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Voi siete qui: Europa » Camminando con Petrarca sui sentieri del Lubéron – 2

19 Ottobre 2015

Camminando con Petrarca sui sentieri del Lubéron – 2

Seconda parte del reportage di Marco Grassano sul Lubéron.

Mi rivolgo ad una donna di mezza età, all’inizio della via che lascia la piazza verso est. Mi segnala che il sentiero parte appena dopo la fontana asciutta, alla quale si arriva prendendo la stradina bianca a destra, alla fine dell’abitato. Una freccia gialla lo indica: “Régalon 11,2 km; Le Pradon (1h35) 2,8 km”. Non è propriamente il tracciato della guida, ma la percorrenza per il punto più vicino coincide con le tempistiche del pranzo, programmato a Ménerbes.

Non è un percorso facile: gli scabri pietroni del fondo sono mobili e discontinui sulla terra rossastra; man mano che si sale, piuttosto ripidamente, fra gli alberi, gli zig zag si fanno più ampi; si cominciano a costeggiare strapiombi, dai quali si colgono begli scorci sul panorama – le rovine ai piedi dell’erta, la falesia scavata a destra, il Ventoux che chiude l’orizzonte a nord – ma si ricava anche una trepidante apprensione.

panorama salendo verso Le PradonNel taccuino mi ero segnato alcune frasi, seccamente descrittive, della lettera nella quale Petrarca racconta (troppo allegoricamente, per i miei gusti) la propria ascensione al Monte che ho davanti agli occhi, velato di lontananza. Mi siedo qualche istante a bere un po’ d’acqua (il sudore sta praticamente sublimando, abbondante, dalla mia pelle e la sete comincia davvero a farsi sentire) e a sottolinearne una, che pare venire proprio al caso:

“Est enim praerupta et paene inaccessibilis saxosa telluris moles” –
“è infatti una mole di terra sassosa, dirupata, quasi inaccessibile”.

La vegetazione di querce e conifere si alterna a gonfi cespugli i cui tronchi paiono tormentati dall’aridità e dal vento. Pareti calcaree, spruzzate di verde, si drizzano ai lati e verso l’alto. Supero con cautela gradini naturali sbilenchi e tratti di roccia fortemente incisa. Sul ciglio esterno del sentiero, una piantina fiorita di lavanda selvatica accanto a una di timo. Un bosco di pini. Dopo una svolta, la mulattiera raggiunge il suo punto più elevato, per poi scendere in un vallone dal quale risalire di nuovo, a sud, verso crinali più alti.

ciottoli lasciati dagli escursionistiAggiungo un ciottolo al cumulo di quelli posati dagli escursionisti precedenti. Mi siedo su un grosso sasso, circondato da uno schermo di vegetazione che esclude lo sguardo, per mangiare una pesca – pulendomi le mani e la bocca in un tovagliolo di carta blu chiaro – e per bere. Inizio la ridiscesa, faticosa e inquietante forse più della salita per le aspre irregolarità del suolo, per i burroni rasentati ad ogni tornante, per i cambiamenti di direzione che disorientano. 

Rientro in paese e, recuperata la macchina, torno indietro, a riprendere la strada per Ménerbes. La mia Lonely Planet consiglia il Café du Progrès, che ben ho conosciuto nei libri di Peter Mayle e nei miei precedenti viaggi in Provenza: “Il negozio di tabacchi-giornali-bar di Ménerbes, gestito dal giovane Patrick, non è cambiato molto da quando ha aperto i battenti per la prima volta, circa un secolo fa. Andateci a pranzo per assaggiare il buon plat du jour, ma arrivate per tempo”.

Arrivo al paese da sudovest, fra alberi e campi, abbordando dolcemente, con ampie volute, la collina sulla quale sorge il centro abitato. In fondo alla via dei negozi turistici devo svoltare a destra – di fronte al ristorante, con “terrazza panoramica”, Le petit bouchon (diciassette anni or sono, Clémentine) – per arrivare, in un piazzale circondato di platani, al parcheggio che avevo usato le volte scorse, sul lato est del paese. Più in là, lungo la strada morbidamente ombreggiata che si allontana, stanno smontando le bancarelle di un mercatino.

Il Monte Ventoso dalla terrazza del Café du ProgrèsRisalgo a piedi verso il Café. Domando alla proprietaria, al bancone bar a sinistra, se posso mangiare. “Bisognerà aspettare” mi risponde. Mi ricordo di lei: non ha sostanzialmente cambiato aspetto né maniere, dal 1998. Una delle cameriere mi fa però subito sedere a un tavolino, rimasto libero, della terrazza in fondo, aperta sulla vallata sottostante.

Proprio di fronte a me, ancora, il Mont Ventoux, da quest’angolazione un po’ più vicino. Mi portano, in pochi minuti, le posate e l’acqua minerale. All’ultimo tavolino alla mia destra, una famiglia italiana col lievissimo accento di qualche cittadina del Piemonte centrale. Attorno, francesi di varie regioni. Accanto a me, due mature inglesi in abito lungo estivo.

Saporito il piatto di insalata mista multicolore, formaggi, prosciutto di anatra. Buona anche la torta di mele. Attendo di poter entrare in bagno, fra i giornali e le pubblicazioni a destra dell’ingresso. Sfoglio una raccolta di poesie (illustrate) sul villaggio. Scambio quattro chiacchiere col marito della titolare, capelli grigi e baffi che ricordano vagamente Georges Brassens. Gli dico che ero venuto qui diverse volte anni fa, che ho profittato del soggiorno in Inghilterra di mia figlia per rivisitare questi luoghi, che mi ricordo di sua moglie; mi risponde: “Sì, anch’io mi ricordo di Lei”. Pago 13 euro, conto ragionevolissimo per la media francese.
(seconda parte – continua)
Marco Grassano

Didascalie:
– Villaggio e panorama salendo verso Le Pradon
– I ciottoli-ricordo accumulati in cima dagli escursionisti
– Il Monte Ventoso dalla terrazza del Café du Progrès

Leggi la prima parte del reportage Camminando con Petrarca sui sentieri del Lubéron

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