Questa mattina, poco prima di pranzo, il chiostro dell’omonimo hotel di Verbania era sovraffollato come non mai. Il motivo era semplice: Francesco Guccini stava raccontando le storie del suo Appennino. Lo presentava lo scrittore Erminio Ferrari e il sole che dardeggiava a piombo sugli ombrelloni posti nel giardino a salvaguardia del pubblico sembrava partecipare con gioia all’incontro.
Il cantautore ha rievocato con ironia l’infanzia a Pavana e il trasferimento a Modena, dove si meravigliava che le persone abitassero tutte vicine tra loro senza essere parenti le une delle altre. Ha elogiato Libera nos a Malo di Luigi Meneghello, riconoscendola come opera che ha ispirato il suo primo romanzo, Croniche epafaniche.
Più che essere un buen retiro, Pavana è il suo paese, il centro del suo universo. Ferrari ne ha sottolineato la particolare condizione di luogo di confine, sul crinale tra Emilia e Toscana e ha domandato a Guccini come ci si trova. “Si vive bene, adesso che non ci sono più il Gran Ducato e lo Stato Pontificio”, ha risposto sornione il cantautore. Guccini ha ricordato l’importanza del dialetto per quelli della sua generazione, mentre oggi sono in pochi a parlarlo. Luoghi e cose cambiano di nome a pochi chilometri di distanza e se i pavanesi chiamano il proprio paese Pavna, per i circonvicini diventa Pàvena. Allo stesso modo i toscani di Pavana chiamano con questo nome gli “altri” toscani, come se loro non lo fossero, per distinguersi.

Quand’era ragazzo dal fiume si passava al bacino di Pavana, con tutte le prove di forza del caso, attraversandolo in lungo e in largo. Quella che ha raccontato è una personalissima storia fluviale dell’Appennino. Al mare invece non si sente mai felice, ha confessato. L’ha visto per la prima volta a dodici anni, ma non gli è mai piaciuto più di tanto, non ci si trova a suo agio.
In chiusura Ferrari gli ha chiesto di raccontare la sanguinosa faida che oppose per anni il clan dei suoi avi a quello di Enzo Biagi, riportato alla luce da uno storico. Molte delle vicende narrate dai cantastorie itineranti, invece, erano frutto della loro fantasia, perché non sempre potevano “contare” su fatti truculenti realmente accaduti…
Saul Stucchi