Scendiamo, incrociando un’altra comitiva in ansimante scalata, e passiamo a ritirare le borse. Sono quasi le due. Sarebbe il caso di mettere qualcosa sotto i denti. Vista l’esperienza positiva di ieri sera, e magari come auspicio di un’ulteriore gita all’estero, optiamo per il vicinissimo ristorante greco.
Un uomo dai capelli grigi, abbastanza distinto, che presumo sia il titolare, ci propone un tavolino di legno grezzo, al margine della via. Ci accomodiamo su sgabelli altrettanto rustici. Dall’altra parte della carreggiata, proprio di fronte a noi, la vetrina del Dimitri Petit, ossia la sezione “asporto” del Sirtaki.
Consultiamo il menù. Ordino una zuppa di funghi e una pita vegetariana, cioè farcita di verdure alla griglia, formaggio feta, salsina tzatziki e insalata; Ester un’insalata greca – con pezzetti di feta caldo – della quale mi toccherà mangiare i cetrioli; poi entrambi decidiamo per lo yoghurt al miele, da me molto apprezzato durante il viaggio a Creta. Mia figlia si mantiene costante sulla Cola light e io sul retsina, che mi viene portato in un bicchiere di media grandezza, trasparente e biodegradabile.
Nell’attesa, vado a lavarmi le mani. L’arredamento del locale è da vecchia osteria mediterranea, con le sedie impagliate. Ai muri, istantanee d’epoca ritraggono sfocate contadine su una strada polverosa, o pescatori in barca che tirano le reti. Grandi foto in bianco e nero: Mikis Theodorakis nel fiore degli anni, mentre dirige; Aristotele Onassis in elegante abito scuro; un’intensa espressione di Maria Callas.
Mangiamo abbandonandoci a un rilassato, intenso godimento papillare. Transita al nostro fianco una famiglia portoghese. “É inevitável…” sento constatare o concludere il marito, non so a proposito di cosa.
Curiosando fra le pagine di rete grazie al WI-FI del ristorante, Ester scopre che a poche centinaia di metri da qui si possono noleggiare pedalò per una crociera di un’ora e mezza lungo i navigli del centro storico.

Torniamo sul canale e prendiamo verso destra. Vetrine da un lato e biciclette incatenate alla ringhiera dall’altro. Su un’ampia piattaforma in muratura che scavalca l’acqua come un ponte, un chiosco bar in foggia di piccola pagoda e le sue poltroncine intrecciate di vimini e sparto, occupate da numerosi clienti. Altra teoria di bici. Una seconda piazzetta copre il naviglio, formando uno slargo pedonale davanti a un palazzo neoclassico sulla cui cima sventolano bandiere. Credo sia il Municipio. Il cielo si è fatto completamente sereno e il sole scotta, ma all’ombra, col frescolino della brezza, si sta più che bene.
Il canale ricompare a sinistra. Ci avviciniamo alla sponda. Circondato da bici, il gabbiotto a vetri della Canal Tours Utrecht – Rent a pedal boat. Una mappa mostra l’itinerario e una tabella indica il costo del noleggio: 9,50 euro a persona, più un piccolo deposito cauzionale in contanti, che verrà reso al rientro. Ci mettiamo in coda e paghiamo il dovuto. L’uomo alla cassa ci informa che la prima barca disponibile è alle 16.00. Ci consegna un opuscolo in inglese, contenente cenni storici su quanto vedremo e le indicazioni per seguire la rotta giusta.
Scendiamo una scala ricavata nel muro di contenimento e ci sediamo ad aspettare sull’ammattonato della banchina, con le gambe penzolanti dal bordo. Qui c’è tutto un mondo di locali disadorni ma suggestivi, parallelo a quello vistoso del piano stradale: davvero come ai Murazzi di Torino. Ad Amsterdam, invece, questo doppio livello non c’è. Incombe di fronte a noi, parzialmente coperto dalla chioma di alcuni alberi piantati alla nostra altezza, il solenne edificio Winkel van Sinkel, con una loggia di scure cariatidi metalliche a reggere la facciata.
Anche quaggiù il fresco dell’aria è piacevole. Per ingannare il tempo, leggo il libriccino che ci hanno dato. Utrecht si presume sia corruzione del latino Trajectum, in quanto antico crocevia di percorsi. Le pianticelle che vediamo spuntare dai marciapiedi, dai ponti e dai muri non sono lasciate crescere per incuria, ma volutamente: come connettivo tra le pietre da costruzione si è infatti usato, in luogo della malta di cemento, il gesso, così da consentire alle piante calciofile, quali la sassifraga o il ciombolino (Cymbalaria muralis), di attecchirvi.
La storia della Domtoren già la conosciamo. Nel palazzotto al numero 270 del lungocanale – quello con la poesia sulla facciata – aveva sede, dopo la Riforma, la chiesa degli Anabattisti; il loro culto era tollerato, a patto che il luogo di celebrazione non sembrasse un edificio religioso. Questi conflitti fra cristiani mi fanno venire in mente l’opera teatrale di José Saramago In nomine dei. La Geertekerk prende il nome dalla patrona, Santa Gertrude…
I pedalò sono in robusta plastica color panna, a prova di affondamento. Il giro si fa in senso antiorario. Appena prima di noi, partono tre ragazzine francesi, che si rivelano piuttosto maldestre nel manovrare il timone e rischiano di sbattere contro la riva opposta, in corrispondenza del passaggio che perfora la muraglia sulla destra del Winkel van Sinkel. Ridacchiano, nervosamente, della propria goffaggine. Il noleggiatore o custode grida loro alcuni semplici consigli, seguendo i quali riescono a raddrizzarsi.
Piloto io. Imbocchiamo senza difficoltà, sotto la piazzola del Municipio, il canale che ci accompagna da stamattina. Una piccola lapide, in alto a destra, denomina questo passaggio coperto Stadhuisbrug. Un paio di finestrini grigliati vi si affacciano: chissà a che scopo, dato il costante crepuscolo umido. Uscendo, vediamo svettare sulla riga di case il campanile, ormai nostro amico. File di finestre e porte, e persino portoni, si aprono direttamente sull’acqua, da entrambi i lati, forse per rifornire di merci le case soprastanti. Ecco la piattaforma del baretto a pagoda: Kalisbrug. Ed ecco, preceduto dal primo tratto di banchina, il ponte che abbiamo attraversato arrivando in centro, il Maartensbrug. Risalente al 1404, è il più antico di tutti, dice l’opuscolo. Martino, come il santo del Duomo e della Torre, ovvio. L’isolato di casette a strapiombo. I primi alberi, a sinistra. Seguire da quest’angolazione il percorso già fatto sul piano campagna produce un effetto straniante.

I ponti si susseguono. Compaiono, lungo le banchine, bar, ristoranti (thailandese, spagnolo…) e botteghe. Scorgiamo, in alto, l’insegna della libreria antiquaria dickensiana. Lo Smeebrug, con appiccicati due piccoli mascheroni felini e il bassorilievo di un fabbro al lavoro. Da qui siamo passati quando abbiamo raggiunto la Pizzeria La Fortuna. Il Geertebrug, da cui si imbocca la viuzza che punta alla kerk omonima; una statuetta di Santa Getrude è sospesa fra i due archi. Accovacciati in riva alla banchina di destra, anatidi dalle tonalità marrone-beige-bianco, con pennellate blu scuro sulle ali.

Dopo il successivo Vollensbrug, notiamo, sulla destra, un edificio di mattoni, in cui si aprono ampie vetrate ad arco. Si direbbe un ristorante, con accesso da sopra, dalla via. A pochi metri, un piccolo portone accoglie due sedie a braccioli, imbottite di cuscini. Sulla poltroncina di sinistra è acciambellata una gatta bianca, grigia e rossa, che fotografiamo.

Una lenta curva fra facciate di piccole case conduce al Bijlhouwersbrug. Ci immettiamo in un nodo di vie d’acqua e proseguiamo verso sinistra, superando un altro ponte, il Tolsteegbrug, da cui ha inizio un canale maggiore. Lo seguiamo. A sinistra digrada una lunga fascia di grandi alberi ombrosi. A destra, una ripa inerbita.

Una svolta a novanta gradi attorno a un bastione, sopra il quale si affaccia la cupola di un osservatorio astronomico. Raggiungiamo poco alla volta, e quindi superiamo, un piccolo motoscafo a propulsione elettrica, con a bordo un uomo, abbastanza corpulento, che indossa un camiciotto blu.
Continua l’ombra fresca degli alberi. Alcuni anatidi marroncini nuotano per un tratto accanto a noi, spingendo energicamente indietro le zampe palmate. Sulla destra, dall’altra parte della strada, una fila di dimore eleganti. Sulla sinistra, oltre gli alberi, un’apparente chiesa dalle vetrate gotiche. Il nostro libriccino ci dice essere un lazzeretto cinquecentesco per malati di peste, costruito qui perché questa parte di città era all’epoca scarsamente popolata e divenuto successivamente un ospedale. Una schiera di casupole bianche, a un solo piano. Una villetta dal portamento principesco.
Curva ad angolo retto attorno a un parco, immediatamente preceduta e seguita da ponti; poi riprendiamo, con una controcurva meno brusca, la direzione originaria, sempre costeggiando un’area frondosa d’alberi. La luce è quasi malinconica, da pomeriggio declinante.
Nuova brusca svolta attorno al promontorio di un edificio moderno, che dovrebbe essere il Teatro Comunale, e successivo riallineamento sull’asse Sud-Nord. Un ponte in muratura, oltre il quale sfioriamo una casa-battello (houseboat) costruita interamente in legno, incorniciata dalle chiome degli alberi. Iniziano a vedersi barche e barconi ormeggiati lungo la sponda destra.
Ventinovesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
Il canale centrale a pelo d’acqua
Il Geertebrug
Anatidi sulla banchina
Una gatta
Il canale maggiore