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Voi siete qui: Biblioteca » La guerra e la sconfitta viste da Céline e Minet

23 Giugno 2023

La guerra e la sconfitta viste da Céline e Minet

Due opere autobiografiche in lingua francese giungono nelle librerie italiane da una sorta di clandestinità: la recente scoperta e pubblicazione di un manoscritto céliniano (Guerra, tradotto da Ottavio Fatica per Adelphi) e La sconfitta, sorprendente romanzo di Pierre Minet (tradotto da Stefania Ricciardi per Neri Pozza).

Il breve libro di Céline fu recuperato da una cassa rimasta nella sua casa di Montmartre, una volta fuggito in Germania, nel ’44, braccato dai partigiani francesi. Scritto invece dopo la seconda guerra (laddove il titolo di Céline fa riferimento alla prima), con la risolutezza drammatica di un titolo senz’appello, La sconfitta di Minet, da noi non molto noto, ricorda un breve ma straordinariamente e intensissimo periodo della sua vita.

Louis-Ferdinand Céline, Guerra, Adelphi

Erano gli anni Venti; mentre Céline, sempre preso da dolori lancinanti alla testa, dall’insonnia e altri malanni, frutti velenosi dell’esperienza che racconta in Guerra, si laureava in medicina con uno scritto su Sommelweis che avrebbe fatto epoca, per poi essere inviato dalle Nazioni Unite in Africa e altrove come medico, Minet, sedicenne, decideva di lasciare la provincia e come un novello Rimbaud (del quale però non si sentirà mai letterariamente degno), abbandonava Reims per Parigi animato da una passione poetica per la vita prima che per la poesia letterariamente intesa.

Disgustato dalla prospettiva di una vita qualunque, banalmente piccolo-borghese, agitato da un fuoco sacro, si immerge nella vita parigina alla ricerca della notte, della libertà più sfrenata, di ogni esperienza possibile, senza un pasto o un posto per dormire – fa abbastanza per farsi cacciare da chi lo ospita o da chi gli offre un lavoro. Vuole una vita folle, radicale, visionaria; fa amicizia con René Daumal e Gilberte-Lecomte, poco più grandi di lui, gli artefici della rivista Le Grand Jeu.

Minet se ne innamora ma impara presto a trattarli da pari a pari, si prende gioco delle loro idiosincrasie, arriva a definire Daumal (“Nathaniel” nel libro) un “burocrate della saggezza” (lo stesso Daumal del Monte Analogo che avrebbe scritto: “Il grand jeu cerca l’essenziale. L’essenziale non è ciò che si immagina”).

Ora, non è questione di cimentarsi in improbabili acrobazie associative per individuare nessi o addirittura rapporti diretti fra le due opere. Di affinità stilistiche e strutturali non ve n’è. Minet voleva “vivere come si sogna”, mentre Céline alla fine del 1914 è coinvolto in un severo bombardamento tedesco che fa a pezzi il suo reggimento: vive un incubo piuttosto, circondato da morti ammazzati, aggirandosi fra le macerie intriso di umori loschi, fatiscenti, in preda a dolori terribili dovuti alle bombe che gli hanno spaccato un braccio e l’udito.

Il punto è un altro, ossia che entrambi i romanzi hanno il sapore definitivo delle opere destinate a restare e non tanto perché possano aspirare allo statuto generico di classici (troppo dovremmo discutere sul senso dell’espressione), o per l’abnorme ambizione di pareggiare lo scarto fra la vita e la scrittura, ma perché ciò che vi viene raccontata è una vita al limite. Guerra e La sconfitta sono libri esperienziali di chi la vita ha voluto o dovuto cavare di sotterra senza risparmio. Nel caso di Céline perché le vicende del conflitto gli terremotano letteralmente addosso e nelle ferite di un corpo fatto a pezzi fa esperienza del confine indecidibile che lo separa dalla morte.

Pierre Minet, La sconfitta, Neri Pozza

Quella di Minet è invece la rivolta di un vitalismo assoluto, talora magari ingenuo (aveva sedici anni) ma autentico. In Guerra, la petite musique è già all’opera, qualche volta un po’ grezza (è solo la prima versione del manoscritto, vergato negli stessi anni in cui prepara i due primi capolavori), e l’apocalittica orchestrazione di balordi, morti di fame, morti e basta sprigiona il ben noto umore tragico e comico insieme che conosciamo.

Lo scrittore di Morte a credito fa di voce e ritmo gli strumenti di una spietatezza beffarda. Le ferite di cui parla sono anche quelle che infligge al lettore com’è stato detto da più parti – l’enumerazione dei malanni, delle piaghe squarciate “nel crudo della carne” le matrici di una sofferenza di cui parlerà tutta la vita. L’intronamento letterale in cui Ferdinand delira è anche metaforico di una vita sulla terra che non trova ragioni plausibili. La guerra fa uscire l’indicibile dagli umani, diventano tutte “facce di culo”, e però Céline sa dare spessore letterario all’umanità anche meschina in cui s’imbatte e paradossalmente mai riesce a far ridere come questa volta, alternando porno e scatologico, inscenando un sé stesso “ebete” e grottesco, totalmente esaurito, che durante la convalescenza in ospedale appare ciononostante vivissimo.

Scintillante, ricca di umori è la Montparnasse libertaria e meticcia di Minet, come anche “la realtà fiabesca” di Clichy – è l’ultimo decennio mitico di Parigi, avanguardia mondiale delle arti, scenario di un viaggio che in certe pagine sembra anticipare lo spirito di anni anch’essi lontani ma a noi più vicini, quella dei giovani freak sognatori degli anni Sessanta, (curioso invece, che sia per Minet che per Céline non parliamo certo di antiborghesi “di sinistra” – vexata quaestio: era davvero il cupo pessimismo alla base delle scelte ignobili che sappiamo in Céline?).

A ogni modo, Minet commentando il suo libro deve rassegnarsi all’accettazione di una “sconfitta”, quella seguita all’impossibilità di mantenere per il resto della vita l’oltranza giovanile per la quale avrebbe dovuto esistere “solo il presente”. Il suo è un racconto che sarebbe potuto finire nel catalogo Adelphi, amatissimo da Bobi Bazlen, perché aveva tutto di quei “libri unici” che erano la sua ossessione (e di questo scrisse: “un libro che va nelle ossa”).

Ignoriamo se fosse noto a Céline, che invece non avrebbe fatto comunella con nessuno, né avrebbe creduto in una qualche possibilità di salvezza (se non nella letteratura stessa, ma la sua); certo più sulfureo, mugugnante, ferino, ma anche più letterario, perché la sua scommessa era raccogliere “un pezzetto per volta di pensiero ben fatto”, un esercizio da imparare, “senza scorciatoie”, a indurire l’anima sì, ma per farne musica, sonno, perdono”. La sapeva lunga, il vecchio medico.

“Quanto spropositato parlare a vanvera nell’intellettualismo – diceva. – Basta vedere una biblioteca! Che schifezza! Che spaventoso imbroglio, un bel culo sodo rimane un bel culo – e più è giovane e senza ragione, più grato è al gusto e alle Muse”, ma faceva letteratura, altroché. E dava lezioni: “Volendo rendere per scritto l’effetto di spontaneità della vita parlata bisogna torcere la lingua in puro ritmo, cadenza, parole, ed è una sorta di poesia che produce un grande sortilegio, l’impressione, il fascino, il dinamismo, e poi occorre scegliere il proprio soggetto, non tutto si può trasporre, occorrono dei soggetti “a vivo” – con i tremendi rischi del caso”. Rischi che seppe correre anche Minet.

Non ce ne sono tanti di libri così vicini al cuore nudo della vita.

Michele Lupo

  • Louis-Ferdinand Céline
    Guerra
    traduzione di Ottavio Fatica
    A cura di Pascal Fouché
    Con una Premessa di François Gibault
    Adelphi
    Collana Biblioteca Adelphi
    2023, 156 pagine
    18 €
  • Pierre Minet
    La sconfitta
    traduzione e cura di Stefania Ricciardi
    Neri Pozza
    Collana Bloom
    2023, 256 pagine
    18 €
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