Lo scorso 5 ottobre si è tenuta nella Sala Arte del Mondadori Megastore di piazza Duomo a Milano la presentazione del libro di Paolo Paci “Caporetto andata e ritorno. Un viaggio sentimentale dall’Isonzo al Piave”, edito da Corbaccio.
A dialogare con l’autore c’era il giornalista Claudio Visentin che ha esordito citando il primo comandamento del “Decalogo del buon moderatore“ stilato da Elisa Occhipinti Gelsomino sul suo blog che recita: “Il buon moderatore ha letto il libro che presenta (integralmente, se non reca troppo disturbo), eppure non spoilera”.
Visentin ha detto di aver letto il libro, anzi, ha ricordato di averne letti altri di Paci, di cui ha citato “Evitare le buche più dure”, opera del 2006 edita da Feltrinelli.
La Grande Guerra è tra noi
E proprio dalle strade è partito il dialogo tra i due giornalisti e scrittori di viaggi. La toponomastica milanese, come quella di tutti gli altri comuni italiani, è piena di riferimenti alla Grande Guerra che ha causato 650 mila morti per noi, ma ha unito il Paese, mentre la seconda guerra mondiale l’ha diviso.
Così inizia il libro:
La guerra è tra di noi. Vicina, vicinissima, anzi sotto casa. È una guerra di un secolo fa. Dopo, ci sono state altre guerre, perfino più devastanti. Eppure nessuna si è impressa nella memoria (collettiva, familiare, individuale) quanto quella guerra. La prima guerra mondiale. Nessun conflitto nella storia d’Italia e d’Europa, nemmeno la seconda guerra mondiale con i suoi 55 milioni di morti, ha lasciato negli italiani tracce psichiche e materiali tanto consistenti: la Grande Guerra, se vogliamo considerarla da un punto di vista drammaturgico, è stata l’ultima guerra di eroi, una leggenda il cui racconto non si esaurisce mai. Come i miti antichi, come l’Iliade. Le guerre che sono seguite, forse peggiori, al confronto sono state semplici carneficine.
Visentin ha raccontato del suo viaggio, qualche mese fa, nelle terre teatro di battaglia, durante il quale ha visto il cippo del primo caduto. Lui – ha confessato – ha rischiato di essere l’ultimo, soffocato dal caldo delle settimana più calda dell’estate. La memoria di quegli eventi è tutta nostra, ha affermato. Ne conservano poca quelli che allora erano gli Austro-Ungarici e pochissima gli Sloveni. Oggi non ci sono più confini e il sindaco di Caporetto (la slovena Kobarid) ha aperto un ristorante di pesce, peraltro ottimo. Da tempo la natura ha ripreso i suoi diritti, anche grazie al progressivo abbandono dell’agricoltura da parte della popolazione attiva.
Resistere alla rotta
Paci ha racconta al folto pubblico in sala (le sedie erano tutte occupate e qualcuno è rimasto in piedi) l’evoluzione della percezione della sconfitta. Dello “sciopero militare” ormai non si parla più da molto tempo, anzi, in pratica fin da subito venne accantonato come motivazione. Del resto retrocedere fino al Piave, distante 150 chilometri, non fu certo una passeggiata.
Per arrivarci sono state combattute delle battaglie che hanno avuto l’effetto di rallentare l’avanzata austriaca. E anche un verso della “Canzone del Piave” passò sotto il regime fascista dall’originario “Ma in una notte triste si parlò di tradimento” al più corretto e patriotticamente più presentabile “Ma in una notte triste si parlò di un fosco evento”.
L’autore ha poi spiegato la frase con cui chiude il libro: “Caporetto non fu una sconfitta e il Monte Grappa non fu una vittoria”. Paci ha riconosciuto che si tratta di una frase senza dubbio ad effetto, ma ha confermato che il suo giudizio personale ha solide basi storiche.
“Ma a pagina 190 sei ancora a Udine…” lo ha stuzzicato Visentin. Il ritmo del libro ripercorre quello della guerra, ha risposto Paci, spiegando di aver scelto uno dei tanti percorsi che si aprono a ventaglio, ovvero quello più montano che passa anche dalle città più grandi. Tanto per cominciare – ha sottolineato – nessuno sa dov’è Caporetto. Questa è stata la prima scoperta. Forse anche grazie alla guerra la zona si è conservata dal punto di vista naturalistico e oggi è meta di sportivi ed escursionisti, turisti e buongustai.
Le acque straordinarie dell’Isonzo (cantate da Ungaretti) non sono più arrossate dal sangue dei soldati, ma vedono le evoluzioni degli sportivi “estremi”. L’area è ricca di musei, anche a cielo aperto, e di raccolte private ben tenute.
Le canzoni della prima guerra mondiale
Paci ha mostrato una carrellata di diapositive della zona di Caporetto. Quello che un secolo fa era un inferno di trincee e crateri oggi è un paradiso della natura. Per un problema tecnico non ha potuto invece far ascoltare al pubblico tre canzoni sulla prima guerra mondiale. Le ha però illustrate brevemente.
La più celebre è naturalmente “La canzone del Piave”, scritta da Ermete Giovanni Gaeta. È stata a lungo in pole position per diventare l’inno nazionale italiano e soltanto un dissidio tra De Gasperi e l’autore ha fatto sì che venisse superata da “Fratelli d’Italia”. La seconda è il canto degli Alpini “Monte Nero”. Nato dal cuore dei soldati, non ha un autore e inizia così:
Spunta l’alba del quindici giugno
comincia il fuoco l’artiglieria
Il Terzo Alpini è sulla via
Monte Nero a conquistar
La terza è la “Canzone del Grappa” (“Monte Grappa, tu sei la mia patria”), composta dal generale Emilio De Bono, tra i fucilati dopo il processo di Verona contro i gerarchi che avevano votato la sfiducia a Mussolini durante la seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio del 1943.
“Ma cosa resta di Caporetto dopo cent’anni?” ha chiesto Visentin in conclusione di presentazione. Resta una memoria condivisa, familiare, ha risposto Paci. Il libro è dedicato a suo nonno Giuseppe “piccolo fante dalla Sicilia al Piave”. Come lui migliaia di altri soldati, spesso giovanissimi, erano arrivati dai più lontani angoli del Paese a difendere una patria di cui non conoscevano nemmeno i confini. La prima guerra ci ha lasciato un’Italia unita affettivamente e culturalmente.
Saul Stucchi
Foto di Carla Mondino
- Paolo Paci
Caporetto andata e ritorno
Un viaggio sentimentale dall’Isonzo al Piave
Corbaccio
2017, 283 pagine
19,60 €