Il denaro, l’unico vero dio del presente, da noi più che altrove si direbbe: in fondo, a pensarci bene, nella narrativa italiana di questi tempi l’eco della forza reale che il denaro ha nel paese non si avverte quanto ci si aspetterebbe. Mi riferisco a ciò che emerge in maniera esplicita, nelle tracce diegetiche, nelle ragioni tematizzate delle storie. L’esibizione del potere plutocratico mi pare insomma meno eclatante del prevedibile.
Ci si attenderebbe più consistenza narrativa sull’argomento, considerando che se il denaro non “move il sole e le altre stelle” di sicuro il pianeta lo fa girare vorticosamente e da noi stabilisce delle graduatorie di “merito” schiaccianti secondo delinquenziale ideologia per cui ce l’ha chi comanda – il merito presunto, dico, e non proprio come sempre. Perché da molto tempo il potere politico da noi non sta a rappresentare gli interessi di qualcuno ma si conserva proprio per tenere in cassaforte i propri.
Fra i libri recenti che lo tematizzano esplicitamente mettendolo al centro del racconto, il romanzo Il mio impero è nell’aria di Gianluigi Ricuperati, edizioni Minimum Fax. Il narratore, Vic Galamero, è un eccentrico; ma non fa che esporre senza vergognarsene più di tanto un racconto di sé probabilmente meno irrealistico di quanto potrebbe sembrare. Si definisce “un malato in via di guarigione, d’ispirazione cattolica, tendenza bugiarda”: tutto questo a trent’anni.
La storia che racconta nel libro inizia undici anni prima, quando decide a un certo punto di chiudersi nel bagno di casa, pronto a inscenare qualsiasi gesto eclatante pur di prendere dalla madre quello che gli serve. Soldi, appunto. Per esempio per assoldare un detective privato che gli dica se la sua ragazza lo tradisce. Vic la ricatta spudoratamente, la madre, giura di ammazzarsi se lei non fa quello che gli chiede. Anaffettivo, al momento appare una specie di “epilettico sentimentale”, parole sue. Consumatore compulsivo di qualsiasi bene, specie sofisticati. Qualsiasi genere di rivista, per esempio: Preferisci che compri della droga? – dice alla madre. Che lo asseconda, sempre, cede a ogni assurda richiesta, disperata e disgraziata morirà di cancro dopo essersi separata dal marito. La sfrontatezza del ragazzo non cede di un passo con il crescere degli anni, è bravissimo a inventare scuse fantasiose per non restituire il denaro che gli prestano, lo stesso rapporto con le ragazze è viziato dall’ interesse pecuniario; converte i sentimenti in denaro e viceversa. Di fronte a una fidanzata che compie sgradevoli errori di grammatica non sente il dovere etico di sdebitarsi. Sarebbe stilisticamente riprovevole, oltretutto. Senza considerare che si tratta di una ragazza “fisicamente pessima, grassottella”. Vale la pena fare una bella figura con una così? La sua malattia sembra essere nata con lui. In questo paese, destinata a morire con lui.
Specie se leggiamo anche il romanzo di Michele Vaccari, L’onnipotente (Laurana), nel quale invece l’orgia del denaro sembra inscindibile dal godimento puro del potere: qui il simbolico è così forte che il potente di turno pretende il soglio pontificio. E il denaro sembra meno importante del potere stesso. Del gusto del potere. Del piacere del potere. Santo Bustarelli (l’evocazione è facile) ha tutta l’intenzione di diventare Papa. Figlio di un politico già potente, nel papato futuro vede la vera leadership di masse sterminate: il Papa è il solo che può assoggettare a una volontà quasi divina le mafie e i media, le due grandi compagnie criminali che indirizzano il mondo. Lo strapotere mediatico qui difatti serve a comunicare un codice di comando eccedente le stesse pretese di un noto, e nostrano, “unto dal signore”. Qui la signoria superiore è avvicinata al massimo delle possibilità umane: laddove si scrive il codice morale, laddove si può, con la forza economica del denaro e quella simbolica della religione, “fare la morale” ai sudditi. Un potere che si serve di armi, ovvio, del loro traffico.
Il romanzo è gravato a mio avviso non dall’eccesso dei contenuti narrativi – non dall’enfasi della storia: lo scenario “psicologico” immaginato, a suo modo apocalittico, è scritto di fatto nella storia umana e il delirio di onnipotenza delle oligarchie mondiali mi risulta oggi stringente. Da noi, nel paese dell’Opus Dei e del “trota” insieme, ossia di una Chiesa ipocrita e avventurosamente vicina ai peggiori scandali remoti e recenti, e di una classe dirigente di “quadri” politici drammaticamente stupida e perciò strepitosamente funzionale ai disegni più feroci, ecco, da noi, sul piano dell’invenzione letteraria di eccessivo non può esserci molto. Ciò che convince poco è l’azzardo magniloquente e insieme pop della scrittura, il sovraccarico retorico, metaforizzante, non di rado pretenzioso della prosa. Un barocchismo cupo intriso di immagini improbabili e fuori misura. Un peccato.
Più prevedibile il libro di Alberto Piccinini, Procedura d’urgenza (Pendragon), un “legal-thriller”, ossia l’unico genere di romanzo, temo, in cui sia possibile accreditare un valore paradigmatico, esemplare, a un avvocato, figura per altro non frequentatissima dalla letteratura italiana che si voglia seria. Qui, l’eroe è persino positivo – che sia donna, non stupisce. Il romanzo racconta di una class action le cui vicende si dipanano intorno a uno studio legale nel quale è possibile trovare piccoli eroi secondo un’immagine talmente remota nella realtà italiana da essere divenuta impossibile nell’immaginario dei lettori: tutta in carico dunque all’autore empirico, professionista del settore. Fra spy-story e detection, s’intrecciano traffici internazionali, ancora armi va da sé, intrighi di servizi deviati: il potere economico insomma da una parte, e una vita di amicizie dall’altra fatta di libri e musica e la volontà di fare “qualche piccola cosa giusta”.
Michele Lupo
Gianluigi Ricuperati
Il mio impero è nell’aria
Minimum Fax
2011
, pp. 305
€ 15
Michele Vaccari
L’onnipotente
Laurana
2011
, pp. 211
€ 15,50
Alberto Piccinini
Procedura d’urgenza
Pendragon
2011
, pp. 204
€ 15