I cortocircuiti del caso sono tutt’altro che casuali, mi pare. Eccovene un esempio. Qualche giorno fa ho visto al cinema “Ariaferma” di Leonardo Di Costanzo, magistralmente interpretato da Toni Servillo nel ruolo di una guardia carceraria e da Silvio Orlando in quello di un detenuto. Nonostante quanto affermi l’ispettore penitenziario Gargiulo, la distanza tra i due personaggi – anzi: tra le due persone – è molto minore di quanto essi stessi credano (o vogliano credere).
Il film mi è molto piaciuto, non solo per la bravura degli attori, ma anche perché offre diversi spunti di riflessione. Uno di questi si è intrecciato con le pagine de “L’affaire Moro” di Leonardo Sciascia che sto leggendo in questi giorni. È uno dei pochi libri dello scrittore siciliano che non abbia già letto. Aspettavo il “momento giusto” e mi è sembrato che fosse arrivato quando sono riuscito – finalmente! – a mettere le mani sull’edizione della collana “La memoria” di Sellerio (è il volume n. 80), fuori catalogo e introvabile da anni. E infatti io ho trovato il libro in Spagna e sono sicuro che questo particolare piacerebbe a Sciascia, almeno quanto piace a me.

Con in esergo una citazione da Canetti, “L’affaire Moro” si apre su Pasolini – di cui giusto oggi ricorre l’anniversario della morte (2 novembre 1975) – per chiudersi su Borges. Tra i due estremi tanto Manzoni e Pirandello. Il “caso Moro” come opera letteraria, scrive Sciascia, che è “costretto” a fare letteratura di letteratura – letteratura al quadrato – per realizzare questa “opera di verità”.
Verso la fine del libro, mi sono soffermato in particolare sulla pagina 94, da cui traggo questo brano in cui l’autore confessa il suo tentativo di capire i sequestratori:
Di capire quelli di loro che stanno a guardia di Moro e che lo processano: in quella difficile, terribile familiarità quotidiana che inevitabilmente si stabilisce. Nello scambiare parole, colloquiali o di accuse o discolpe. Nel consumare insieme i cibi. Nel sonno del prigioniero e nella veglia del carceriere. Nell’occuparsi della salute di quell’uomo condannato a morte. Nel leggere i suoi messaggi e nel rischio corso ogni volta per recapitarli. Tanti piccoli gesti; tante parole che inavvertitamente si dicono, ma che provengono dai più profondi moti dell’animo; un incontrarsi di sguardi nei momenti più disarmati; l`imprevedibile e improvviso scambio di un sorriso; i silenzi – sono tante le cose, tanti i momenti, che giorno dopo giorno – per più di cinquanta – possono insorgere ad affratellare il carceriere e il carcerato, il boia e la vittima. E al punto che il boia non può più essere boia”.
Ho letto questa pagina ieri sera. Questa mattina, leggendo le dieci pagine quotidiane con cui sto centellinando “La Certosa di Parma”, sono giunto alla fine del capitolo XXI, in cui viene raccontata la rocambolesca fuga del protagonista Fabrizio del Dongo dalla torre Farnese, per realizzare la quale si è pensato anche a mettere fuori gioco il governatore della cittadella, il generale Conti, padre della bella Clelia, somministrandogli una forte dose di laudano.
Fabio Conti era un carceriere sempre inquieto, sempre infelice, che in sogno vedeva sempre qualche prigioniero scappare: era aborrito da tutti nella cittadella, ma poiché di fronte alla sventura gli uomini reagiscono tutti allo stesso modo, i poveri prigionieri, quegli stessi che stavano incatenati in segrete alte tre piedi e lunghe otto, dove non potevano rimanere né in piedi né seduti, tutti i prigionieri, anche quelli, dicevo, ebbero l’idea di far cantare un Te Deum a loro spese quando seppero che il governatore era fuori pericolo. Due o tre di quei disgraziati composero persino dei sonetti in onore di Fabio Conti! Effetti della sventura su quegli uomini! Colui che li biasima sia condotto dal suo destino a passare un anno in una segreta alta tre piedi, con otto once di pane al giorno e digiuno il venerdì”.
Ecco il cortocircuito tra carcerieri e carcerati, tra Sciascia e l’“adorabile Stendhal”, tanto amato dallo scrittore di Racalmuto.
Saul Stucchi