Doni natalizi e libri: al classico appuntamento di fine anno arriviamo stavolta con nomi importanti. Selezione, la mia, assai arbitraria ma convinta. Partirei con Franz Kafka, alla cui gigantesca biografia lavora da anni Reiner Stach, del quale Adelphi rilascia un divertissement in “99 reperti” (“Questo è Kafka?”), inventario di storielle, situazioni, attitudini che liberano lo scrittore praghese – almeno l’uomo – dall’aura nefasta allegata a un’idea di invivibile quotidianità diffusa nella percezione comune.
Il materiale è vario: documenti più o meno ufficiali, lettere private (specie a Milena Pollak e a Felice Bauer), testimonianze, da cui emerge la figura di un uomo anche spiritoso, complicatissimo ma amabile.
Non so quanto il volume aiuterà a spostare la lettura dei testi in nuove direzioni, sperabilmente a coglierne lo stimolo comico (un comico sbilenco e schizzato, da slapstick) che pure una critica minoritaria ha saputo intravedere – già diversi anni fa – in quel gorgo d’angoscia ineluttabile in cui i più pensano di doversi necessariamente immergere – come predisposti a un film horror.
Di certo, in luogo dell’ectoplasma avulso in una simbolica extraterrestre, il libro ci consegna un uomo alle prese – come tutti – con la vita. E a non cavarsela sempre così male.
A proposito del Manga
Giorgio Manganelli o l’inutile necessità della letteratura (editore Carocci) invece è il titolo di uno studio – di impostazione più tradizionale – di Anna Longoni, dedicato al grande scrittore milanese. La cui esperienza letteraria – pratica sommamente inutile ma di altrettale necessità – è ripercorsa sotto il segno dell’enigma.
Un lavoro di puntualizzazione e ridefinizione di una letteratura che, anche come “menzogna” (giusto uno dei titoli più celebri del Manga) riesce straordinariamente vitale. Ché fuori dalle poetiche e dalle consuetudini più ovvie, chiama in causa il lettore da subito: con un gesto spiazzante lo obbliga a risvegliarsi da un approccio abitudinario all’oggetto libro.
In Manganelli invece “l’opera letteraria parla a chi ancora non c’è di ciò che non esiste”, ma la scrittura deve essere un esercizio (di inarrivabile sapienza linguistico-concettuale) per dare ragione e senso a questa premessa: scalzando il lettore dalla sua prospettiva abituale, il testo non sonnecchia più nella sua inerzia di trama e tòpoi che replicano l’esperienza umana: ne inventa di nuovi, perché esso “è altrove”.
All’analisi dell’opera di Manganelli, Longoni accompagna note minime di biografia (l’uomo non era meno eccentrico dello scrittore se è vero che qualche neurologo si domandava se fosse Alda Merini, per un certo periodo sua amante, ad avere bisogno di cure).
Due drammi di Dino Terra
A entrambi, Kafka e Manganelli, sarebbe facile attribuire quello “sguardo aperto sull’abisso” che la studiosa Sara Calderoni nell’introduzione ai drammi “L’amico dell’angelo” e “Riflessi” (Marsilio) riserva a Dino Terra, creatore dell’“Immaginismo”, agitatore culturale, autore poliedrico e di lunga vita (1903-1995) ma quasi dimenticato.
I due drammi in questione sono datati 1927, in un orizzonte di estetica avanguardista e antifascista: il corpo esibito e al tempo stesso represso nell’ideologia fascista (i cui piaceri sono riservati, secondo costante modello classista, al potere) qui è teso alla ricerca e soddisfazione del desiderio di tutti – la vita carnale di ognuno è la via di una libera esplorazione delle possibilità esistenziali.
Non edonismo ma presenza alla vita con la piena consapevolezza della sua natura instabile – di un io che è insieme scissione e superfetazione.
David Bowie visto da Simon Critchley
Fuori dall’ambito letterario, per tornare a nomi che in un senso diverso appartengono alla mitografia della storia, due titoli dell’editore Il Mulino. Nel primo il corpo torna con tutta la sua transeunte potenza. Parliamo del filosofo Simon Critchley alle prese con David Bowie. Ne analizza versi e musica attraverso un romanzo di formazione che è il proprio, dell’autore.
Con Bowie, Critchley scopre da ragazzo il piacere; successivamente ragionandovi comprende che in quella musica si annida uno struggimento che sta nell’esatta confluenza fra eros e arte – peraltro, le capacità dell’uomo di musica anche in quest’anno tragico non sono state comprese sino in fondo, sommerse dall’aura glamour.
Star come nessun’altra, eppure nell’analisi di Critchley Bowie sembra aprire una dissonanza dell’ascoltatore con il resto del mondo: come se il fenomeno di massa non si compattasse in un comune sentire ma consentisse, al contrario, a ognuno di avvicinare se stesso attraverso quella musica (“Qualcosa che sentiamo attraverso il corpo e dentro di esso”).
Ciò sarebbe stato favorito altresì dalla continua trasformazione dei propri mitologemi che desertificavano volta per volta le attese dei fan, il progetto di Bowie ruotando “ossessivamente attorno al dilemma” del non essere umani, troppo umani e l’impossibilità di sfuggire a questa condizione (Ziggy docet).
A Samarcanda con Cardini
Infine, sempre per Il Mulino, un viaggio nella mitica Samarcanda dell’ottimo Franco Cardini (sottotitolo Un sogno color turchese). Viaggio in varie accezioni, regesto dell’immaginario (molti gli scrittori che l’hanno raccontata o vagheggiata), che parte da leggende persiane e attraversa epoche e spazi geografici giungendo fino a noi, quello di Cardini attraversa una città imperiale come un miraggio poetico e insieme un centro adeguatamente storicizzato.
Archetipo quanti altri mai, intermezzo magico della Via della Seta, giunzione cruciale dello spazio euroasiatico, Samarcanda è mito, storia ma anche presente. Cardini mostra come l’incanto della città anche oggi adombri il conflitto di genti e culture diverse: Islam di varia temperatura, compresa quella mistica dei Sufi, le pressioni del vecchio potere russo e la tensione verso l’Occidente.
La consueta acribia nell’erudizione veste ma non del tutto una sottile partecipazione personale dello storico – che riserva uno spazio speciale a Tamerlano, l’uomo che come nessun altro ha legato il proprio nome alla città. Ah, per quest’ultimo libro, se doveste essere ingolfati da troppi panettoni e faticate a leggere, sappiate che non mancano le belle fotografie.
C’est tout, buone feste.
Michele Lupo