Terza parte della tappa a Gozo del reportage di Marco Grassano.
Fuori ha finalmente smesso di piovere. Prima del pranzo, possiamo andare a vedere il Mulino Ta’ Kola e i Templi dei Giganti, che sono vicini, e quindi, sulla costa, la Grotta di Calipso, proprio quella dell’Odissea.
Torniamo sui nostri passi verso Piazza della Vittoria – scopriamo da una targa che si chiama così – e la fermata d’autobus cui siamo scesi. Da qui prendiamo la prima via a sinistra, con un’aria malinconicamente periferica da Quartiere Pista di Alessandria ma al cui termine campeggiano le pale spalancate di un incongruo mulino manchego. Lungo il marciapiede, in corrispondenza coi gradini della Soc. Fil. Victory A.D. 1898, diverse cassette di prodotti ortofrutticoli; accanto, sulla strada, il basso camioncino del venditore ambulante; qualche massaia gli gira attorno per le compere.
Arriviamo al mulino e ci portiamo sull’aia anteriore, coperta dall’ombrello di foglie, quasi virgiliano, di un ampio leccio (Quercus ilex) e chiusa in fondo da un muretto a secco lungo il quale sono allineate alcune panchine in listelli verdi. Ai lati dell’ingresso, poggiate al muro, due macine di pietra. Un cartello affisso all’anta interna, di vetro, annuncia che “I biglietti per visitare il mulino a vento Ta’ Kola possono essere acquistati presso i Templi Ġgantija“.
Ci trasferiamo dunque all’altro insediamento. Passiamo uno slargo di case levantine con al centro giardini pubblici geometrici di siepi e palme. Un breve tratto di via e arriviamo a un gruppo di strutture prefabbricate, alcune marrone ruggine.
Lo sportello si trova subito di fronte alla porta scorrevole. Il biglietto, comprendente l’ingresso al Mulino, è di 9 euro per gli adulti e 7 per gli studenti. Da lì si imbocca uno stretto corridoio scoperto, dalle cieche pareti lisce, che conduce all’Interpretation centre: non l’ufficio in cui trovare degli interpreti, come ignorantemente supponevo (e a cosa mai servirebbero?), ma, come già ieri, un complesso e completo allestimento preparatorio alla visita, per poter poi comprendere appieno, sul campo, le rovine.
Reperti in pietra, dalla lavorazione abbastanza grossolana: due teste sferiche leggermente prognate; un masso ogivale; una grande urna tondeggiante, simile a un mortaio; un monolito a forma di parallelepipedo, sommariamente inciso. Assai meglio rifiniti sono la piccola statua a doppio busto umano, che la didascalia definisce “il rinvenimento più interessante del sito”, e una serie di feticci geometrici, dagli arti stilizzati. Pannelli illustrano singoli aspetti: “Rituali per i vivi”, “Rituali per i morti”, “Cos’è un rituale?”, “Architettura”, “Quali strumenti erano usati?”.
Una vetrina contiene una serie di utensili ritrovati durante gli scavi, accostandovi, in alcuni casi, il corrispondente moderno:
Il metallo, nel neolitico, non era ancora usato, ma venivano lavorati diversi tipi di pietra per ricavarne strumenti con varie funzioni, secondo la durezza; anche le ossa degli animali erano utilizzate a tale scopo; le parti in legno, con questo clima, non si sono conservate.
Sezioni sull’abbigliamento, gli ornamenti, “mali e dolori” (aches and pains: come non pensare ai duelos y quebrantos di Don Chisciotte?), i criteri di conservazione archeologica, il menù neolitico. Un video ricostruisce la presunta fisionomia di una donna dell’epoca: senza infamia e senza lode. Una locandina sulla successiva Età del Bronzo.
L’angolo delle scolaresche, con cubi bianchi su cui sedersi e un grande video per proiezioni; un altro destinato ai bimbi piccoli, con seggioline più comode e colorite. Passiamo alla sezione culturale. I racconti folcloristici raccolti dal frate Manwel Magri, cui è stato dedicato un francobollo.
Qualche lirica di Anton Vassallo (1817 – 1868) e soprattutto di Ġorġ Pisani (1909 – 1999), poeta “storicista” che compare anche in una grande foto e in un video in cui, indossando degli occhiali da sole, forse “per avere più carisma e sintomatico mistero”, recita un suo incomprensibile testo rimato. Mi ricorda, nell’atteggiamento declamatorio, il vecchio Ignazio Buttitta.
Annoto le tre traduzioni esposte (con l’originale non ci provo neppure!) della prima strofa di Il-Ġgantia t’Għawdex, poesia che fu anche messa in musica, come si desume dalla vicina partitura riprodotta in foto ingrandita. Mi pare che la versione nella nostra lingua, ancorché ricalchi rime e ritmi, sia la meno convincente.
Fra preistorica traccia,
nelle dolcissime serate incantate,
va sognando il Tempio, per tutta l’estate,
lassù sul colle di Caccia.À la belle clarté de la lune –
aux heures douces des nuits sereines –
là bas dans le silence de Xaghra toujours verte
rêve la Géante.In the light of the lovely moon
all through the sweet hours of the summer nights
there in the hush of the wilderness green forever
Ġgantija dreams.
Nell’ultimo spazio, prima di uscire verso le rovine, ancora pannelli sulla Visitor History e su flora e fauna.
Il cielo si è molto alleggerito, aprendosi in vistosi squarci d’azzurro. Ci avviamo lungo un passaggio dalla pavimentazione elastica, che si snoda a zigzag piegando, ora a destra ora a sinistra, tra appezzamenti di terreno ben curati. Transitiamo sotto due brevi tratti di tunnel – o soglie profonde – di ferro arrugginito, che riprendono tematicamente una parte della struttura espositiva e ricordano le creazioni “prospettiche” dello scultore genovese Franco Repetto.
Su uno slargo, una tavola di orientamento. Il camminamento si fa di calcestruzzo, divalla e poi scende di qualche scalino, seguendo il perimetro. Cespi di lavande già grandi ma non ancora lignificate. Di fronte, verso le rovine, un rilevatore di condizioni meteorologiche e (forse) di qualità dell’aria, come a Ħagar Qim. Dopo le lavande, il terreno si infossa in una specie di caverna, sormontata da fiori gialli: in origine destinata allo smaltimento dei rifiuti e per questo miniera di preziosi reperti durante gli scavi. Piantine di ginestra e di altre essenze, abilmente abbinate da chi ha progettato l’area verde.
In fondo all’area svoltiamo a destra, lungo un tratto sterrato che costeggia una fila di basse palme. Oltre la cinta, più in basso, un angolo con qualche villetta e ondate di fichi d’India. In lontananza, verso sud, una chiesa giganteggia su un abitato piatto. Verifichiamo, dalla cartina, che dovrebbe trattarsi del tempio di Xewkija, dedicato a S. Giovanni Battista.
Saliamo, successivamente, sulle due passerelle di legno, perimetrate da corde lasche, che si inoltrano tra i muri e le impalcature di sostegno. Nei punti chiave, piccoli pannelli esplicativi plastificati. I macigni da costruzione appaiono assai più grezzi e rudimentali che non quelli di Ħagar Qim. Tranne che in una delle stanze, però, ove si allineano monoliti impeccabilmente squadrati e disposti a Π: in schiera ripetitiva, come per costituire un altare prolungato.
La didascalia spiega che il sito fu scoperto con questa foggia nel 1827; poi, a seguito dell’abbandono successivo al 1901, buona parte delle rovine crollò o fu distrutta; si è quindi ricostruito l’insieme grazie ai dipinti realizzati all’epoca del ritrovamento, che ne documentavano l’aspetto originario.
Completiamo il perimetro, torniamo sul camminamento cementificato e ci avviamo verso l’uscita, costeggiando uno spesso e basso muro ombreggiato da ulivi tra i cui rami occhieggia il vicino campo di calcio. Dall’altro lato, un muretto a secco dal quale tracimano piante ornamentali di specie disparate.
Arriviamo a un piccolo prefabbricato finale. Dopo un passaggio nei bagni, a sinistra, attraversiamo il Souvenir shop: libri vari di storia, archeologia e turismo, ma, purtroppo, nessun testo dei poeti presentati all’interno; bigiotteria; tazze; riproduzioni di statuette neolitiche; bottiglie d’olio e di liquori; vasetti di marmellata, miele, salse tipiche e olive verdi.
Tredicesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- Il Mulino Ta’ Kola sull’isola di Gozo
- Un’antica discarica
- Vista dai Templi dei Giganti