Per il pubblico delle mostre non è per niente scontato: non si sa di Malevič quanto di Kandinskj o Mondrian, Picasso o Matisse. L’assunto da cui muove un recente libro di Giuseppe Di Giacomo – professore di Estetica alla Sapienza di Roma – è proprio questo invece: che il pittore russo – non tanto per qualità intrinseche al fatto pittorico ma per le implicazioni culturali complessive del suo lavoro – sia andato oltre.
L’assunto è che Malevič è stato “un grande filosofo”. Che l’approccio all’arte dell’autore del celebre (quello sì) Quadrato nero abbia mirato alla sua stessa essenza se ve n’è una, o ancora, e di più, che abbia posto in maniera più radicale (e più radicalmente vi abbia risposto) alle domande con le quali l’Avanguardia – in specie l’Astrattismo – abbandonava la tradizione figurativa e l’idea stessa di “rappresentazione” per cogliere prima che il destino dell’arte la verità di senso dell’Essere (sic).

Al netto dell’alone mistico che potrebbe avvertirsi al suono di certe parole, Di Giacomo avvia il suo studio da tutt’altri insegnamenti, precisamente da Adorno e dalla sua estetica “negativa” la cui ricerca di un’utopia poteva definirsi solo nell’assunzione di un principio chiaro e non negoziabile: quello di una totale autonomia dell’arte. Ad avviso di Adorno, nei suoi esiti maggiori l’arte deve testimoniare l’impossibilità di una qualche “riconciliazione con l’esistente”. In questo quadro (è il caso di dire) l’esperienza di cui tratta Di Giacomo in Malevič. Pittura e filosofia dall’Astrattismo al Minimalismo rappresenta un culmine. L’autonomia dell’arte giunge al parossismo espressivo che dicendo solo di sé finisce per dire non più gli oggetti che per secoli si è sforzata di rappresentare inventando (o scoprendo) tecniche sempre più “intelligenti” allo scopo, ma l’essere in quanto tale. Solo che in Malevič secondo Di Giacomo questo essere è niente (esplicito l’accostamento a Nietzsche e a Beckett); inoltre questa sorta di filosofia rinuncia al discorso e pretende piuttosto di essere sentita. Il suprematista non riflette sull’oggetto ma vi giace all’interno: si esprime così un pathos del niente (la cosità in Beckett). In questa rivelazione che è insieme nascondimento, abbiamo da fare dunque con un’ontologia che rimanda a una sorta di “preistoria” precedente al logos: di questo niente possiamo solamente partecipare dall’interno di un’inclusione. Gli stessi scritti di Malevič, sostiene lo studioso, non ci danno una spiegazione filosofica dei suoi quadri ma una visione.

Il libro non è una monografia sul grande russo ma ne contestualizza l’opera ripercorrendo le tappe salienti delle avanguardie che vanno dall’Astrattismo al Minimalismo, il cui monocromo da Yves a Rothko a Reinahrdt i suoi debiti con Malevič ha dovuto pagarli – “la riduzione dell’opera alle sue strutture elementari” – anche quando si è ispirato a declinazioni differenti.
Completa il prezioso volumetto un bel corredo fotografico (inserto a colori di 16 pagine).
Michele Lupo
Giuseppe Di Giacomo
Malevič
Pittura e filosofia dall’Astrattismo al Minimalismo
Carocci Editore
2014, 256 pagine, 19 €