
“Agli occhi dei letterati riducevo la scrittura letteraria a testimonianza. E agli occhi degli storici usavo come fonti documentali diari, romanzi e articoli di giornale. Il massimo dell’impopolarità” ha recentemente ricordato Mario Isnenghi in un’intervista a proposito della ricezione controversa de Il mito della Grande Guerra, opera del 1970 tuttora imprescindibile della storiografia italiana sul primo conflitto mondiale (e di nuovo in libreria con l’editore Il Mulino). Lo storico lavorava sull’immaginario di scrittori, poeti e intellettuali che avevano caldeggiato le ragioni della guerra. Ragioni (conclamate quelle comprese nella lettura imperialistica) contradditorie o persino ineffabili, che molta storiografia e un generale senso comune hanno archiviato via via nel corso del ‘900 come assurde: diagnosi verosimile, il che però, sostiene giustamente Isnenghi, non legittima la chiusura della pratica interpretativa, che è come dire, il senso stesso del lavoro di uno storico.
Da una parte si è confusa la presa di posizione politica e morale con l’elusività storiografica, dall’altra ci si è limitati alle celebrazioni localistiche di piccole storie (specie nel nord-est, peraltro il centro italiano della guerra), una microstoria al limite del folk. Isnenghi invece leggeva Marinetti, Prezzolini, Serra, Malaparte, Gadda, Boine, Soffici, ovviamente D’Annunzio per capire il clima di fondo. La fabbrica del mito appunto.
Il regesto studiato da Isnenghi è cospicuo, esaustivo dell’immaginario intellettuale interventista. Se si diffonde la sfiducia o addirittura il disprezzo per la “democrazia” parlamentare, per la borghesia accidiosa, se altri trovano nella guerra una soluzione estrema all’incombente senso di nichilismo, un farmaco anche personale, l’esaltato D’Annunzio “mobilita tutto un repertorio di immagini, di allusioni e termini d’origine religiosa per elevare la guerra su un piedistallo di sacralità che la sottragga al giudizio politico dei cittadini, chiamati all’unità disciplinare e gregaria nel corpo mistico della nazione-chiesa”. Nemmeno a Marinetti è estranea com’è noto una decisa spettacolarizzazione del momento (L’alcova d’acciaio ne è un esempio); e il francamente reazionario Boine non risparmia enfasi retorizzante ai suoi Discorsi militari. Per Serra o Prezzolini la guerra è anche attraversamento di una linea d’ombra, l’occasione per diventare uomini. E che dire di patrioti forse ingenui, menti lucidissime ma incastonate in etiche ottocentesche come quella di Gadda? Di certo per lui deve avere più senso andare in guerra che assistere inerme alle meschine sciocchezze degli italiani: “la miseria, l’inutilità, il grigio squallore, la bestialità degli argomenti, invogliano un povero diavolo a diventar imbecille perché la ragione non gli serve a nulla […] Litigare per sciocchezze e con sterilità di risultati è un gran contento per gli italiani in genere”. Gadda “uomo d’ordine” crede fermamente alla patria e all’onore (a un possibile riscatto individuale, anche) – meno agli italiani.
Visto il centenario, si affacciano e annunciano lavori nuovi sull’argomento. Sempre da Il Mulino, un tentativo recente di capire i perché del conflitto, le motivazioni profonde, porta la firma di Gian Enrico Rusconi (peraltro più volte in passato cimentatosi con l’argomento). Nel volume 1914, attacco a Occidente, la domanda fondamentale riguarda l’inevitabilità dell’evento. Rusconi più che i letterati osserva il lavoro dei politici, l’azione diplomatica e militare, e pare concludere che se le responsabilità furono plurime, senza alcuni errori diplomatici il conflitto si sarebbe potuto evitare.
Vero è che egli si sofferma in particolare sulla Germania, e quindi va detto che al netto degli abbagli diplomatico-strategici, del fallimento del Piano Schlieffen ormai fuori tempo massimo, quella tedesca appare come un’ossessione imperialistica che ha da fare con un aspetto della sua storia nient’affatto accidentale. Il senso di accerchiamento e distanza che essa avverte rispetto al resto dell’Europa è anche una conseguenza della contrapposizione (morta nemmeno col conflitto, vista la chiara linea di continuità con la seconda guerra, che è intanto un tentativo di rivincita sugli odiati francesi) fra Kultur e Zivilisation. Thomas Mann, che pure non vi era stato insensibile, lo definirà nel suo esilio americano “romanticismo tecnicizzato”.
La germanicità è un asse di ferro duro; laddove l’Italia, afflitta da un non del tutto immotivato senso di inferiorità, tenta di consistere in qualcosa di meno precario (non casualmente, da fronti opposti, il sospetto di opportunismo è diffuso). L’opzione guerrafondaia peraltro andava di pari passo alla battaglia interna contro Giolitti. E vede come un insopportabile smacco il fatto compiuto delle dichiarazioni di guerra di tedeschi e austriaci. Con le conseguenze che conosciamo.
Michele Lupo