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Voi siete qui: Italia » Il monumento a Gaston de Foix nel Museo Sforzesco di Milano (2a p.)

7 Maggio 2010

Il monumento a Gaston de Foix nel Museo Sforzesco di Milano (2a p.)

gaston_ante_3 Seconda e ultima parte del servizio di Lorenzo Iseppi sul monumento funebre di Gaston de Foix. La prima parte si può leggere qui.

A corredo della struttura commemorativa una serie di rilievi ripercorre le principali vicende belliche del protagonista e il momento in cui le mitiche Parche tagliano il filo della sua breve quanto intensa esistenza. Uno ritrae l’ingresso del condottiero a Bologna e risulta incompiuto per quanto concerne lo sfondo e il gruppo appena sbozzato dei trombettieri.

Un altro rappresenta la partenza dalla città emiliana, anche se palesa serie mutilazioni nei soggetti in primo piano. Un terzo plasma le concitate fasi della battaglia di Isola della Scala. Poi c’è la lastra che narra la presa di Brescia, ravvisabile dal leone di San Marco sulla porta d’accesso.

Segue il pannello noto come l’esortazione del Bayard e ricorda un episodio cruciale. Allorché la Lega Santa è ormai in ritirata, il fido ed esperto luogotenente scongiura Gaston di non lanciarsi nell’inseguimento. Ma la preghiera rimane inascoltata e porta alla tragedia finale, tratteggiata in una tavola successiva. L’ultimo riquadro riprende il momento delle esequie, con la processione che accompagna il feretro sorretto da corsieri bardati.

L’intera sequenza viene citata anche dal Vasari, che la vede in corso d’opera nel 1550 e parla di “stupendissimi intagli” e si rammarica che una creazione degna di essere annoverata fra le più belle dell’arte sia incompiuta e abbandonata per terra a brandelli.
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Seguono 12 statuette, ormai unanimemente ritenute i ritratti degli apostoli, chiamati forse a conferire un’aura di sacralità all’intera struttura. La loro identificazione avviene comunque per via indiretta, osservando gli oggetti simbolici che stringono tra le mani o comparandoli con immagini analoghe già note. Il più sicuro è San Pietro, nel senso che tiene con la destra una chiave, oggi spezzata. gaston_9A questo indizio si aggiunge il libro aperto, che rimanda alla diffusione della fede nell’intero globo, su cui il soggetto poggia il piede. Un discorso analogo riguarda Giovanni Evangelista e Simone, riconoscibili rispettivamente per il calice retto con la sinistra e lo strumento dentato del martirio. gaston_10Altri sono individuati in quanto tradiscono precise affinità nella fisionomia o nell’atteggiamento con le figure del celebre Cenacolo di Leonardo conservato nel refettorio della quattrocentesca chiesa milanese di Santa Maria delle Grazie. È il caso ad esempio di Andrea, Matteo, Filippo e Giacomo minore. Si è quindi dinnanzi alla curiosa situazione per cui il caposcuola dipinge i seguaci di Cristo e un suo allievo traspone le loro fattezze nel mondo tridimensionale. Alcuni personaggi però rivelano fonti d’ispirazione molto più lontane nel tempo e nello spazio. Uno richiama i lineamenti del Laocoonte dei Musei Vaticani e un altro, per il classicismo del panneggio che si increspa svelando le linee corporee, civetta un po’ la frammentaria icona di Giove della collezione Ciampolini. Completano l’insieme otto lesene a trofei, che nelle intenzioni devono probabilmente alternarsi ai rilievi narrativi accentuando così, con l’esibizione di corazze ed elmi antichi ma anche di armi moderne come i cannoni, il carattere marziale delle scene. Né mancano alcuni pilastrini con vari disegni a sbalzo non sempre facilmente leggibili: motivi vegetali, satiretti addolorati, fiaccole, dee della fortuna, destrieri alati, scudi, putti e così via. A dire il vero, al Victoria and Albert Museum di Londra sono esposti anche tre simulacri di “Virtù” che secondo certi studiosi apparterrebbero al mausoleo mai concluso del condottiero.
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Ma si tratta di valutazioni opinabili e prive di riscontri oggettivi. C’è d’altronde chi sostiene che siano invece membrature destinate ad altri sepolcri o addirittura opere di autori ignoti. Le stesse perplessità pesano pure su due scene di battaglia visibili al museo civico di Torino, su una sfilata di soldati al Prado di Madrid e su un guerriero della collezione parigina Jacquemart-André.
Le numerose incertezze derivano da una serie di concause che rendono pressoché impossibile una ricostruzione precisa del monumento sepolcrale. Innanzitutto non esistono bozzetti o schemi dell’intera struttura ideata dal Bambaia. Non è neppure del tutto chiaro se intende eseguire una tomba parietale o isolata. Nel primo caso i modelli più prestigiosi possono essere quelli firmati a Venezia per i dogi Pietro Mocenigo e Andrea Vendramin dai fratelli Lombardo. Nel secondo, forse più in voga sotto la spinta riformatrice di Michelangelo, gli esemplari di riferimento risultano sicuramente le sepolture di Carlo VIII e Luigi XII poste nell’abbazia di Saint Denis. Vista la nazionalità della committenza, è logico ritenere più probabile quest’ultima soluzione, anche se non basta un ragionamento astratto a fugare ogni dubbio in proposito.
gaston_11A complicare la faccenda succede che nel 1521 i francesi perdono il possesso di Milano, dove subentra come nuovo duca Francesco II Sforza, appoggiato sia dalle forze imperiali che pontificie. E da allora certe tracce lasciano capire che l’autore abbandona la composizione. Si sa che vende parte del materiale di bottega e che accetta la commissione per eseguire un’altra struttura funeraria, destinata questa volta all’ecclesiastico Giovanni Antonio Bellotti. Forse ha anche modo di riciclare parte dei marmi già scolpiti, selezionando ovviamente i più neutri ed adattabili al nuovo ufficio. Il risultato è che nel 1673, tra i beni situati nella villa Arconati di Castellazzo, si trovano alcuni pezzi del mausoleo di Gaston de la Foix. La cosa si spiega quando si scopre che verso la fine del XVI secolo la superiora del cenobio di Santa Marta decide di vendere tutte le opere di valore custodite nelle celle e nei locali dell’eremo per raggranellare i fondi necessari all’abbellimento dell’altare. Conserva soltanto la figura intera, che viene murata nel chiostro, tra l’altro in posizione verticale. Quando poi nel 1798 il monastero viene soppresso, la statua finisce semidimenticata all’Accademia di Belle Arti.
È solo a metà Ottocento che il gioiello smembrato e caduto in oblio torna improvvisamente in scena grazie alla dedizione e alle ricerche filologiche del pittore Giuseppe Bossi. Il quale, in un testo del 1852, compie la prima analisi approfondita dei lacerti disseminati nelle località più impensate. Rintraccia un pezzo all’Ambrosiana, un profeta Isaia a Brera, quattro apostoli nell’abbazia di Chiaravalle, due lesene nella collezione Anguissola e alcuni cupidi nella raccolta Monti. Lungo tutto il secolo, anche con la diffusione dello storicismo romantico, si accende una vera e propria passione per questo “memorial” connesso ad un frammento di passato carico di miti e di magia. Si esce persino dall’alveo finendo per dilatare  gli elementi compositivi al di là d’ogni logica. E, se il tempo ha fugato diverse ombre, alcuni interrogativi aleggiano ancora intorno a questo sepolcro non finito e molto simile ad un puzzle dalle mille tessere. Dagli inizi del Novecento, con l’apertura del castello sforzesco restaurato, entra in una nuova sede. E 90 anni dopo, grazie all’acquisizione comunale dei marmi di villa Arconati, conosce una corretta se pur non completa riunificazione. Quanto comunque possono oggi ammirare i visitatori nella sala degli Scarlioni basta per rivivere un intero spaccato dell’Italia cinquecentesca, allorché l’uso della polvere da sparo uccide le ultime intrepide figure del mondo cavalleresco medievale.
D’altronde la battaglia di Ravenna viene vista da molti un po’ come la cartina di tornasole con cui valutare il tramonto di un’epoca e l’inizio d’un futuro carico d’incognite. Ludovico Ariosto, che partecipa di persona al conflitto, si scaglia contro tutto il nuovo armamentario che sembra destinato a spazzare via gli spavaldi eroi di cui narra le gesta nel suo poema. In un passo dell’Orlando Furioso descrive spregiativamente la nuova artiglieria e parla di “un ferro bugio” che spara proiettili. Il Guicciardini, nella Storia d’Italia, elogia la “celerità” delle truppe francesi, contrapposta a quella che chiama la “tardità” dei militi iberici. Quanto al Machiavelli, nel X libro dei Discorsi osserva che, in fondo, “Monsignor di Fois muore di ferro e non di fuoco”. E finisce per lo sposare senza riserve le tesi di Gaston quando in un concitato appello cerca di convincere i suoi che la vittoria si ottiene comunque con “la virtù dell’animo e con la forza dei petti e delle braccia”.
(Seconda parte – fine)
Testo di Lorenzo Iseppi
Foto di Giovanni Dall’Orto (licenza WikiCommons)

Didascalie:

  • Il pannello i cui  il fidatissimo Bayard scongiura Gaston a non inseguire i nemici in fuga
  • La battaglia di Isola della Scala
  • Il riquadro con l’ingresso del condottiero francese a Bologna
  • La statuetta di San Pietro
  • La scultura di San Giacomo minore
  • Uno dei trofei del monumento sepolcrale
  • L’apostolo che richiama i lineamenti del Laocoonte dei Musei Vaticani
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