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Voi siete qui: Europa » Gita sull’isola di Gozo: soggiorno nel capoluogo Victoria

20 Luglio 2018

Gita sull’isola di Gozo: soggiorno nel capoluogo Victoria

Quinta parte della tappa a Gozo del reportage di Marco Grassano.

Manca un quarto alle due, ormai è il momento di pranzare. Diamo un’occhiata, di passaggio, ai vari locali affacciati sulla piazza, finendo per scegliere il Coronation Pizzeria Bar Café: sull’architrave blu, scritta bianca fra due solenni corone elisabettiane; porta di legno scuro, da pub inglese; sul lato destro, una rossa cabina telefonica, anch’essa assolutamente britannica.

Apriamo il battente a fatica, per via della serratura che tende a incastrarsi. Pavimento a lunghe piastrelle grigie. Una fila di piccoli tavolini in legno chiaro, assistiti da sedie imbottite, contro il muro di sinistra. Tavoli sparsi nello spazio centrale. Ci accomodiamo subito a destra, a ridosso dell’ingresso, dominato da un grande schermo televisivo.

Arriva una ragazza piuttosto in carne, la figlia dei titolari, e ordiniamo: due vassoi maltesi, sempre variegati e ricchi di sapori; una fetta di torta; acqua minerale; una birra media Cisk; caffè conclusivo per Ester. Avventori locali e turisti stranieri entrano ed escono in continuazione. Una coppia di maturi tedeschi si prende un tè coi biscotti, a uno dei tavolini di sinistra. Una famiglia maltese al tavolo tondo più in là.

Al tavolo di fianco al nostro, una coppia di italiani dall’accento abbastanza familiare. Chiacchierando, si rivelano essere di Pinerolo; non sono a Malta per la prima volta, perché il fratello della signora vive qui, dove ha aperto un’attività, e ogni tanto vengono a fargli visita. Passiamo dai servizi, dritto in fondo, oltre il bancone spalleggiato da una ricca bottiglieria, e paghiamo i 27,50 euro del conto.

Ci portiamo, sull’angolo più vicino della piazza, alla fermata dell’autobus 307, che ci dovrebbe condurre al capoluogo dell’isola, Victoria-Rabat. Dietro di noi sporge, incappucciando la vetrina, la tenda nera del bar Eat, Love… Drink. C’è un palo di fermata anche sul marciapiede opposto; le altre persone in attesa – ancora una volta, donne di apparente mezza età – ci dicono che la vettura ripassa di là dopo essere arrivata in fondo alla via; ne approfitteremo per vedere, da seduti, un altro pezzo di villaggio.

Seguiamo la solita via paesana. Anche procedendo in direzione est le case assumono caratteristiche sempre più periferiche, e cominciano a lasciare fra loro spazi inedificati. Dietro di esse, la campagna selvaggia. Prendiamo infine a sinistra, costeggiando un muretto crestato di fichi d’India, e raggiungiamo il termine del blocco di abitazioni, oltre il quale si estendono solo coltivi: come quando, nelle mie passeggiate per il Rione Cristo di Alessandria, arrivo alla frontiera ultima di Via Ferruccio Parri. Giriamo attorno all’isolato, per tornare indietro. A sinistra, gli alti tralicci di un paio di pompe irrigue a vento, incimati da ruote ad alette. Ricordano quelli del West, o gli altri, simili, che avevo notato in Maremma.

Da Piazza della Vittoria svoltiamo nella via da cui siamo arrivati, incrociata più volte durante le nostre divagazioni mattinali. Usciamo dal paese dichinando dolcemente, con qualche accenno di curva a gomito da Liguria interna o da Alta Val Curone, ma su una strada ampia e liscia. Puntiamo verso il tempio troneggiante di Xewkija.

Sui bassi muretti, bordure tracimanti di fichi d’India. A una rotonda, viriamo a destra. Xewkija e la sua chiesa ci rimangono sulla sinistra, mentre proseguiamo lungo due carreggiate separate da una sequela di cespugli all’italiana e di piccole palme. A destra della strada si ripetono i gruppi di fichi d’India su muretto: evidentemente, l’immagine più comune.

Più in là le carreggiate si riunificano, mirando all’abitato che vediamo avvicinarsi. A sinistra cresce una bassa collina; ci manteniamo al piede del suo declivio. Lasciamo la lieve salita e pieghiamo a destra, fra edifici commerciali nuovi e spazi non costruiti. Un parcheggio, poi vasti giardini pubblici cinti da una rete metallica plastificata. A sinistra, una riva rampante di sassi, oleandri e fichi d’India marca il dislivello con altre case. Un secondo parcheggio e, subito dopo, il capolinea delle corriere, fronteggiato da una tettoia turchina.

Scendiamo e seguiamo le indicazioni del navigatore per raggiungere l’alloggiamento di questa notte. Attraversiamo un giardinetto pubblico alberato, parallelo, sul fronte più lungo, a un plotone di case. A sinistra, un bar munito di terrazza e, piantato in un’aiuola, un piccolo cippo, scolpito in un groviglio di volti stilizzati. Lo costeggiamo, passando sul marciapiede. Saliamo leggermente fino a una piazza circondata da bassi edifici levantini, fra i quali si è insinuata una chiesetta barocca.

La piazzetta con la fontana a Victoria, sull'isola di GozoAl centro, una fontana a tre piatti che i veicoli in transito sfiorano di continuo. Un altro bar, con tavolini esterni, mi suscita un’indefinita sensazione – forse un cortocircuito mnemonico – di vacanze iberiche. Fiancheggiamo, dal marciapiede, anch’esso.

Al primo incrocio, che precede di poco una chiesa, prendiamo a destra e poi subito a sinistra, verso la periferia. Le solite case levantine a due piani. Un cartello stradale ci informa che camminiamo in direzione di Munxa. Qualche area ancora da costruire, più piccola o più grande, delimitata da muretti a piombo. In una delle case a sinistra, la mercanzia di un rigattiere trabocca dal garage fin sul marciapiede; sul cumulo di roba noto una chitarra folk americana, nera e col rosone argentato come quella di Paul Simon a Central Park.

Proseguiamo ancora fino all’incrocio con Triq Patri Anton Debono, Missiunarju (1887 – 1956). Sull’angolo della muraglia di fronte a noi, l’indicazione – verso sinistra – di un meccanico per motocicli. Lo troviamo alcune decine di metri dopo, che allinea motorini e quad di fronte all’officina e su parte di una superficie inedificata.

Dopo una piccola area contesa fra rottami e fichi d’India, troviamo la nuovissima palazzina a due piani, di gusto New England (quasi uscita da un dipinto di Edward Hopper, ma coi muri di pietra anziché di legno), nella quale abbiamo prenotato la camera: Sherin Holiday House, dice il campanello che suoniamo dopo aver salito una rampa di scale.

Viene ad aprirci un ragazzo alto, moro, slanciato. Ci fa accomodare in un lungo corridoio dalle pareti di laterizi in pietra color avorio, lisci e impeccabilmente commessi. Subito a sinistra, una libreria piena di vasellame ornamentale, con qualche statuetta e una fila di best seller in inglese. L’ampio salotto di fronte contiene un tavolo da ping pong, un tronfio divano bianco, un grande schermo televisivo e una complicata play station a tre monitor. Non è roba per noi…

Un basso mobile bianco regge una testa in terracotta, di arcaica fattura cinese. Alle pareti, quadri dai colori fluidi. Un elaborato lampadario in vetro, come nei saloni patrizi di inizio Novecento. La scala per il piano di sopra e, subito dopo, una cucina vasta, luminosa, modernissima: il grande piano di cottura al centro; disposti contro le pareti, il lavello, due frigoriferi metallizzati e le credenze; sul lato sinistro, un tavolo circondato da poltroncine bianche traforate, su cui alcuni ragazzi giocano a carte. Ci salutiamo educatamente.

Saliamo le due rampe dai gradini di pietra grigia e svoltiamo a destra. Il nostro accompagnatore ci apre una porta smaltata di bianco. Bianchi sono pure, nell’ampio spazio che ci si para dinnanzi, i mobili – comò, tondi comodini, seggiolona di vimini, basso letto matrimoniale -, gli infissi e i relativi tendaggi, i quadri con riproduzioni di grandi farfalle, la porta del bagno. Di scuro, solo un mobiletto contro la parete di fronte al lettone.

I muri hanno le stesse caratteristiche costruttive che nel corridoio, mentre il pavimento è di ceramica, sempre tinta avorio. Una porta-finestra dà accesso al terrazzo, dal quale si domina la piscina azzurra, a forma di losanga parzialmente arrotondata, che sorge sul retro dello stabile. L’acqua gorgoglia, ma con queste temperature non induce ancora ai tuffi, commentiamo col nostro accompagnatore. Il bagno è spazioso, rivestito di piastrelle blu (sul pavimento e lungo la fascia superiore delle pareti) e bianche. Water massiccio, vasca utilizzabile per la doccia, lavabetto tondo “di tendenza”, scarsamente funzionale.

Verso il centro di Victoria, sull'isola di GozoCi laviamo e ci riposiamo qualche minuto sdraiati. Poi andiamo a visitare il centro, ripercorrendo tutta Triq Santa Dminka. Tiriamo dritti in una strada che mi fa pensare all’inizio di Via Cavour ad Alessandria o all’ingresso di Castelnuovo Scrivia dal semaforo per Tortona: Triq Sir Arturo Mecieca Senso. In testa alla via, ricavato nella parete di sinistra, una specie di monumento raffigura un simbolo simile a quello della Opel da cui si allargano, come onde successive, vele stilizzate recanti le enigmatiche scritte 100 SENA; ELETTRIKO; F MALTA; 1895 – 1995.

Quindicesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalie:

  • La piazzetta con la fontana a Victoria
  • Verso il centro della cittadina
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