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Voi siete qui: Biblioteca » Escobar si mette sulle tracce di Don Giovanni in un libro godibilissimo

30 Ottobre 2014

Escobar si mette sulle tracce di Don Giovanni in un libro godibilissimo

Basta il titolo per capire il concetto di fondo che ha ispirato il libro di Roberto Escobar: La fedeltà di Don Giovanni. Basta a chi ha incontrato questo archetipo fondamentale della letteratura moderna almeno una volta nella vita, fra teatro, musica, filosofia per non dubitare nemmeno per un istante della congruità del sostantivo – fedeltà – e non confonderlo con un banale escamotage per disorientare e così catturare il lettore avventizio in giro per gli scaffali di una libreria (questa sì, una rappresentazione sempre più improbabile).

Basta perché ovviamente la fedeltà dell’infedele (si direbbe) per definizione va intesa come un patto di ferro con se stesso. Diremmo che la tesi non è nuova: il libertino, perlopiù ateo (non necessariamente, per esempio proprio nei pressi dell’origine mitopoietica del caso: il Burlador de Sevilla di Tirso de Molina, 1630), specie nella sua versione più ricca di implicazioni lato sensu filosofiche è un uomo la cui intemperante liberà erotica è solo una declinazione fra le altre di un atteggiamento complessivo “beffardo e sacrilego”. Che possiamo pertanto chiamare fedeltà alla propria “natura” (sarebbe meglio dire convinzioni), l’incostanza in tutto questo adombrando null’altro che l’adesione alla verità di ciò che si è; all’istante privo di progettualità in cui Don Giovanni ha deciso di vivere.

Don_Juan_and_the_statue_of_the_Commander_mg_0119Ciò che rende il libro invece gustosissimo nonostante la bibliografia non esigua sull’argomento è che non si risolve in un esercizio tassonomico che elenchi le varie versioni del mito, le varianti per così dire, e di conseguenza le letture e le interpretazioni possibili. Brillante piuttosto la ricerca di  aspetti solo in apparenza laterali, a partire dall’invenzione narrativa della Statua: o l’escursione – cara in decenni ormai lontani alla psicoanalisi – nel tema del doppio, criptato ma non troppo nell’invidia di Leporello o Sganarello che dir si voglia, il Servo che indizia dall’interno del dramma (comico e non) il motivo alla base non solo del costante successo di pubblico nel tempo, ma la sua tendenza a tifare per il grande libertino (come se un gigantesco Es emergesse dall’orda che nei secoli ha dovuto suo malgrado abituarsi al conformismo delle convenzioni). Che, è noto, non si pente, e solo in alcuni casi (Molière) finge il contrario, perché capisce che a trionfare nel mondo sono gli ipocriti: ma dicendolo apertamente, e in tal modo abbassando la contrizione al suo dato elementare, si direbbe quasi economico: l’opportunismo.

Escobar_coverPeraltro, Escobar lascia piuttosto in disparte le occorrenze più note – benché grandiose (e direi obbligatorie per qualsiasi studente oggi voglia formarsi con un minimo di decenza) quali quella somma di Mozart – Da Ponte (sebbene, come sostenuto da tanti, meno magistrale dal punto di vista drammaturgico che meramente musicale: e vorrei vedere). E invece dà spazio a elaborazioni in qualche caso minori: i precursori dello stesso Tirso in terra andalusa, le messe in scena dei gesuiti (che miravano a colpire Machiavelli come prototipo di libertino che sobilla il dissoluto a non pentirsi, a non piegare la testa verso un’autorità “superiore”); i canovacci della commedia dell’arte (un titolo esemplare: L’ateista fulminato); le esplorazioni di un Dumas o i ripiegamenti malinconici di uno Strauss, e quelli grotteschi di un Brancati o di un Saramago, le disillusioni di un uomo che a suo tempo aveva creduto nella possilbità di un mondo diverso (da ETA Hoffmann a Balzac).

Libro seducente e colto, dunque, che con una scrittura frizzante mostra come in uno specchio mobile l’inafferrabile Don Giovanni, ma ribadendo che chi continua ad affascinarci non è il cialtrone che si diverte a far arrossire verginelle – parafrasi da Kierkegaard – ma l’uomo che “desidera; ed è questo desiderio ad avere un effetto seducente”: qui, e ne raccomandiamo l’opera a chi non la conoscesse, le parole del filosofo sono letterali. A parlare, con Don Giovanni, se ancora non lo si fosse capito, è la vita stessa.
Michele Lupo

Alexandre-Évariste Fragonard
Don Giovanni e la Statua del Commendatore
Olio su tela 1830-1835 circa
Immagine tratta da Wikimedia

Roberto Escobar
La fedeltà di Don Giovanni
Il Mulino
176 pagine, 16 €

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