L’editoriale “L’ALIBI della domenica” è dedicato questa settimana al tema della tortura e della pena di morte.
Nei giorni scorsi ho letto “Il delitto di Kolymbetra” di Gaetano Savatteri, edito da Sellerio. A un certo punto della storia c’è questo dialogo tra l’affascinante Suleima e il protagonista Saverio Lamanna, nella casa di Màkari. Lei è a gambe nude sul divano, vestita solo della camicia bianca di lui, concentrata nella lettura.
– Che libro è?
– L’ho trovato sullo scaffale. Il Consiglio d’Egitto.
– Leonardo Sciascia. L’impostura saracena.
– Bello. Di chi è l’appunto a matita?
– Fammi vedere – mi avvicino – forse mio. O di mia madre, avevamo la stessa scrittura.
– La menzogna è più forte della verità. Pensi sia veramente così?
– Spesso in Sicilia è così. Ma non solo così.
– È una frase amara.

Questa menzione e le altre che seguono mi hanno fatto venir voglia di rileggere il romanzo di Sciascia, letto per la prima volta chissà quanti anni fa. La mia edizione della collana Fabula di Adelphi ha il prezzo ancora in lire, tanto per dire. Ricordavo bene l’impresa della contraffazione del manoscritto arabo da parte dell’abate Vella attorno a cui ruota la trama. Memoria più sfocata, invece, m’era rimasta della congiura orchestrata dall’avvocato Francesco Paolo Di Blasi e della sua tragica fine.
Nelle pagine in cui ne rievoca la storia ho ritrovato lo Sciascia che più ammiro e amo. Quello meno distaccato dalla materia che tratta, più impegnato e impregnato, oserei direi commosso. Si legga la scena della perquisizione nella casa del Di Blasi, con la biblioteca messa sottosopra dagli sbirri. “«I libri, i tuoi libri» si disse Di Blasi, a irridere se stesso, a ferirsi. «Vecchia carta, vecchia pergamena: e tu ne facevi una passione: una mania… Per questa gente hanno meno valore che per i sorci, i sorci almeno li mangiano: e anche per te, ora; non ti servono più, ammesso che ti siano mai serviti; che ti siano mai serviti se non per ridurti a questa condizione»”.
E poi la terribile scena della tortura della corda data al giurista, con il richiamo all’eroica resistenza del poeta Antonio Veneziano: “ebbe sette tratti di corda, e tinni… Devi tenere anche tu. Era un poeta, di complessione più delicata della tua, più gracile: e tinni…”. Eppure sopportò, il Veneziano. Resistette.

Una strana amicizia lega l’abate Vella all’avvocato Di Blasi. Entrambi se ne rendono conto soltanto quando ormai è tardi. Il falsificatore di testi senza scrupoli e il giurista amante della giustizia si riconoscono l’un l’altro come uomini. L’abate ama la vita tranquilla e i piccoli piaceri: la cioccolata calda, il soffice pandispagna, “la soddisfatta presa di tabacco”. Per questa esistenza senza slanci né preoccupazioni ha messo mano alla “grande impostura”.
La condanna del Di Blasi smuoverà la sua coscienza. Fino a quel momento “la ferocia delle leggi, l’esistenza della tortura, le atroci esecuzioni di giustizia, di cui una volta era stato persino spettatore, non avevano mai turbato” i suoi sentimenti. “Ora però, a figurarsi una persona che conosceva, un uomo per il quale aveva stima ed affetto, straziato dalla tortura e destinato alla forca, sentiva improvvisamente l’infamia di vivere dentro un mondo in cui la tortura e la forca appartenevano alla legge, alla giustizia: lo sentiva come un malessere fisico, come un urto di vomito”.
Ecco, quell’urto di vomito io lo provo ogni volta che leggo di torture e condanne a morte. Non sono eventi archiviati nei libri di storia, testimonianza di un passato barbaro e incivile. Sono notizie di cronaca sui giornali di oggi. E non è un modo di dire. Gli Stati Uniti d’America e l’Iran, che si professano arci-nemici, sono accomunati da questa pratica.
La pena di morte è in vigore in più di metà degli stati dell’Unione: 29 su 50. Quest’anno sono state eseguite dodici sentenze capitali, di cui cinque su ordine diretto del Dipartimento di Giustizia. “A livello federale è stata ripristinata il 25 luglio 2019 dal ministro della Giustizia, William Barr che ha interrotto una moratoria durata 16 anni”, leggo in un articolo di Giuseppe Sarcina su Il Corriere della Sera.
Più avanti aggiunge il giornalista: “Barr ha annunciato che da qui al 20 gennaio sono in programma altre cinque esecuzioni. In totale, dunque, diventerebbero 10 e per trovare una cifra del genere bisogna risalire al 1896”, riferendosi a quelle su ordine del Dipartimento di Giustizia. Dall’altra parte del mondo, nei giorni scorsi In Iran è stato impiccato il giornalista dissidente Ruhollah Zam, accusato di “gravi reati” contro la Repubblica Islamica.
Torno a “Il Consiglio d’Egitto”. Forse la pagina più drammatica è quella in cui Sciascia interrompe il filo storico per introdurre un veloce e violento anticipo sul futuro.
E la disperazione avrebbe accompagnato le sue (del Di Blasi, ndr) ultime ore di vita se soltanto avesse avuto il presentimento che in quell’avvenire che vedeva luminoso popoli interi si sarebbero votati a torturarne altri; che uomini pieni di cultura e di musica, esemplari nell’amore familiare e rispettosi degli animali, avrebbero distrutto milioni di altri esseri umani: con implacabile metodo, con efferata scienza della tortura; e che persino i più diretti eredi della ragione avrebbero riportato la questione nel mondo: e non più come elemento del diritto, quale almeno era nel momento in cui la subiva, ma addirittura come elemento dell’esistenza”.
È di oggi la notizia che il giornalista Corrado Augias ha annunciato la volontà di restituire alla Francia la Legion d’Onore, onorificenza del paese transalpino ricevuta nel 2007. A motivare la decisione la scelta del Presidente Macron di conferire lo stesso onore al suo omologo egiziano, Abdel Fattah Al Sisi. La Francia fa affari con l’Egitto chiudendo un occhio (se non entrambi) sul rispetto dei diritti umani. Ma il nostro paese non fa miglior figura: la famiglia di Giulio Regeni aspetta ancora giustizia.

Sempre oggi ho letto sul quotidiano spagnolo El País un articolo a firma di Marc Bassets, corrispondente da Parigi, sulla storia di Maurice Audin. Chi era costui? Un giovane matematico francese che viveva in Algeria quando questa era ancora una colonia della Francia. Nel 1957 Audin aveva appena 25 anni ma era già padre di tre figli. Nel giugno di quell’anno venne fatto sparire dai paracudisti francesi inviati per combattere quella che sarebbe stata chiamata la “battaglia di Algeri”.
Audin fu torturato e ucciso. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. A raccontarne la storia è stata nel 2013 la figlia Michèle Audin, anche lei di professione matematica. Nel 2013 ha pubblicato “Une vie brève” che adesso è uscito in Spagna da Periférica con la traduzione di Pablo Moíño Sánchez (“Una vida breve”). In Italia non è stato (ancora?) pubblicato.
Scrive Bassets: “Il caso Audin, come il caso Dreyfuss poco più di mezzo secolo prima, fu un combattimento per porre rimedio a una ingiustizia e per denunciare che la Repubblica violava i valori che diceva di difendere”.
È ora di tornare a “un certo Beccaria”. Per amore di Sciascia, ma soprattutto dell’uomo.
Saul Stucchi
- Gaetano Savatteri
Il delitto di Kolymbetra
Sellerio
2018, 256 pagine
14 € - Leonardo Sciascia
Il Consiglio d’Egitto
Adelphi
1989, 170 pagine
18,50 € - Michèle Audin
Una vida breve
Periférica
Traduzione di Pablo Moíño Sánchez
2020, 168 pagine
16,50 €