Il reportage di Marco Grassano su Creta racconta in questa puntata una cena alla Taverna Sarri: un gradito ritorno dopo quasi venti anni.
Percorsi tre o quattro passi, si accede al Municipal Tourist Information Office (designazione ripetuta, in piccolo, anche nella lingua locale: δημοτικό γραφείο πληροφοριών). La porta celeste, di legno pieno, è spalancata.
Entriamo e ci accostiamo al bancone, sul fondo, dove siedono un paio di funzionari: camiciotti appariscenti, abbastanza adiposi e ingrigiti, allegri, gentilissimi. Domandiamo, in inglese, orari e dettagli circa la crociera a Spinalonga reclamizzata dal pieghevole. Consigliano, molto francamente, di andarci per conto nostro, cosa che risulterà ben più pratica ed economica: raggiungendo Plaka in macchina, possiamo poi prendere, con pochi euro, il piccolo traghetto per l’isola, che parte ogni ora.
Ci forniscono anche una pianta di Agios Nikòlaos nella quale sono ubicati i ristoranti. Scopriamo così che il nostro agognato lo si raggiunge dalla già vista piazza Venizèlos, imboccando la viuzza che parte di fianco alla Cattedrale della Santa Trinità – Ιερός Ναός της Αγίας Τριάδας.

Ringraziamo calorosamente gli addetti e decidiamo di tornare in camera, per farci una doccia. Ansimo un tantino a causa della protratta salita. Avvicinandoci all’albergo, rasentiamo un paio di supporti per manifesti pubblicitari, con affisse locandine che annunciano concerti: dell’atletico, barbuto, lungocrinito – come doveva esserlo l’eroe eponimo – cantante e suonatore di lira Αχιλλέας Δραμουντάνης (Achillèas Dramuntànis), alla taverna Το Χωριό (to choriò, “il villaggio”); del musicista Δημήτρης Κουνάλης (Dimìtris Kunàlis), che rammenta, in qualche modo, l’attore americano Burt Reynolds e si esibisce al Christina, in coppia col figlio Μιχάλις (Michalis), uno imbracciando la lira, l’altro il bouzouki.
Puliti e freschi, arriviamo in piazza Venizèlos. La percorriamo lungo il bordo, girando in senso orario e passando davanti a fabbricati di pregio assai dubbio, che fanno pensare all’edilizia turistica fruibile dall’Aurelia. Ecco il Tempio: di eclettica costruzione novecentesca, sembrerebbe. Le duplici torri campanarie frontali ammiccano, infatti, al barocco iberico. La semplicità delle linee, e gli archi tondi, in mattoni a vista, che sagomano le aperture (portali; finestre, per lo più a bifora), sembrano invece imitare il romanico, come nella parrocchia della frazione Gerbidi di Sale. Ammanta le pareti un fresco intonaco caffelatte smorto.
La via che dobbiamo imboccare decolla dolcemente a manca della facciata. Pavimentazione in ampi sampietrini rettangolari, di due colori diversi: panna e porfido. Una ringhiera metallica stacca il marciapiede in salita dalla piazzola laterale del tempio. Poco più avanti, sotto alcuni platani in fila, la cui chioma appare rigermogliata dopo una capitozzatura, i rustici tavoli del dirimpettaio ristorante Ρόζα – Rosa.
Seguono, sulla sinistra, palazzine recenti, con al piano terra vetrine: estetista; sezione del partito di Alexis Tsipras, Syriza (Ο Συρίζα). Il politico greco, fino a qualche mese fa primo ministro, sembra il sosia del suo omologo (e quasi coetaneo) spagnolo, Pedro Sánchez. A dritta, un parcheggio, seguito da un piccolo condominio bianco che a sua volta precede um incrocio a quattro bracci.

Ecco, sul lato destro, un folto di alti arbusti (oleandri e gli ormai immancabili ailanti) che alberga, alle radici, alcuni tavolini. Direi che la taverna è qui. La terrazza domina una chiesuola oblunga, in pietra nuda. Scendendo di pochi metri, andiamo a fotografarne l’esterno. Secondo quanto dice la guida, è dedicata alla Παναγία Βρεφοτρόφος (Panagìa Brefotròfos), ossia Madonna dei Neonati (o, come traduzione alternativa, “dell’allattamento”; ma io non posso non pensare a un poco simpatico brefotrofio).
Leggiamo ancora. La costruzione originaria risale al XII secolo. L’interno presenta notevoli affreschi del XIII e XIV secolo. All’ingresso, si trova un cippo funerario che, secondo l’iscrizione incisa, datata 1602, ricorda Castellano de Mirabello. Curioso, questo abbinamento tra un tipico cognome tortonese (anzi, della borgata Vho, per essere precisi) e un paese monferrino…

Torniamo su, di fronte al locale. Ci viene incontro una cameriera giovane, bruna, dai capelli lunghi, vestita di nero. Scambiamo qualche battuta: “Which is the name of this place?”; “Sarri…”; “Ah, OK, that’s what we were looking for… I ate here nineteen years ago, I felt good, and I wanted to repete the experience…”. La ragazza ci invita, con un sorriso, a seguirla e, superando la ridotta schiera dei tavoli disposti in fregio alla carreggiata, ci fa accomodare sotto la piccola tettoia avvolta dalle piante.
La configurazione del capanno è molto rustica. Una ruota di carro all’ingresso. Snelli pali puntellano un’intelaiatura di travetti, dipinti in verde acqua e incimati da un fitto perlinaggio marrone. Tavoli e sedie sono invece smaltati in grigio perla. Grossolano pavimento di calcestruzzo e pietre. Una bicicletta nera da donna, ancora in ottimo stato, è enigmaticamente sospesa all’intrico di rami e tronchi.

La giovane arriva e ci porge i raccoglitori col menù poliglotta. Poi apparecchia, collocando posate e bicchieri su tovagline di carta color guscio di noce, decorate da disegni raffiguranti ramoscelli d’ulivo carichi di drupe. Sfogliamo le pagine, infilate in mappette trasparenti. Nella parte greca, sono scritte a mano e fotocopiate. Decidiamo di ripetere quel che avevo preso nel 2000: una bruschetta di pane cretese con pomodoro e formaggio feta (κρητικός ντάκος μέ ντομάτα και φέτα), poi della moussakà (μουσακάς) e, in aggiunta, polpette di carne in umido (σουτζουκάκια). Al posto dell’acqua, mi concedo mezzo litro di corposo rosso della casa (σπιτικό κρασί ½ lt).
Al tavolo di fronte a me è seduta una matura coppia di turisti che armeggiano col telefonino. Fuori scende la sera; qui al coperto le luci erano già accese. Mentre aspettiamo, sorseggio il vino appena portatomi. Tiro fuori il libro di Zorba e cerco il brano che ricordavo di aver letto allora, l’inizio del secondo capitolo: “Mer, douceur automnale, îles baignées de soleil, voile diaphane de pluie fine vêtant l’immortelle nudité de la Grèce. Quelle joie, me disais-je, pour l’homme à qui il a été donné de voguer avant sa mort sue les eaux de la mer Égée. Ce monde réserve bien des joies – les femmes, les fruits, les idées -, mais fendre les flots de cette mer-là en murmurant le nom de chaque île, pendant ces jours cléments de l’automne, je ne crois pas qu’il existe une joie plus capable d’ouvrir au coeur de l’homme les portes du paradis” [traduzione in NOTA, ndr.]. Prosa sublime.
Arriva, man mano, il cibo, ottimo. Ritrovo le vecchie, voluttuose sensazioni papillari. Una gatta bianca, con la coda scura, mi si accuccia vicino e mi guarda coi suoi imploranti occhi giallastri, dalle pupille dilatate. Non credo possa piacerle quel che sto mangiando. La accarezzo, facendo qualche moina. Poco dopo, la bestia si unisce a un micio tigrato nel questuare presso altri clienti.
Ci viene offerta la frutta: tranci di succosa anguria. Vado a pagare nell’esiguo spazio dell’edificio di fronte, appoggiandomi al bancone che comunica con la cucina. Preannuncio alla cameriera e alla titolare (matura, tozza, caschetto tinto in castano chiaro) che verremo a cena anche domani. Dico che scriverò un resoconto di questo viaggio e domando loro se hanno un indirizzo mail o una pagina Facebook cui recapitare il testo. Mi rispondono che posso trovare la taverna su Trip Advisor.
Di fronte all’imboccatura delle vie trasverse, dispiegate in alterni pendii, si colgono scorci tenebrosi, punteggiati di lampioni lontananti. Ci avviamo verso casa. Arrivati alla statua dell’imitato Peppino, svoltiamo e raggiungiamo la riva della laguna. Anche qui, come a Chanià, le luci della formicolante sponda opposta – bianche, azzurre e gialle – si stemperano in lunghe strisce tremule sulla superficie appena increspata.

NOTA: Così nella traduzione di Crocetti: “Il mare, la dolcezza autunnale, le isole inondate di sole, la pioggerellina che come un velo trasparente copriva la nudità immortale della Grecia. Felice l’uomo, pensavo, che prima di morire ha avuto la fortuna di navigare l’Egeo. Molte sono le gioie di questo mondo – le donne, la frutta, le idee; ma poter solcare questo mare in un tenero autunno, mormorando il nome di ogni isola: credo che non esista un’altra gioia che più di questa possa elevare il cuore dell’uomo in Paradiso.”
Trentaduesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- La Cattedrale della Santa Trinità
- La chiesetta di Agios Brefotrofos, sotto il Sarri
- La taverna Sarri nel 2000
- Il capanno del Sarri
- La laguna di notte