Facciamo un’ora di coda sotto la pioggia, in un pomeriggio buio e freddo di inizio gennaio. Gli ombrelli ravvicinati sgocciolano acqua sulle spalle dei compagni di attesa, l’umidità avvolge cappotti e cappelli e penetra lentamente nei corpi cominciando dalle poche parti rimaste scoperte. Intorno a noi, le luci colorate di Piazza della Scala che brillano tra le gocce rappresentano l’unica nota calda dell’ambiente circostante e peraltro soltanto a beneficio degli occhi.
Perché questa fatica? Perché vogliamo ammirare i capolavori in prestito che durante il periodo natalizio, secondo quella che è ormai divenuta una felice consuetudine, la città di Milano offre gratuitamente ai visitatori in una sala di Palazzo Marino e che quest’anno sono ben quattro.

Anche all’interno, ma almeno al caldo, ci tocca attendere perché sono previste solamente visite guidate in turni di durata determinata. La ragazza magrissima vestita di nero cui è stato affidato il nostro composto e inumidito drappello introduce brevemente le opere che andrà poi più diffusamente a illustrarci e soprattutto alcuni elementi della scenografia, volta a ricordare gli ambienti di una basilica, che la accompagnano. Ci spiega con compiaciuta soddisfazione che i teli rossi verranno riutilizzati mentre quelli di seta bianca che scendono dal soffitto tra i dipinti sono stati realizzati mediante un procedimento che non ha comportato la morte dei bachi.
A me dispiace perfino schiacciare le formiche e sono convinto che la specie cui appartengo abbia il dovere di comportarsi da accorto e rispettoso ospite ma sbandierare trionfalmente la salvaguardia dei lepidotteri in un paese in cui si crepa sul lavoro con la frequenza delle mosche d’inverno e in un continente che sta conoscendo una guerra feroce, mi pare perlopiù, mi si perdoni, un’irritante ipocrisia tipica della nostra epoca.
Quando finalmente entriamo nel piccolo spazio espositivo della Sala Alessi, troviamo innanzitutto la Carità trecentesca, originariamente collocata all’ingresso del Battistero di Firenze, scolpita nel marmo da Tino di Camaino, in cui una tozza e generosa nutrice offre i propri seni a due lattanti, preoccupandosi di far fronte a un bisogno senza perdersi in distinzioni o selezioni.
I tre dipinti, tutti su tavola, sono posti ai tre vertici di un immaginario triangolo. La guida si sofferma innanzitutto sul tabernacolo dipinto in età giovanile dal Beato Angelico, che ricorda le miniature e contiene una straordinaria predella in cui la Madonna è attorniata dalle sante in quella che è anche una minuscola galleria di bellezza femminile.
Appartiene invece alla maturità dell’artista la Madonna col Bambino di Filippo Lippi, inserita in una compiuta prospettiva rinascimentale, tra marmi principeschi sormontati da una grande simbolica conchiglia. La contempliamo a bocca aperta mentre la ragazza che ci accompagna ci offre anche qualche cenno biografico riguardante l’inquieto Fra’ Filippo, compreso l’episodio del rapimento dal convento di quella Lucrezia Buti che sarebbe poi divenuta la sua compagna di vita oltre che modella prediletta. Se ne potrebbero raccontare molte altre di questo sommo pittore, fra debiti, inadempienze, firme falsificate e condanne ma intanto siamo questa volta grati alla nostra guida per aver ricordato a tutti che faccenda di serene educande l’arte proprio non è.
È però il dipinto di Sandro Botticelli a lasciarci il segno più profondo. Qui la vecchiaia dell’autore e l’influenza della predicazione moralizzatrice e iconoclasta di Savonarola si fanno sentire con una forza dirompente. Colori, volti ed elementi sono improntati a una dolente austerità, contrassegnati da una nota di drammatica malinconia. Nessuno sfarzo, nessuna brillantezza in questo severo capolavoro. Il volto della Vergine lascia già intravedere il compianto dello Stabat Mater e anche quello del Bambino, che stringe tra le dita un capezzolo in quel gesto consueto che la Controriforma avrebbe poi bandito dall’arte sacra giudicandolo osceno, è assorto, serio, venato di tristezza.

Prima di uscire, ci fermiamo in un’altra piccola sala a guardare il breve video che accompagna l’esposizione. Vi viene tra l’altro ribadito che la proposta artistica di questo Natale, che ha qui il suo fulcro ma è diffusa su tutto il territorio cittadino, intende anche richiamare le attività di assistenza e carità che hanno contrassegnato nei secoli la vita di Milano, tanto che le opere esposte negli altri quartieri provengono per esempio dall’Istituto dei Ciechi o dai Martinitt, l’orfanotrofio fondato nel Cinquecento.
Fuori piove ancora e la temperatura si è ulteriormente abbassata. Nella piazza che stasera non può ospitare a nessuno, nemmeno i venditori ambulanti che propongono quei giocattoli luminosi che sfrecciano verso l’alto come goffe preghiere, spicca il display luminoso che ricorda gli eventi in corso in città. Quando compare la locandina elettronica che segnala la mostra che abbiamo appena visitato, le parole Carità e Bellezza, che ne compongono il titolo, interpellano chi passa con una intensità che non lascia in pace. Ci sono forse parole più importanti per noi e per la città in questo inverno che sarà ancora così lungo?
Giovanni Granatelli
Didascalie:
- Filippo Lippi
Madonna col Bambino, 1466 – 69
Tempera su tavola, 115 x 71 cm
Firenze, Palazzo Medici Riccardi - Sandro Botticelli
Madonna col Bambino, 1490 ca.
Tempera e tempera grassa su tavola, 73,5 cm x 57,5 cm
Firenze, Museo Stibbert