
Seconda parte del reportage di Lorenzo Iseppi sulla capitale argentina.
Il sommo poeta racconta in terzine l’immaginario viaggio nell’aldilà e riesce a mostrare plasticamente la struttura dell’oltretomba. Qui si compie la sfida inversa cercando di materializzare con calce e mattoni un testo rimato. I 100 canti della Divina Commedia corrispondono ai metri d’altezza dell’edificio, scandito in tante sezioni quante sono le cantiche.
In basso c’è l’Inferno e i nove gironi diventano le volte d’accesso alla costruzione. Ognuno degli archi riporta detti in latino tratti dalla Bibbia e da Virgilio, ossia la guida razionale che accompagna il peccatore fiorentino nell’itinerario verso la salvezza. I piani centrali rappresentano la montagna del Purgatorio e le sue cornici sono evocate da sette torri. Sulla vetta c’è il Paradiso con i cori angelici e la rosa mistica, mentre la luce celeste è simboleggiata dal grande faro sommitale, che nelle sere limpide può essere scorto fino in Uruguay. Eletto patrimonio storico nazionale nel 1997, il singolare fabbricato non è purtroppo sempre visibile nella sua interezza perché sottoposto a periodici interventi conservativi.
Memorie d’Italia
Ovunque si transiti si incoccia in qualche scampolo del lontano Stivale. Le fattezze del duomo, sorto tra il 1752 ed il 1850, vanno ascritte all’artista sabaudo Antonio Masella.
La sede del Congresso, che imita un po’ il Capitol di Washington, si deve al torinese Meano, che vince il concorso con un progetto ispirato ai precetti ellenici e romani. Il centro commerciale Guemes, in Florida 165, è del suo concittadino Giannotti, mentre la galleria Pacifico, costruita nel 1890, sembra quasi una copia di quella milanese intitolata a Vittorio Emanuele. Persino il monumento de Los Españoles, donato dalla corona madrilena per celebrare il centenario della rivoluzione di maggio, ha indirettamente a che fare con il Belpaese, se non altro perché eseguito utilizzando la candida roccia escavata sulle Alpi Apuane. Opera dell’artista catalano Agustin Querol, è alto la bellezza di 24,5 metri e arriva a destinazione 17 anni dopo il previsto. Infatti la prima versione segue la terribile sorte del transatlantico Principe de Asturias, su cui è stivata. La nave, poco dopo la partenza da Barcellona, finisce contro una formazione di scogli e s’inabissa con le 450 persone a bordo.
Il barrio Palermo
Ci sono poi interi rioni, nei quali la presenza dell’anima italiana si fa corposa ed estesa come non mai. E’ il caso, ad esempio, del barrio Palermo, che si suddivide in “vejo”, “chico” e “alto” e si sviluppa per quasi mille ettari. Annovera un giardino botanico, un bosco, una sede universitaria, un ippodromo ed un aeroparco per i voli interni.

Comunemente si ritiene che il toponimo costituisca un tributo al capoluogo della regione di provenienza della numerosa colonia siciliana, che s’insedia a partire dalla seconda metà del secolo XIX. In realtà risale addirittura al 1580, ossia all’epoca della seconda fondazione di Buenos Aires, e deriva da un certo Juan Dominguez Palermo. Questi nasce in Trinacria intorno al 1560, eredita un appezzamento di terra nel Monte Grande e bonifica il podere paludoso che confina con la Pampa trasformandolo in una fascia di vigne e frutteti. L’avallo viene dalla stessa penna di Jorge Luis Borges, che nel suo “Evaristo Carriego” attribuisce senza dubbi la genesi dell’appellativo a questo misterioso personaggio.
Del resto lo scrittore nasce proprio lì. Fin da piccolo prende familiarità con gli arbusti del nord subtropicale importati per volere dell’urbanista Charles Thays e che in primavera si coprono di fiori gialli, viola e lilla: i tipa, i jacarandà, i palos borrachos, gli ombù ed i paraisos. Molte delle sue “mitologie” sgorgano proprio dai colori e dai profumi di quell’habitat esclusivo. Ma soprattutto vive a contatto diretto con i figli dei profughi siculi e calabresi, che gli ispirano personaggi e storie di cui nutre senza risparmio i mirabili racconti. Anche le più profonde riflessioni metafisiche, come quelle sul senso e la percezione del tempo, nascono dalle strade, allora polverose e un po’ selvatiche, della borgata in continua espansione. Ed è sulla scorta di queste diuturne esperienze che arriva a stendere lo scarno ma succoso aforisma: “Gli argentini sono degli italiani che parlano spagnolo, vestono come gli inglesi e pensano come i francesi”.
Il monumento a Garibaldi
Quando gli ammiratori dell’eroe dei due mondi decidono di magnificare Giuseppe Garibaldi con una statua equestre, il luogo per collocarla è quasi scontato. Si sceglie il vecchio sito de Los Portones e comincia una colletta tramite annunci sui giornali a vasta tiratura come “La Nacion” e “La Prensa”.
Si prende contatto con lo scultore leccese Eugenio Maccagnini, che propone di fornire una copia del bronzo già eseguito per Brescia ed alto 5 metri. L’idea viene accolta e, dopo la fusione a Berlino, agli inizi del 1904 il poderoso carico parte per la destinazione finale ed é ufficialmente scoperto il 19 giugno alla presenza dell’allora capo dello stato Julio Roca. Così nell’immaginario locale il condottiero delle giubbe rosse regge il confronto con l’epico José de San Martin, egualmente immortalato sopra un destriero da un altro artista italiano. E’ il milanese Luigi Fontana, che nel concorso indetto dalla municipalità s’impone sul casentino Antonio Sassone. Soltanto quattro mesi dopo lo spazio prende il nome di Plaza Italia. Alla quale, poco più tardi, si aggiunge Plaza Roma, nella quale campeggia l’icona del secondo protagonista del risorgimento nostrano, ossia Giuseppe Mazzini. L’effigie esce dallo scalpello di Giulio Monteverde e, se si eccettuano le diverse dimensioni, richiama quella realizzata dal medesimo autore nel capoluogo lombardo, in piazza della Repubblica.
Seconda parte – Segue
Testo e foto di Lorenzo Iseppi
Didascalie:
- Le acque del Rio de La Plata
- Il monumento de Los Españoles, alto quasi 25 metri, scolpito nel marmo delle Alpi Apuane
- Plaza Italia con il Garibaldi a cavallo, opera dell’artista leccese Eugenio Maccagnini
- Veduta del barrio Palermo
- Statua equestre di Josè de San Martin firmata dal milanese Luigi Fontana