Cosa può aspettarsi da un film come Agorà un appassionato di storia antica? Me lo domando ogni volta che nelle sale arriva un titolo del mai esaurito filone di quelli che un tempo venivano chiamati “peplum”: i classici in costume, diciamo.
Per quello che mi riguarda la risposta è: “una delusione”. È questo il rischio più alto che corre scegliendo un film di questo genere un laureato in storia romana come chi scrive queste modeste note extravaganti.
A me è successo per esempio con Alexander di Oliver Stone, mentre di Troy non sono mai riuscito a vedere più di una manciata di minuti alla volta in occasione delle repliche in TV. Ricordo che alla prima mi era bastato sentire Achille apostrofare un “tessaliano” (sic) per cambiare canale.
Agorà invece non mi ha deluso. Per prima cosa perché confesso di essere entrato in sala piuttosto prevenuto, proprio a causa delle precedenti esperienze: mi aspettavo un polpettone storico confezionato in salsa americana, e il film di Alejandro Amenábar non lo è. Devo poi ammettere che la ricostruzione virtuale di Alessandria riesce a dare un’idea di quello che doveva realmente essere la seconda città dell’impero romano in un modo inarrivabile per raffigurazioni e descrizioni, per quanto precise e ricche di particolari. 
Purtroppo non tutto fila liscio. Quando ho intravisto per qualche secondo il Pantheon di Roma con tanto di iscrizione latina di Marco Vipsanio Agrippa non sapevo se ridere o piangere. Nell’episodio cruciale della biblioteca presa d’assalto dai cristiani inferociti, mentre gli studenti di Ipazia cercano di mettere in salvo quanti più testi riescono, la macchina da presa scorre lungo gli scaffali inquadrando per un attimo la sezione Historia, con tanto di “h” iniziale (peccato che la scritta fosse in greco e non in latino…).
Navigando su internet chi vuole può andare alla ricerca di altri errori e anacronismi (per la verità tutti da rubricare come “veniali”), come la comparsa di sfuggita di un fico d’India, importato dalle Americhe mille anni dopo. I cosiddetti goofs sono la specialità dei cinefili, non necessariamente degli appassionati di storia.
Il particolare che a me ha dato più fastidio è invece una certa caduta di stile (nel senso tecnico, estetico) nella realizzazione di alcune statue. Avevo notato questa cosa già in Alexander, nella scena iniziale in cui Tolomeo, proprio ad Alessandria, rievocava le gesta del Macedone. Beh, il vecchio Anthony Hopkins era circondato da statue talmente brutte e sgraziate che non avrebbero trovato posto neppure nella casa di un modesto funzionario, figurarsi nella reggia del re! In Agorà la statua del dio Serapide, ha un volto a dir poco grossolano e volgare, ma questo è niente. Trattandosi di un manufatto in marmo e non in bronzo (come si evince dal colore e dalle venature, ma soprattutto dal fatto che la statua si spezza quando viene fatta rovinare a terra) l’appassionato di storia con una minima conoscenza dell’arte antica si domanda: ma come facevano a stare su quelle braccia stese in avanti?!! Un mistero insolubile persino per l’intelligentissima (e affascinante) Ipazia.
Saul Stucchi
Agorà
di Alejandro Amenábar
Sceneggiatura: Alejandro Amenábar, Mateo Gil
Con: Rachel Weisz, Max Minghella, Oscar Isaac, Ashraf Barhoum, Michael Lonsdale, Rupert Evans, Homayoun Ershadi, Sami Samir
Spagna / USA 2009
Durata 127 minuti
Distribuito in Italia da Mikado