Nell’ultima giornata del Festival della Mente di Sarzana, nella Sala delle Capriate della Fortezza Firmafede, Emanuele Trevi e Giuseppe Bertolucci hanno parlato del rapporto tra immaginazione (declinata soprattutto nelle sue forme letterarie) e cinema. Con un preambolo forse un po’ troppo lungo – in fondo alla sala si sentiva già qualche mormorio di critica… – Trevi ha introdotto la triplice autobiografia di Bertolucci, prima come spettatore che da bambino guardava Biancaneve e i sette nani della Disney mentre il padre (il poeta Attilio) aveva cura di coprirgli col proprio cappello le scene in cui compariva la vecchia strega cattiva. Poi come regista in opera e negli ultimi anni sempre più alle prese con un crescente disagio, quasi “schiacciato” dall’idea o meglio dalla consapevolezza della fine di un’epoca, sempre innamorato del cinema, ma senza più la voglia di continuare a fare l’autore. E terza autobiografia come “uomo delle istituzioni”, in qualità di presidente della Cineteca di Bologna. Dunque un “Bertolucci uno e trino”, ma “non ambivo a tanto!” ha subito commentato ironico l’interessato che ha esordito riconoscendo di essere confuso per la grande quantità di spunti e confessando di provare una certa diffidenza verso i discorsi a braccio, tanto da avere l’abitudine di scrivere quello che deve dire in pubblico.
Ma oggi ha fatto un’eccezione, ricordando che la sua prima esperienza di cinema fu di tipo “olfattivo”, legata agli odori e ai profumi del cappello di paglia del padre. La seconda forte emozione la provò alla visione del film Ordet di Dreyer, colpito dalla morte e resurrezione della giovane madre: lui aveva accanto la propria, al cinema! Mentre allo choc di vedere la ragazza che gli piaceva, abbracciata al fidanzato, seduti in sala, deve il rifiuto di vedere il film Cléo: per lui rimane un tabù, anche se ha sentito che si tratta di un capolavoro.
“La sala cinematografica era un fantastico porto franco”, ha detto Bertolucci, aggiungendo che Monicelli ricordava che le sale, quando venivano proiettati i film muti, erano un inferno di suoni perché il pubblico partecipava con commenti ad alta voce.


Trevi ha poi invitato il regista a parlare di Pasolini, del quale si è occupato molto negli ultimi anni alla Cineteca di Bologna. “Mi sembra di non ritrovare più oggi la chance di libertà di quegli anni”, si è lamentato Bertolucci, affermando che ora sarebbe (è) impossibile non solo fare, ma addirittura concepire opere come La dolce vita e Salò o le 120 giornate di Sodoma. C’è stata una grande gelata culturale che ha interrotto quella grande creatività e la morte di Pasolini può essere presa come lo spartiacque tra due epoche. Prima di degenerare in domande poco pertinenti del pubblico, Bertolucci ha voluto chiudere l’incontro con una domanda del poeta Caproni che molto lo colpisce: “si può in un bicchiere vuoto bere il ricordo del vino?”. L’immaginazione è forse il ricordo del vino che il cinema fa balenare nel bicchiere dello spettatore…
Saul Stucchi
GIUSEPPE BERTOLUCCI – EMANUELE TREVI
Le parole e le immagini: cinema e letteratura
FESTIVAL DELLA MENTE
Ottava edizione
Sarzana (SP)
2-3-4 settembre 2011
Informazioni e calendario:
www.festivaldellamente.it