
Forse sarebbe il caso che chi organizza la programmazione nelle multisale valutasse con maggior attenzione la scaletta dei trailer proiettati prima del film in cartellone. C’è il rischio infatti che gli “assaggi” degli altri lungometraggi appaiano allo spettatore più promettenti di quello per cui ha pagato il biglietto. Vedere per esempio il trailer dell’ultimo episodio di Mission Impossible, in cui tra le tante imprese al di là del reale il sempre atletico Tom Cruise passeggia in verticale su un grattacielo, non fa bene a chi poi si inabissa – piano piano – nella palude de La talpa. Si tratta di due film di spionaggio, ma non potrebbero essere più diversi: tutto azione il primo, (quasi) tutto atmosfera il secondo.
È un’immensa, grigissima, ragnatela la vicenda che il regista Tomas Alfredson ha tratto dal classico libro di John Le Carré e al centro c’è l’agente George Smiley a cui Gary Oldman ha conferito il profilo più basso possibile, da impiegato del comune più che da spia di Sua Maestà in lotta mortale contro quei diavoli rossi dei sovietici. Qualcosa è andato storto e Smiley viene mandato in pensione. Vuole però vederci chiaro e come primo passo, da esperto giocatore di scacchi, compie l’azione più semplice di tutte: cambia gli occhiali!

Immaginiamo che il regista soffermandosi su questa banale operazione inviti a riflettere sull’importanza di guardare le cose da un’altra prospettiva, con occhiali o meglio ancora con occhi nuovi: perché solo così è possibile vedere quello che finora è sempre sfuggito. Per intraprendere la più difficile delle sue missioni, individuare la talpa che ai vertici del Circus (l’MI6) lavora per passare informazioni al Cremlino (quel Cremlino che nel trailer di Mission Impossible salta in aria, come neanche nei più arditi sogni dell’epoca reaganiana), ha bisogno di un fido collaboratore che faccia il lavoro sporco mentre lui fa andare le celluline grigie del cervello e muove i pezzi sulla scacchiera. E chi ti va a scegliere? Il biondo Benedict Cumberbatch che interpreta il giovane Sherlock Holmes in una serie TV.

La partita parte lentamente e invece di accelerare, rallenta il ritmo, tanto che lo spettatore si ritrova a sbadigliare in più di un’occasione. La ricostruzione della Londra dei primi anni Settanta è molto attenta (nelle cabine telefoniche non avevano ancora fatto la loro comparsa le pubblicità dei servizi a luci rosse…), ma ha al contempo un effetto deprimente. Le nuvole di fumo delle sigarette, le montagne di carte e documenti, i colletti imbarazzanti delle camicie, quella spessa patina di vecchio posata su tutto… rischiano di togliere l’aria. Persino Connie, anche lei mandata in pensione da un giorno all’altro con una decisione sospetta, rimpiange il passato: “erano bei tempi, George!” e all’ex collega che le fa notare che c’era la guerra, non ha esitazioni a rispondere che era una “bella guerra”. Ora invece la guerra fredda si fa di nascosto, a bassa intensità, e non ci si può fidare di nessuno.

Superata l’ora e mezza il film comincia a prendere (un minimo di) velocità. La carica la dà l’inno sovietico, cantato con britannica ironia (o inconfessabile trasporto?) dagli agenti di Sua Maestà alla festicciola di Natale che aprirà gli occhi al vecchio Smiley (vi compare, in un cammeo, Le Carré). E la spia avrà modo di scoprire che, in fondo, il tradimento non è che l’altra faccia dell’amore.
Saul Stucchi
LA TALPA
Regia: Tomas Alfredson
Sceneggiatura: Bridget O’Connor, Peter Straughan
Con: Gary Oldman, Benedict Cumberbatch, Colin Firth, David Dencik, Stephen Graham, Kathy Burke