Auschwitz sembra una metafora della ricerca scientifica – nonostante la sensazione da parte di molti di saperne parecchio, per aver letto parecchio, resta sempre un oltre che non intende esaurirsi.

Scrive Elie Wiesel: “Di Auschwitz non si saprà mai tutto perché alcuni accadimenti sembrano destinati a rimanere senza parole”. Avrebbe aggiunto Primo Levi che ai sommersi, per definizione, non può essere data l’ultima parola – egli, come altri, appartenendo a una esigua minoranza di salvati che hanno potuto testimoniare sì, ma senza conoscere la fine. Sì che a quelli come lui manca l’ultimo passo davvero definitivo per esaurire in un certo senso il significato della Shoah: una specie di assoluto.
Ora, che la testimonianza dell’ebreo polacco Salmen Gradowski, Sonderkommando – Diari di un crematorio di Auschwitz, 1944, tradotta in Italia da Marsilio nel 2002 e appena riproposta in edizione tascabile, si situi proprio in quel punto dirimente, pare difficile dirlo. Egli faceva parte della squadra speciale (Sonderkommando, appunto) di ebrei adibito a chiudere la pratica nei forni crematori e nelle camere a gas del campo di Birkenau. Le carte (i rotoli), scritte in yiddish, furono ritrovate accidentalmente nel terreno, mesi dopo la fine della guerra.

Pare difficile individuarlo come la testimonianza che manca a Primo Levi non solo per ovvi motivi ontologici. Il testo è disturbante, non come può esserlo un qualsiasi documento che racconti nel dettaglio la vita liminare in un campo di sterminio, ma perché l’uomo s’impegna per lunghe pagine in un esercizio lirico-patetico che lascia perplessi. L’intenzione proclamata è quella di far conoscere ai postumi la tragedia che persino ora manipoli di disturbati mentali continuano a negare.
Ma la lettura (forse perché ne sappiamo appunto abbastanza?) non riesce a non produrre una domanda: come poteva concentrarsi ostinatamente sulla propria sorte, Gradowski, sulla propria “anima straziata” e insistentemente evocata attraverso una lingua scolasticamente “letteraria”, alla ricerca di un “bello” lezioso e fuori luogo mentre, suo malgrado, partecipava al massacro?
I membri dei Sonderkommando – in attesa di fare la stessa fine degli altri, è chiaro – svernavano in condizioni un po’ meno penose: questo i due curatori del testo, Philippe Mesnard e Carlo Saletti, lo ricordano, ma tengono a considerare come frutto avvelenato di pregiudizi l’idea molto negativa che la maggior parte degli internati e dei commentatori successivi (da Primo Levi a Hannah Arendt, per dirne due celebri) ebbero di queste persone.
La verità è che l’impresa risulta molto difficile; e paradossalmente questo documento non pare favorirla. Dalla “lirica invocazione alla luna” che assiste indifferente all’orrore (di cui l’autore è vittima ma anche partecipe per quanto obbligato), all’anafora insistita con funzione di similitudine (“come chi, addolorato”, ecc… per tre pagine), lo sforzo letterario insomma si sofferma poco sull’abiezione tremenda che costringe lui e i suoi “camerati” a finire il lavoro nei crematori a danno di altri ebrei, e stende una luce inquietante su questi manoscritti. La classica domanda adorniana, come sia possibile la poesia dopo Auschwitz, suona in questo modo grottesca, inficiata com’è prima che venga formulata: ma una volta tanto non per colpa del filosofo tedesco. Non so se questo libro ci lasci altre verità da Auschwitz, ma dubito che siano quelle di cui parlava Primo Levi. Che già a proposito di Rumkowski, il capo del ghetto di Lodz, aveva sottolineato, con altra forza, la natura tragicomica di certi destini.
Michele Lupo