Argomento affascinante, ma non certo alla portata di tutti. Eppure un pubblico folto e attento ha seguito sabato scorso tutta l’intensa lectio magistralis che Georges Didi-Huberman ha dedicato al Capriccio 43 di Goya, intitolato El sueño de la razón produce monstruos.
Sede dell’incontro in calendario al Festival della Mente di Sarzana il Teatro degli Impavidi. Lo studioso ha dato avvio alla sua analisi (letta in un italiano più che soddisfacente) focalizzandosi su due aspetti molto importanti: per prima cosa l’uomo addormentato sul tavolo altri non è che il pittore stesso (dunque si tratta di un autoritratto, come dimostra il primo dei disegni preparatorii); in secondo luogo il tema centrale dell’opera è il rapporto (dialettico e conflittuale, destinato a non risolversi mai) tra immaginazione e ragione.
Il professore ha ricordato una parte della lunga serie di “fonti” che il pittore spagnolo aveva in mente quando realizzò quest’opera, dai Concetti sul sonno di Quevedo, al Leviatano di Hobbes, passando per l’Ars Poetica di Orazio e l’Alfabeto in sogno di Giuseppe Mitelli.
Fondamentale è il confronto con l’altrettanto celeberrima Melancholia I di Albrecht Dürer: il cane dell’artista tedesco, per esempio, diventa gatto in Goya, ma soprattutto quello che è disposto e ordinato in Dürer esplode o rimane estremamente schiacciato in Goya. Un altro suo debito profondo è nei confronti dei Capricci del Tiepolo, basti pensare agli uccelli notturni rappresentati sul frontespizio di quest’opera.

Goya, ha ricordato Didi-Huberman, era un uomo dell’Illuminismo, ma era anche impegnato in quella che si può definire la Gaia Scienza dei mostri dell’immaginazione e della ragione. Le tenebre sono onnipresenti e pericolose, tuttavia le ali della civetta (animale sacro ad Atena, dea della sapienza) riverberano come un segnale di luce.
Il professore ha poi richiamato l’attenzione sul secondo gatto raffigurato nell’opera, che solitamente passa inosservato. Aguzzando la vista si può notare l’animale – ovviamente nero – dietro la schiena del pittore. E’ proprio la schiena dell’artista a “vedere”, mentre i suoi occhi sono addormentati e nascosti. Si tratta di una visione dietro le spalle, mentre gli animali che compaiono sono bestie in grado di vedere nella notte. La visione del pittore, in qualche modo, pesa sul suo corpo. Vediamo stagliarsi una grande macchia scura di un mondo interno che però grava sulle sue spalle. Goya rivendica la potenza della ragione ma non vuole rinunciare a quella dell’immaginazione, né potrebbe, in qualità di artista.
Un altro elemento sul quale vale la pena di soffermarsi è il tavolo, strumento di lavoro del pittore. Il corpo dell’artista fa da interfaccia tra due ordini di realtà diverse: il lavoro e l’immaginazione o, se preferiamo, tra opera e sintomo. L’opera è ordine, mentre il sintomo è caos; ma non va trascurato il fatto che l’opera ha per oggetto proprio il disordine!
Con la sua arte Goya ha deciso di mostrare pubblicamente i mostri della mente umana. Le sue opere sono un atlante dei mostri generati dal sonno e dal sogno della ragione. “Quando gli uomini non sentono il grido della ragione, tutto diventa visione”, ha annotato Goya ed è paradossale ed emblematico che abbia usato il termine “grido”, lui che era sordo. Se è vero che la fantasia senza la ragione genera mostri, è altrettanto vero che unita alla ragione è da considerarsi la madre delle arti.
Dunque l’immaginazione è come il pharmakon dei Greci, medicina o veleno a seconda degli utilizzi. Non ha alcun senso, né si può, censurare le immagini e l’immaginazione. Del resto la pittura, ha concluso Didi-Huberman, è un’attività filosofica rivolta all’universale.
Saul Stucchi
Festival della Mente
3-4-5 settembre 2010
Sarzana
Informazioni e calendario:
www.festivaldellamente.it