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Voi siete qui: Interviste » Giochi di specchi tra il professor Pietro Marani e Leonardo da Vinci

21 Luglio 2011

Giochi di specchi tra il professor Pietro Marani e Leonardo da Vinci

Marani_ante Nella calda mattinata di un giorno non ancora ufficialmente estivo, sono arrivato in zona “ex Fiera” di Milano per incontrare Pietro C. Marani nel suo studio. Pur avendo preso un discreto numero di ascensori nella mia vita, ancora non mi era capitato di trovarmi tête-à-tête con Isabella d’Este. “Cominciamo bene!” ho pensato premendo il pulsante del piano e dopo pochi secondi mi ha aperto la porta un Marani abbronzato, in t-shirt nera Versace che ne esaltava la muscolatura visibilmente mantenuta in allenamento. Senza eccedere in molesta curiosità, ho cercato di farmi un’idea dell’abitazione scorrendo al volo i titoli dei libri che riempivano gli scaffali: quasi tutti cataloghi d’arte e di mostre. Su una parete ho riconosciuto il Profilo di Salaì (da un disegno di Leonardo) di Francesco Bartolozzi, ma la mia attenzione è stata calamitata dal vicino ritratto di Napoleone nella scenografica (e un po’ troppo pacchiana anche per lui) veste dell’Incoronazione. Ci siamo accomodati a un tavolo intarsiato, sul quale erano appoggiate le ultime pubblicazioni del professore e una cartolina spedita da Granada, mentre a portata di mano spuntava la costa della raccolta di tutti i manoscritti di Leonardo. Sono venuto qui per loro due: Leonardo e Pietro C. Marani (solo al termine dell’incontro scoprirò che l’iniziale “nasconde” un Cesare, grazie al frontespizio di un opuscolo di cui il professore gentilmente mi ha fatto omaggio).
Marani_1
Ottenuto il permesso di registrare la nostra chiacchierata, ho appoggiato sul tavolo l’iPad con in testa il pensiero che – forse – al Maestro questo strumento avrebbe proprio fatto comodo. Marani dimostrerà invece un altro atteggiamento verso la tecnologia, ma procediamo con ordine. Indicandogli il suo ultimo libro Le calze rosa di Salaì, edito da Skira, gli domando perché abbia scelto quell’argomento e soprattutto la forma del racconto invece di quella del saggio. Marani risponde che la casa editrice (con la quale collabora da molti anni) gli ha più volte chiesto di pensare a un racconto dopo la pubblicazione di Leonardiana (in cui di Salaì, gli faccio notare, si parla soltanto in una fugace nota), convinta che lui potesse affrontare Leonardo anche da un punto di vista più “leggero”. Confessa di aver avuto in mente quest’idea da molto tempo prima e poi, presa la decisione di provarci, ci ha lavorato giorno e notte per alcuni mesi, scrivendo di getto, con molta passione. Ne è venuto fuori un racconto in cui ha cercato di immedesimarsi nella psicologia dei due allievi di Leonardo, Francesco Melzi – che narra la vicenda in prima persona – e il Salaì, al secolo Gian Giacomo Caprotti.

La rivalutazione della figura di Salaì e insieme il ridimensionamento del ruolo avuto dal Melzi sono venuti fuori dai suoi studi e gli è sembrato che la forma di un racconto gradevole da leggere potesse essere la via per fare una proposta insostenibile dal punto di vista documentario. “È anche una sorta di riparazione postuma?” gli domando, ottenendo una risposta affermativa che il professore articola così: Salaì era anche un artista, ma tutto quello che realizzava veniva considerato opera del maestro e di lui sono rimasti soltanto i giudizi malevoli. “Eppure qualcosa di buono questo poveraccio doveva pur averlo fatto!”, lo difende Marani, spiegandomi che il linguaggio becero e volgare degli scritti di Leonardo gli ha fatto sorgere il dubbio che Salaì potesse aver avuto un ruolo simile a quello del Melzi, occupandosi della trascrizione dei discorsi del maestro.
Marani_2
Per quanto riguarda invece l’atmosfera malinconica che fa da cornice al racconto, Marani ammette di amarla, ma riconosce che non si tratta di una scelta consapevole fatta a tavolino, quanto piuttosto di un risultato non ricercato. La scelta di immedesimarsi nel Melzi ha fatto sì che ne uscisse un libro malinconico, in cui pagina dopo pagina emerge il rimpianto dell’allievo erede del maestro di non aver compreso il carattere del vivace collega. “Questo tono malinconico – aggiunge Marani – è forse anche autobiografico…”. “Per il senso della fine di un’epoca?” domando. “Sì, perché mi sento vecchio!” risponde ridendo. “Dopo trent’anni che studio queste cose c’è un po’ di rimpianto perché potevo fare di più o di meglio” e mi parla dei colleghi più giovani e dei nuovi strumenti che hanno a disposizione. Lui è abituato a lavorare compulsando i manoscritti veri, gli originali o quelli riprodotti in fac-simile. Ora tutto è molto più rapido, ma anche inevitabilmente più superficiale. La fatica e i tempi dello studioso sembrano un ricordo del passato. Marani_3“Occorrerebbe una forma mentis diversa da quella che ho ereditato dai miei vecchi maestri”, dice, riconoscendo di provare adesso una certa difficoltà, quando gli chiedono di scrivere un saggio su Leonardo in dieci cartelle, nel sintetizzare il suo pensiero in così poco spazio perché il suo metodo è sempre stato quello di andare in profondità. Il disagio verso i nuovi strumenti tecnologici non gli fa però cambiare idea sull’approccio a Leonardo, che – ribadisce con convinzione – non può che avvenire per assaggi, per piccoli passi purché spinti in profondità. È stato il rapporto diretto, fisico, con l’opera di Leonardo a permettergli di comprendere come quello sia l’unico modo per poter dire qualcosa di nuovo. L’originalità, ma anche il limite delle sue scoperte deriva da qui, mentre la conoscenza degli studiosi dell’ultima generazione avviene un po’ per presunzione, un po’ perché il frutto di una mentalità che è cambiata, ma spesso ha il difetto di non essere sottoposta al vaglio della verifica. E per spiegarlo mi racconta a mo’ di aneddoto lo “scivolone” di una giovane collega americana che a un recente congresso al Kunsthistorisches Institut di Firenze ha avanzato l’ipotesi di un giovane Leonardo già conoscitore di una tradizione ottica araba, poggiando la sua tesi su una pagina del maestro, non accorgendosi della differenza d’inchiostro tra disegno e scritta presenti sulla stessa pagina. Invece l’annotazione è stata aggiunta un ventennio dopo dallo stesso Leonardo, mi spiega Marani, e solo la consultazione dell’originale avrebbe potuto mettere la studiosa in guardia contro l’errore che ha commesso. “Leonardo è un campo minato, soprattutto nei suoi manoscritti che hanno pagine su cui lui ritorna anche dopo anni”, afferma, aggiungendo che il pericolo più grave è la diffusione di questi errori di valutazione che “entrano in circolo” e si propagano nella comunità scientifica, finendo per generare a loro volta altri errori.
La chiacchierata scivola di nuovo verso il tema del rimpianto. Il suo più grande è forse quello di dover rinunciare alla mostra su Leonardo artista che aveva progettato di organizzare a Milano in occasione dell’Expo del 2015. La National Gallery e il Louvre hanno giocato d’anticipo, “bruciando” l’idea: nei prossimi mesi dedicheranno infatti due mostre al Leonardo pittore. La sua ambizione era quella di mettere a confronto i ritratti del da Vinci con quelli di Dürer, Holbein, Botticelli… ma riconosce che pochi musei sarebbero stati contenti di prestare opere – pur molto belle – che sarebbero uscite “sconfitte” nel confronto diretto con quelle di Leonardo. Rimpianto non meno pungente è quello di non essere riuscito a portare a Milano le due versioni della Vergine delle rocce: per la città sarebbe stata una sorta di “risarcimento”, dato che entrambe le opere vennero dipinte qui. Ora il progetto di una grande mostra su Leonardo dovrebbe invece puntare sul periodo milanese perché è proprio negli ultimi vent’anni del Quattrocento che Leonardo diventa uno scienziato, mentre la sua preparazione precedente era essenzialmente di tipo pratico. Ma si tratterebbe di una mostra molto più “difficile”, non tanto dal punto di vista organizzativo, quanto da quello “comunicativo” perché – riconosce con scoramento Marani – “la gente normale non ha più l’attenzione per guardare”, ma si accontenta solo di dare una rapida occhiata a fogli disegnati o scritti, ormai abituata a veder scorrere a ritmo vorticoso sullo schermo di un computer immagini dopo immagini.
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Conclusa l’intervista è lui a domandarmi se abbia piacere a vedere lo studio in cui ha scritto il libro. Da un’alta pila di documenti e scritti estrae il suo saggio “Collezionismo e filologia. A proposito dei disegni di Boltraffio, Solario e Luini dalla collezione Jabach al Louvre” e me lo regala. Gli dico che qualche giorno dopo sarei partito per Madrid per visitare una mostra a Palazzo Reale sui Tesori della Polonia, in cui alla Dama con l’ermellino tocca il ruolo di opera regina. Non lo sapeva. È solo accompagnandomi alla porta che si accorge di non avermi offerto un caffè. Ridendo gli rispondo che il caffè mi avrebbe spinto ad aprire un lungo discorso, spiegandogli che a questa bevanda ho dedicato un intero blog. Sarà per la prossima volta, rimaniamo d’accordo.
Saul Stucchi

leonardianaMarani_coverPietro C. Marani
Le calze rosa di Salaì

Skira
2011; pp. 120
15 €

Pietro C. Marani
Leonardiana
Studi e saggi su Leonardo da Vinci

Skira
2010; pp. 392
32 €

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