Maurizio Bettini è uno dei più apprezzati classicisti in circolazione (e autore di diversi libri di narrativa). Muovendosi tra filologia e antropologia, ha licenziato molti titoli testimoni di un approccio non limitato ai testi ma sensibile agli apporti più vari, vita domestica e mito, arti figurative e narrazione popolare. Così si muove Dèi e uomini nella Città, uno studio su “Antropologia, religione e cultura nella Roma antica” (l’editore è Carocci).
Il libro, attrezzato con adeguata bibliografia e apparato di note quali ti aspetti da un testo accademico, cerca di far luce con chiarezza e – l’ossimoro ci sta tutto – accattivante scrupolosità su questioni culturali importanti. Intanto, la visione cosmogonica dei Romani, che in realtà non c’è, se non in una maniera del tutto peculiare, per così dire impropria.
Ai Romani non interessa tanto un discorso sull’origine del mondo ma piuttosto il mito fondativo della romanità stessa. Popolo consapevole di non essere il primo a venire al mondo, ma “che nasce da altri popoli e si mescola con altri popoli”. Ma in questa narrazione sono gli dèi a dipendere dagli uomini e non viceversa: il cosmo che essi abitano è conseguenza della Città, non viceversa.
Se ciò che conta è la Città, non stupisce il ritorno della vecchia questione sugli dèi romani tradotti o presi in prestito dai Greci, ma Bettini non sembra condividere il principio passato da Erodoto a Jean Rudhardt per il quale “gli dèi sono ovunque simili, dunque ben universali”. Lo studio, sempre coniugando antropologia e analisi testuale, procede dall’Aulularia plautina agli affreschi di Pompei, in un’analisi del Lar, più che divinità protettrice della famiglia, familia stessa, assimilabile al genius, una specie di marca identitaria che ingloba ogni presenza al suo interno, non distinguendo fra liberi, servi e animali.
Bettini si sofferma poi sull’esibizione di immagini del defunto e dei suoi antenati nel funerale gentilizio – non mero corteo esornativo di rappresentazioni ma azioni vere e proprie che determinano una presenza evocativa e con ciò una commozione autentica degli astanti (ne è testimone Polibio). E conclude con una storia del parto cesareo nella Roma antica, che è intanto un viaggio linguistico e concettuale fra equivoci e fraintendimenti, dall’estrazione del feto delle madri morte al modo moderno inaugurato da François Rousset nel XVI secolo.
Se dalle biografie di Plutarco e Svetonio “non potremo mai sapere in quali circostanze e sotto quali signa il Divus Iulius fosse stato partorito”, è certo da escludere il modo che erroneamente ne prende a prestito il nome.
Michele Lupo
Maurizio Bettini
DEI E UOMINI NELLA CITTA’
Antropologia, religione e cultura nella Roma antica
Carocci
2015, 216 pagine, 19 €
www.carocci.it