortuna, è disponibile anche in versione inglese. L’interessante zuppa di piselli la si può ordinare solo d’inverno (served only in winter), così decidiamo di prendere entrambi quella “del giorno”. Scegliamo poi un plate of fries with kroket, con l’aggiunta di ketchup (che si paga a parte: 25 centesimi).

Arriva il cameriere, moro e dall’aria vagamente esotico-iberica. Ordiniamo. La zuppa è di pollo (chicken – kippen). Ci va bene, perché proteica ma, in teoria, digeribile. Da bere mi prendo mezzo litro di Heineken – ormai alla birra olandese ci ho preso gusto – mentre Ester, spartana senza “se” e senza “ma”, opta di nuovo per la Cola Zero.

Mentre attendiamo, vado a lavarmi le mani nel bagno in fondo al locale. Passo lungo il corridoietto tra il bancone e alcuni tavoli, posti a ridosso di una parete interamente occupata da una foto in bianco e nero. Raffigura la vicina chiesa e lo spazio da cui un tempo era circondata. Ben tracciati a gesso su una lavagna, gli inviti a gustare le offerte della caffetteria. Un paio di tavolini accolti, poco oltre, in una rientranza a sinistra.

Le ciotole di zuppa sono abbastanza grandi e accompagnate da una pagnottella ciascuna. Il brodo è denso di carne sfibrata e di corti vermicelli molto cotti. Neppure le patatine e la crocchetta si possono definire scarse. Alla fine siamo ben sazi, non ci sentiamo di altro. Il conto è di 27,20 euro: ragionevole.

Diciottesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalie:

Verso la Biblioteca – la chiesa di S. Nicola
Panorama dal Museo delle Scienze
Il terrazzo del Museo

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