Dopo la disgregazione del “nido” familiare romagnolo, prima come alunno e poi come docente il Pascoli si sposta a Rimini, Bologna, Matera, Massa e Livorno. Solo nel 1895, quando la sorella Ida annuncia le proprie nozze, decide di cercare una nuova residenza stabile. Sente dal figlio del prof. Enrico Giuliani che nelle frazioni ai piedi dei contrafforti appenninici si trovano diversi casali in vendita e, accompagnato dall’amministratore del collegio San Giorgio dell’Ardenza, gira per tre giorni alla ricerca d’una sede a Bellavista, Pozza e Filecchio. Visita una villetta, ma poi la scarta perché “esageratamente tirata a lucido e con un vivaio troppo pettinato”. Inoltre dà sulla strada, con gli inevitabili rumori di campanelli, biciclette e cigolii di carri. Alla fine si lascia sedurre da un settecentesco rustico di Castelvecchio, un po’ malridotto ma perlomeno isolato e quindi in grado di garantire la quiete agreste di cui avverte la mancanza dai lontani tempi della fanciullezza. Firma subito il contratto d’affitto, che parte dal primo ottobre e prevede un canone annuale di 640 lire.

È la fedele Mariù a raccontare il momento del sospirato arrivo dopo il viaggio in treno fino a Lucca e le successive 5 ore in carrozza. Dice che, alla vista dell’abitazione, i due sentono come le ali ai piedi e s’inerpicano per il viottolo tortuoso che conduce all’ingresso. Evita però di raccontare quanto rivela invece il biografo Gian Luigi Ruggio, ossia che ad un certo punto l’ormai maturo Zvanì inciampa e cade disteso al suolo. Lei si china per soccorrerlo temendo si sia fatto male, ma la tranquillizza dicendo: “Non ti preoccupare. Amo talmente questa terra che – come vedi – ho voluto baciarla!”. Ai lati il sentiero è delimitato da una semplice staccionata, oltre la quale si apre una macchia con un vero e proprio campionario di arbusti che s’incontrano ad ogni piè sospinto nelle pagine del poeta. In particolare c’è un canneto, che evoca nel canto Voci misteriose e che nel Nido di farlotti lo aiuta a rimembrare lo spensierato mondo dell’infanzia.

E forse lo spinge anche a scrivere Un ricordo, dove ricostruisce la fatale partenza per Cesena del padre Ruggero il 10 agosto del 1867. La bimba più piccola lo scongiura di non andare e il papà, fingendo di ascoltarla, le consegna come pegno un bastoncino di bambù. Ma la rima aggiunge sconsolata:
Aspetta ancora. Il babbo
non tornò più.
La dimora è a tre piani. Il primo comprende l’ingresso, la cucina, la sala da pranzo e un altro vano attiguo. Al secondo si hanno due camere e un’ampia stanza, destinata a divenire lo studio del nuovo inquilino.

Ed è qui che si possono ancora vedere i tre diversi tavoli su cui lo scrittore è solito lavorare e riservati rispettivamente alle composizioni italiane, a quelle latine ed alla saggistica. A lato figurano la biblioteca e un corridoio che conduce all’altana, dove pendono due campane a ricordo dei genitori. Il terzo infine, ricavato sottotetto, ha la medesima suddivisione degli spazi. Giovanni la definisce “una bicocca con intorno un po’ d’orto e di selva”.
In realtà all’esterno si trova anche una serie di fiori, che sono spesso i protagonisti assoluti di tanti celebri versi. L’area del frutteto e boschiva annovera piante di tutti i tipi: noci, castagni, limoni, ulivi, viti, querce, pini e pioppi. In un angolo si notano poi il pozzo, l’arnia e il forno per cuocere il pane.
Il nucleo domestico, oltre che i due fratelli, include il passerotto Merlino, che però muore nella gabbietta pochi mesi dopo l’arrivo in Toscana, a 17 anni d’età. Viene sepolto in una nicchia murata con il cemento, su cui il capofamiglia scrive a grafite una specie di epitaffio, oggi ormai illeggibile. Ma soprattutto comprende il cucciolo ricevuto in dono nel 1894 da Antonio Antony, illustratore di Myricae. Figlio di una canina levriera e di un bracco, mentre si cerca di trovargli l’appellativo più adatto giunge un vassoio di dolci spedito da alcuni ex alunni e sopra c’è stampigliato il curioso nome palermitano del pasticciere Gulì. Piace subito a tutti e passa automaticamente all’animale.
Al decesso, giunto il 21 gennaio del 1912, verrà sepolto sotto una colonnina, che segnala il luogo preciso dell’inumazione. L’affranto padrone, nel comunicare la notizia all’amico Raffaello Marcovigni, annota tra l’altro: “Il povero nostro Argo è spirato. Ora dorme nel più bel posto del nostro boschetto, tra odorosi bussoli, sotto lauri regi e allori, cullato dal canto mite e gentile degli sgriggioli e rotondo e piano delle capinere”.
Dalla terrazza, guardando sulla sinistra, si vede l’altura di Barga, appollaiata sul colle Remeggio. Alla sommità svetta il duomo romanico, il cui campanile scandisce il tempo ogni quarto d’ora con rintocchi alti e ogni 60 minuti con tonalità più basse. Ed è a questo messaggio quotidiano che il Pascoli dedica una delle più ispirate liriche, che inizia così:
Al mio cantuccio, donde non sento
se non le reste brusir del grano,
il suon dell’ore viene col vento
dal non veduto borgo montano:
suono che uguale, che blando cade,
come una voce che persuade.

Proseguendo si scopre che instaura un parallelismo preciso tra il modo di battere dei bronzi e le varie età dell’intera vita umana. Anzi, ogni 15 versi, attraverso un sofisticato uso delle allitterazioni, l’artista riproduce l’alternarsi di timbri acuti e gravi, che ritmano a modo loro le fasi dell’esistenza. A ricordo del prezioso omaggio, per decisione unanime l’intero canto è oggi visibile riprodotto su una parete interna del tempio.
A destra, invece, il panorama si apre sulle Alpi Apuane, e in particolare sulla Pania, che vanta un’altezza di 1858 metri. E ad essa il poeta invia un vero e proprio inno:
O monte, che regni tra il fumo
del nembo, e tra il lume degli astri,
tu nutri nei poggi il profumo
di timi, di mente e mentastri.
Tu pascoli le api, o gigante:
tu meni nei borri profondi
la piccola greggia ronzante.
Sei grande, sei forte: e dai cavi
tuoi massi tu gemi, tu grondi
del limpido flutto dei favi.
Sei buono tu, grande tra i grandi:
né spregi la nera capanna.
Al pio boscaiolo tu mandi
sovente la ricca tua manna.
Gli mandi un tuo sciame, che scende
giù giù per la valle remota, qual tremulo nuvolo, e splende.
Lo segue un tumulto canoro,
ché timpani, cembali, crotali
chiamano il nuvolo d’oro.
E quando sembra che debba abbandonare l’ultimo rifugio, scrive un testo rimasto inedito ed incompiuto che esprime il doloroso distacco dal ciclopico amico:
Addio Pania! Felice che resti;
noi, poveretti, si va e si viene:
ma pur ci amammo, ma mi volesti,
ma ci volemmo pur tanto bene.
L’unico che non può vedere dal balcone è il Serchio, il fiume che battezza l’intera vallata. Però lo incontra e ne avverte il mormorare ogni volta che esce a fare quattro passi. E quanto gli sia legato lo dimostra nel 1902, allorché stende un’ode di denuncia contro i dissesti che provocano le sue secche. Ai versi antepone una lunga nota, in cui spiega magicamente i segreti legami che formano un ecosistema.

A un certo punto osserva: “La vegetazione impedisce all’acqua piovana di evaporare subito, e questa circola così nelle vene della terra, donde geme in polle e scorre in ruscelli. Gli alberi e le acque si amano e si aiutano con fraterna vicenda: gli alberi proteggono le acque, le acque alimentano gli alberi. E quando la bella selva nei meriggi estivi sta immobile sul dorso del monte, pare che porga ascolto alla voce sommessa e dolce, come un vagito nuovo, d’un rio a cui ella diede la vita. E quando i ruscelli sono divenuti il fiume, questo, con la sua gran voce inestinguibile, sembra che canti le lodi dei faggi e degli abeti, amici della solitudine e della meditazione”. Quanto al lungo carme, contiene una serie d’immagini indimenticabili, come la famosa:
Te vidi, quando sceso, negli umili
tuoi giorni di magra, dal monte,
parevi arrossire del ponte:
del ponte grande, tu sottil rivolo,
roseo per una nuvola rosea,
cui chiedessero, un giorno, le polle,
che le ravvenasse, e non volle.
(Prima parte – segue)
Testo e foto di Lorenzo Iseppi
Didascalie:
- Il viottolo che conduce alla “bicocca” di Castelvecchio
- Il canneto, evocato dal poeta in molti versi
- Lo stabile a tre piani dove il letterato vive dal 1895 al 1912
- L’altana con le due campane a memoria dei genitori
- Il pozzo
- La nicchia dove è sepolto il passerotto Merlino
- Il campanile del duomo, che ispira la famosa lirica “L’ora di Barga”
- Il profilo della Pania, alla quale Giovanni dedica un vero e proprio inno
- Un tratto del Serchio in secca al ponte di Campia