Ne aveva già scritto da par suo Piero Camporesi in un libro del 1997, Camminare il mondo. Vita e avventure di Leonardo Fioravanti medico del Cinquecento (per Garzanti). Il che è indiziario dell’interesse di questo curioso personaggio vissuto nel tardo Rinascimento, Leonardo Fioravanti, medico “empirico” e girovago, teso a cercarsi un suo spazio fra maghi, cerusici, guaritori degni di Frate Cipolla e accademici subordinati ai dettami della teoria. Bolognese inviso soprattutto a questi ultimi, ne fu un tale nemico che una volta giunto a Milano ne subì la vendetta che lo avrebbe portato in prigione. La partita si giocava come sempre su un terreno ibrido: convinzioni “professionali” e brutale competizione per accaparrarsi i favori della piazza. Fioravanti aveva detestato da sempre la teoria avulsa dalla verifica, aveva seguito percorsi antiaccademici alla ricerca di un proprio ruolo, aveva fondato il proprio operare su un’idea di esperienza in un certo senso pregalileiana ma innovativa rispetto agli ambienti universitari. Curava “molti infermi con belissimi et ecc.mi rimedij”, balsami che spacciava come miracolosi, e gettava scompiglio fra i ranghi della medicina ufficiale.
Si trattasse di Milano o di Roma o di Venezia, la contesa fra quel mondo e il cerusico che a detta di molti non era che un impostore, non conobbe pause. Meglio gli andò in Sicilia dove fu definito “novello Esculapio” per le sue cure prodigiose per le ferite d’arma da fuoco, e alla corte spagnola di Filippo II venne considerato un santo e un innovatore della storia della medicina. Il suo principio fondamentale, “La medicina non si può provare se non con la esperienza”, sosteneva. Il dogma degli squilibri umorali ancora invalso ai suoi tempi era duro a morire – si sarebbe dovuto aspettare il Settecento. L’empirista Fioravanti però riteneva anche che la peste fosse causata dalla collera di Dio per le malefatte degli uomini. Si muoveva quindi in un orizzonte incerto, ambiguo, pieno di intuizioni e pregiudizi insieme, che gli facevano combattere battaglie sensate e nel tempo stesso assurde.
Dai suoi scritti elusivi, pieni di omissioni, tendenziosi, montati secondo un’astuzia autocelebrativa che sembra fatta apposta per consentire oggi la produzione di un biopic, lo storico William Eamon – che con questo libro è stato candidato al Premio Pulitzer – ha provato a tirar fuori un libro narrativamente brillante ma erudito insieme, Il professore di segreti – Mistero, medicina e alchimia nell’Italia del Rinascimento (Carocci editore). Eamon, lucidamente critico verso il personaggio, lo segue però nei suoi movimenti a una distanza rispettosa e ricostruisce non solo la tensione di un racconto in progress ma l’intero contesto sullo stato dell’arte medica nel ‘500, e con esso tutto un clima storico culturale, dalle lotte fratricide di un paese che non c’era alla contesa franco-spagnola, dalle peste del 1527-28 alle dispute fra medici laureati e la congerie di guaritori, speziali ed empirici (per non dire dei meri ciarlatani carnevaleschi) costretti a un lavoro di retroguardia che il Nostro non accettò mai come tale.
Uomo di grandi ambizioni e desideroso di fama, capace di travestimenti sensazionali, utili a penetrare negli ambienti utili ai suoi progetti, fece anche del proprio girovagare un viatico per “conoscere”, sperimentare – un po’ come fa l’autore, sospeso fra generi ibridi, metà ricostruzione narrativa (con tratti persino avventurosi), metà studio storico con tanto di nutritissima bibliografia. Libri inclassificabili, benvenuti.
Michele Lupo
William Eamon
Il professore di segreti
Mistero, medicina e alchimia nell’Italia del Rinascimento
traduzione di Anna Maria Paci
Carocci editore
360 pagine, 26 €