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Voi siete qui: Biblioteca » Castelvecchi ripropone gli scritti di Fry sul Postimpressionismo

13 Aprile 2015

Castelvecchi ripropone gli scritti di Fry sul Postimpressionismo

Al quacchero Roger Fry, l’amica Virginia Woolf dedicò una nota biografia. Entrambi facevano parte del Bloomsbury Group, e l’eccentrico studioso d’arte era già avviato a stravolgere in maniera decisa il gusto di casa. Coniò il termine Postimpressionismo per indicare in prima battuta un gruppo di pittori francesi (poi la nozione fu estesa ad altri artisti europei) che interrompevano con la maniera impressionista, pur pagando gli ovvi debiti con un movimento importantissimo della storia dell’arte. Fry, nonostante le sua profonda conoscenza della tradizione (anche italiana), non era un critico  accademico – organizzava mostre piuttosto, si esponeva personalmente mettendo davanti agli occhi del pigro e assai conservatore spettatore britannico le figure innanzitutto di Cézanne (il maggiore, senza dubbio), Gauguin, Van Gogh.
A partire dal concetto di rappresentazione, Fry ridiscuteva assiomi stantii soprattutto nella sua vecchia Inghilterra, all’epoca fuori dal giro delle grandi rivoluzioni estetiche che si compivano fra Parigi e Vienna (per restare ai due centri principali). Talché gli scritti raccolti nel volume edito da Castelvecchi sono in parte elaborazioni teoriche, in parte documenti d’appoggio alle mostre da lui se stesso organizzate – e non mancano lettere polemiche in risposta ai detrattori delle sue proposte. POSTIMPRESSIONISMO_coverIl termine Postimpressionismo era peraltro – lo ricorda nella prefazione Paolo Martore – una locuzione “di comodo”: serviva non tanto a dare una definizione esplicativa in sé ma a individuare cronologicamente un gruppo di artisti che a fine Ottocento e agli inizi del nuovo secolo emergevano con caratteristiche individuali contrassegnate da uno stacco reciso rispetto al mero Impressionismo (peraltro, neanche quest’ultimo aveva fatto granché breccia in Inghilterra). Un’estetica empirica quella di Fry, non perciò stesso priva di un’idea forte, che oggi apparirà scontata e ingenua ma un secolo fa mica tanto. “Il fine delle arti visive – scrive Fry – è del tutto indifferente alle apparenze naturali”. Senza questo principio elementare – ma indigesto ai passatisti con cui aveva da fare il Nostro – diventa impossibile non solo immaginarsi le avanguardie (cui Fry può essere accostato solo nella versione meno dura: per lui il brutto è come la dissonanza in musica: va risolto) ma pure l’antinaturalismo di Cézanne. Prendendo l’abbrivio dal tardo e non lucidissimo Tolstoj (l’arte come mezzo per comunicare emozioni: e va bene) ma sfrondandola dall’obiettivo morale (per il vecchio genio di Guerra e Pace ormai era ammissibile solo l’arte che tramettesse emozioni buone, che “migliorassero” l’umanità), Fry salta con un solo balzo secoli di immobilismo estetico: la trappola della mimesi. Dell’imitazione della natura.
I protobizantini Gauguin e Cézanne sono i capifila di una nuova visione formalista della pittura. “Riempiono i profili con masse volutamente semplificate e non modulate, e basano l’affetto globale sul ben calibrato accordo degli elementi essenziali”. La forza del colore nel primo, il disegno e la coerenza compositiva e architettonica nel secondo; e poi “l’armonia astratta di linee, di ritmo” di Matisse (per chi capitasse a Roma fino a metà giugno, sempre piacevole e qualche volta meraviglioso scoprire come si poteva “fare musica” con la pittura). E ancora, Picasso e la sua “forza oscura” che ancora non si chiama cubismo, e “l’animo tormentato e ombroso” di Van Gogh “che ha visto lo spirito arrogante che dimora nei girasoli”…
Lo si direbbe un “ritorno all’arte primitiva, forse anche barbarica”. Per Fry è ovviamente benvenuto, per i suoi avversari – mai andati oltre i Preraffaelliti – no. Chi ha avuto ragione lo sappiamo.
Michele Lupo

Roger Fry
IL POSTIMPRESSIONISMO
La promessa di una nuova arte
Castelvecchi
126 pagine, 16,50 €

Virginia Woolf
ROGER FRY
Castelvecchi
284 pagine, 17,50 €

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