Quand’ero bambino m’immaginavo il paradiso come una serie infinita di dolci colline tappezzate a prato inglese (adesso so che la manutenzione avrebbe costi proibitivi, anche per le Alte Sfere). Da qualche anno, però, ho cambiato idea: assomiglia di più a guidare d’estate con il finestrino abbassato lungo i tornanti dell’estrema punta della penisola del Mani, il “dito” mediano del Peloponneso, in Grecia. Fuori profumi indescrivibili, dentro l’autoradio suona Marvin Gaye. Non amo le conversioni, né tantomeno i convertiti, ma so che avrei gioco facile a farvi cambiare idea. Provate soltanto una volta e poi mi direte…
Non che avessi bisogno di conferme, ma la gita di oggi mi ha stregato come la prima volta, quasi dieci anni fa. E la gita al faro di Capo Tenaro – o Capo Matapan che dir si voglia – è diventata per me una tradizione. Anzi di più: una sorta di pellegrinaggio laico.

La prima tappa consiste in un breve raccoglimento nel piccolo tempio dedicato nell’antichità a Poseidone. I Greci credevano che qui ci fosse uno degli ingressi nell’Ade, il regno dei morti. Visitatori, turisti e, perché no?, pellegrini lasciano un segno del proprio passaggio: chi una moneta, chi un sassolino con una dedica o una preghiera, chi una cartolina, chi una candela. Qualche anno fa ho lasciato un biglietto da visita, ma il New York Times non si è fatto vivo…

La seconda tappa è il mosaico di epoca romana che ancora si ammira a pochi passi dall’unico albero che fa ombra ai fortunati che fanno il bagno nella piccola baia, una volta raggiunto il livello del mare (nei pressi si intuiscono i resti di antichi depositi di quello che era un porticciolo).
Poi comincia la gita vera e propria. Sono due chilometri da percorrere sotto il sole cocente, a cui oggi si è aggiunto un vento particolarmente forte. Indispensabili, dunque, gli accorgimenti del caso: crema protettiva, cappello, scarpe comode, acqua. Naturalmente, come nel caso delle avvertenze dei TG estivi, sono poche le persone che si preparano in modo adeguato. Anche oggi, come in passato, ho visto diversi avventurieri – di varie età e tipo di carnagione – affrontare l’impresa a capo scoperto e senza rifornimento idrico.

A seconda del grado di agilità e di velocità del passo si impiegano dai 20 ai 40 minuti per coprire la distanza e altrettanto dura il ritorno (provati nel fisico, ma con la meraviglia ancora negli occhi, anche perché il panorama mozzafiato non si concentra nella sola punta dove si eleva il faro).

Ai suoi piedi sventola la bandiera della Grecia, a segnare il punto più meridionale dell’Europa continentale.
Ripresa l’auto, dopo pochi chilometri, quando il segnale di campo torna presente, un avviso sonoro mai prima sentito mi fa preoccupare. Accosto e guardo lo smartphone: un’allerta della Protezione civile greca mi informa che c’è un incendio nella mia area. In realtà l’incendio è sull’isola di Citera, davanti al “dito” più orientale del Mani, ed è attivo (così leggo in Rete) da sabato mattina. Ho visto più volte un elicottero antincendio sorvolare la zona dove risiedo in questi giorni. Speriamo che i vigli del fuoco ne vengano a capo presto.
Saul Stucchi