
Qualcuno ha detto che chi abbatte una statua deve avere l’accortezza di conservarne intatto il piedistallo: servirà per la statua di chi ha preso il posto del personaggio decaduto. Ho ripensato a questa verità assistendo alla rappresentazione del Giulio Cesare di Shakespeare al Teatro Romano di Mérida (nella regione spagnola dell’Estremadura), per la regia di Paco Azorín, momento centrale della LIX edizione del Festival Internacional de Teatro Clásico (quarto dei sette spettacoli in calendario). Al termine della celeberrima orazione funebre di Antonio, davanti al cadavere di Cesare, l’obelisco che incombe sul palcoscenico viene schiantato e ci si ritrova a Filippi. Gli spezzoni a terra alludono, credo, al frangersi del sogno di potere monarchico (di carattere orientale) di Cesare, ma subito vengono occupati dai cesaricidi e dai loro nemici, tutti uomini d’onore e nobili Romani. In politica, infatti, il vuoto è uno spazio che si riempie in fretta, anche se mai del tutto saldamente.


La scenografia e il disegno delle luci sono ridotti al minimo per esaltare il ruolo della parola. Proprio il dono della parola, con tutto l’armamentario di mezzi espressivi che le fanno da contorno nell’oratoria politica (l’ingegno, la dizione, il physique du rôle…) è quello che Antonio finge di non avere e che invece gli consentono di ribaltare in pochi istanti la situazione a suo favore, condannando alla fuga i cesaricidi.
Le foto sono di Jero Morales.
NB: la rappresentazione, in spagnolo, si basa sulla traduzione di Angel-Luis Pujante. Io ho riportato la citazione dal III atto nella traduzione italiana di Gabriele Baldini (Rizzoli, 1963).
Julio César (Giulio Cesare)
di William Shakespeare
Regia di Paco Azorín
Interpreti: Mario Gas, Sergio Peris-Mencheta, Tristán Ulloa, José Luis Alcobendas, Agus Ruiz, Pau Cólera, Carlos Martos, Pedro Chamizo.
Festival Internacional de Teatro Clásico de Mérida
Dal 24 al 28 luglio 2013
Informazioni sul Festival:
Informazioni sulla regione dell’Estremadura:
Informazioni sulla Spagna:
www.spain.info