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Voi siete qui: Europa » Camminando con Petrarca sui sentieri del Lubéron

14 Ottobre 2015

Camminando con Petrarca sui sentieri del Lubéron

Giovedì 9 luglio 2015. Sceso di fianco alla chiesa di Alleins, proseguo dritto, in direzione nord, fino ad uscire del tutto dal paese. Mi ritrovo, disorientato, in un dedalo di stradine comunali che si intrecciano fra case isolate. Mi fermo ad uno degli incroci a consultare la vecchia, fedele cartina Michelin 1/200.000, dalla copertina gialla. Riparto. Trovo le indicazioni da seguire.

Il paesaggio del primo tratto di strada è leggermente ondulato, poi si appiattisce nel sole fra campi, fossi alberati, filari di platani. Supero la linea del TGV, un canale, rotonde e incroci. A Mallemort, non sapendo bene dove andare, percorro viuzze di case basse, con insegne commerciali e persiane grigie o viola. A casaccio arrivo sulla sponda della Durance. La seguo verso sinistra fino a passare sotto la rampa di accesso al ponte “nuovo” per giungere di fronte ai tiranti iniziali, parzialmente nascosti dalla vegetazione, di quello ottocentesco, abbandonato e murato ma integro.

Giro ancora a sinistra. Alla grande rotonda, riesco ad imboccare la strada giusta. Valico il fiume. Proseguo fra case sparse e fattorie, verso la cresta rocciosa del Lubéron, fino ad una seconda grande rotonda, dove confluisco, a sinistra, nella provinciale 973, che costeggia un canale, campi, vigneti, fermate d’autobus in muratura. L’incrocio per le Gorges de Régalon: le avevo perlustrate interamente dodici anni fa. Appena dopo, la strada scavalca il canale, fiancheggiato ora da una linea di alberi distanziati; dall’altra parte, a sud, frutteti dietro una siepe di pini nani.

Il punto di osservazione di OppèdeArrivo a Cheval Blanc e prendo a destra, all’angolo della Caisse d’Épargne, la provinciale 31, verso Les Taillades e Maubec. Anche qui la strada segue, per un tratto, il canale. Ecco il mulino di cui mi ricordavo, con la grande ruota che gira lenta alla corrente. A Maubec, in una zona dall’aspetto artigianale, imbocco la 3, per Ménerbes, e poi, ad angolo, la 176, fino a Oppède le Vieux: tutte straducole di campagna con in margine piccoli alberi contorti che sfavillano al sole contro il cielo azzurro.

Lascio la macchina nell’alto parcheggio iniziale in terra e ghiaia, circondato dal bosco ma con al centro solo qualche pianta a spruzzare un po’ di rada ombra. Pago, all’ingresso, 3 euro di droit de stationnement journalier in cambio di un foglietto numerato verdino, recante lo stemma comunale e la precisazione che “il prezzo di questo biglietto serve alla gestione e alla manutenzione del sito”.

Salgo a piedi verso il paese, seguendo il tortuoso percorso segnato lungo terrazze fasciate di pietra, in un giardino di specie variegate, ognuna classificata dalla sua targhetta. Una tavola di orientamento in ceramica, con attorno acuminate lance di cipressetti scuri, consente di leggere il paesaggio: dalla cima – di un bianco lievemente azzurrato per la distanza – del petrarchesco Mont Ventoux ai gruppi di case disseminati sul fondovalle e sui colli acclivi.

Si sfocia, salendo e curvando, in una viuzza fra basse case infiorate e muretti di pietra, fino alla piazza con la grande croce di bronzo su cui si affacciano alcuni locali dall’intonaco roseo o in sassi a vista (nel ristorante L’Oppidum ci avevo pranzato), un grande portico, l’accesso, attraverso un arco sotto un palazzo, al borgo in rovina.

la chiesa di Oppède le VieuxSalgo l’acciottolato che si inerpica tra pareti tronche coperte di rampicanti, finestre e finestroni dalle orbite vuote, cappelle mute per l’assenza di campane. Nel punto più alto, aperto sul panorama da due lati, i massicci resti del Castello e la altrettanto compatta chiesa, al cui interno sono diffusi, attraverso un impianto stereofonico, canti gregoriani.

In cambio di un’offerta a un cortese volontario (o sacrestano), prendo da un espositore il libretto contenente un sunto storico del vecchio villaggio. Mi sorprende leggere che è stato abbandonato solo nel 1910, mentre pensavo, anche per la suggestione del nome latineggiante, che fosse un insediamento molto più antico. Da qui era però partita la “spedizione punitiva” cattolica che, nel 1545, massacrò i Valdesi a Lacoste.

La guida sulle passeggiate nel Parco del Lubéron propone un lungo sentiero ad anello attorno al borgo. Il sacrestano mi dice che per trovarne l’imbocco devo scendere nella piazza con la croce. Ci torno passando da altri vicoli. Qui, un paio di edifici dalle bifore di foggia ecclesiastica sono stati adeguatamente recuperati ad uso abitativo, forse a beneficio di qualche artista.
(Prima parte – continua)
Marco Grassano

Didascalie:
– Il punto di osservazione di Oppède
– La chiesa in cima al villaggio

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