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Voi siete qui: Biblioteca » Due libri, diversi ma ugualmente interessanti, sulla Grande Guerra

21 Aprile 2015

Due libri, diversi ma ugualmente interessanti, sulla Grande Guerra

Con  i cento anni dello scorso 2014 si è risvegliato l’interesse per la Grande Guerra – ce ne siamo già occupati mesi fa su ALIBI. Ora parliamo di altri due libri, di quelli seri e non alla Cazzullo che con la scusa di entrare nel mondo interiore dei semplici soldati (e chi sei, Manzoni?) ci propina melense storielle che nulla aggiungono alla comprensione di un capitolo tragico della storia. Proprio nel senso di un mutamento radicale che impone in qualche modo all’esperienza umana sulla terra – non solo quella bellica – si muove invece la ricerca di Angelo Ventrone, storico che alla prima guerra mondiale ha già dedicato diversi studi.

GrandeGuerra_coverNell’ultimo, Grande Guerra e Novecento (Donzelli), ricostruisce soprattutto le premesse culturali, le idee che ne erano alla base, fuori dalle ovvie ma ineludibili ragioni economiche. Il punto che appare sostanziale è un marcato (benché non sempre lineare) rifiuto della modernità. Il moderno – e la metropoli che pare la sua materiale incarnazione – appare, agli occhi degli ideologi che invece spingeranno per lo scontro armato, come un mondo in disfazione, promiscuo, decadente, vizioso e viziato nel profondo da una malattia dello spirito che indebolisce l’uomo e sembra condurlo verso un’irrimediabile (come si sarebbe detto molto dopo e in tutt’altro senso) fine della storia. L’uomo decadente, il poeta tormentato e ipersensibile, il blasé di Huysmans, l’antieroe rilkiano, l’inetto che in Svevo tale si riconosce – in figura questi sono i nemici di darwinisti alla buona, spesso e volentieri razzisti, nostalgici esemplari di una vecchia idea di virilità, onore, messa in gioco di se stessi attraverso l’esercizio della disciplina, il coraggio dell’azione, fino alle propaggini – che non casualmente si protrarranno dentro l’inferno della seconda guerra – della “bella morte”.

Alla paventata rottura della gerarchica divisione in classi, alla “degenerazione” atomistica di un individualismo fuori controllo – diremmo al timore del perverso-polimorfo che qualcuno sta indagando da par suo – i fautori della guerra rispondono con l’imperio di un Super-io che richiama all’ordine, ai paradigmi della nazione, della supremazia del più forte. Non senza contraddizioni: che nello stesso tempo quest’uomo d’ordine aspira a una rinnovata idea della giovinezza, del vigore che gli è propria, della salute (in quegli anni si comincia a vaneggiare di eugenetica). Non solo, la modernità così respinta è anche però esaltazione della tecnica: lì il rifiuto è tutt’altro che scontato, anzi. Nel libro di Ventrone la tecnica costituisce l’altro polo decisivo dell’interpretazione: ché se la Grande Guerra è tale perché totale, lo è innanzitutto in virtù dell’apparato tecnologico nuovo che la struttura. E che modifica nel profondo la storia militare e umana tout court: proprio l’uomo che vive nel mito di una riappropriazione di sé, a partire dalla propria fisicità, scompare nell’anonimato dell’individuo-massa, macinato da una potenza che sfugge al suo controllo – il milite ignoto è intanto questo paradosso.

cover_GuerradidioNe dà ragione un’altra lettura interessante, con tutt’altra chiave, quella proposta da Nicolao Merker in un libro edito da Carocci, La guerra di Dio. Religione e nazionalismo nella Grande Guerra. Come si evince dal titolo, quella religiosa, in senso proprio e laterale, è una fra le risposte classiche alla nevrastenia del moderno, allo sfondamento metafisico (e spesso materialistico) della Tradizione. Intorno alle tre confessioni storiche cristiane, la cattolica, l’ortodossa e la protestante, si delinea lo stesso proposito di “dare finalità sacrali alla nazione e scopi nazionali alla religione”. Un sorta di “santificazione della patria” agisce come paradigma simbolico e diremmo motivazionale in tutto lo scenario europeo. Il fronte interno così s’immagina di rafforzarsi attraverso la pratica della preghiera collettiva. Il “pane quotidiano” chiesto nel Padre nostro “implicava di non lamentarsi del razionamento quotidiano”. Naturalmente, l’aspetto che rende la faccenda grottesca agli occhi dello scettico è che ognuno crede che dio sia dalla sua parte (della sua nazione). La storia in questo senso è molto vecchia e non aggiunge elementi peculiari alla prima guerra mondiale, se non che lo sforzo e la tragedia immani che comportarono cercavano (e talora trovavano) prima una spinta e poi una problematica consolazione nella volontà della divina provvidenza – problematica perché non sempre i custodi del culto riuscivano a spiegare perché il loro dio Flagellatore, “giustamente” accanito contro gli sporchi nemici atei e materialisti avesse permesso una dolorosa sconfitta in battaglia.

La nozione feticcio di sacrificio si presta religiosamente a corroborare lo spirto nazionalistico e a dare un senso all’idea di morire per la patria – ciò, sostiene Merker, valeva a maggior ragione per un paese come il nostro che una tradizione patriottica robusta non poteva che sognarsela. Se il milite ignoto in Italia si configurava come immagine sacralizzata del sacrificio (e poteva tuttavia con gli anni sottendere anche l’assurdità della guerra), in Germania tale culto fu avversato dall’intollerabile sospetto che un Mausoleo del genere potesse celare i resti di un socialdemocratico o, peggio, di un ebreo. Differenze insomma nel principio generale di un connubio ahinoi sin troppo fecondo fra religione e militarismo ve ne furono molte. “Gli anglicani – per esempio – nutrivano invidia per i cappellani cattolici” potendo i secondi fare appello a ragioni meno gravate da impegnative argomentazioni “etico-intellettuali”. Confessioni diverse per popoli diversi, ma persino alcune chiese evangeliche pensavano che esistesse una guerra giusta: la loro.
Michele Lupo

Angelo Ventrone
GRANDE GUERRA E NOVECENTO
Donzelli
2015, 260 pagine, 22 €

Nicolao Merker
LA GUERRA DI DIO
Religione e nazionalismo nella Grande Guerra
Carocci
2015, 230 pagine, 17 €

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