Ma 4’33” di John Cage è musica? Secondo Alessandro Bertinetto, autore per l’editore Bruno Mondadori de Il pensiero dei suoni, “lo spingere la musica verso la performance art comporta l’abbandono della sfera musicale”. Che è quello che accade nel “silenzio” del geniale americano cui va almeno riconosciuto il merito di aver mostrato come rispetto alla serie dodecafonica si poteva più agevolmente percorrere un guado, a guisa del monaco zen che trovò francamente pleonastica l’impresa di camminare sulle acque.
Ecco, per dire la difficoltà di rispondere con sicurezza alla domanda su cosa sia la musica. Ciò nondimeno Bertinetto scrive un piccolo ma concentrato libro su alcune questioni capitali e mai esauribili concernenti il senso, significato, “valore” dell’arte che dai romantici in avanti fu considerata la maggiore – temi di filosofia della musica, insomma, come recita il sottotitolo. Come già sostenuto in un libro recente di Philip Ball (L’istinto musicale) la nota proposizione di Frank Zappa secondo la quale “parlare di musica è come ballare di architettura” può essere confutata. In particolar modo da un estetologo, interessato e a suo agio nella congerie di rapporti fra musica e filosofia, disciplina che più di altre ha potuto provare a interrogarsi sull’arte che ancora i romantici trovarono più prossima all’indicibile (il che non inficia l’esercizio della parola pensante ma lo costringe al suo punto liminare).
Se sviluppo del tema, variazioni, contrasti per F. Schlegel costituiscono articolazione di pensieri, v’è tutta una storia precedente che ha sostenuto cose diverse. Stando solo alla tradizione occidentale (e già questo ovviamente è un arbitrio), in principio Platone (e prima ancora Pitagora) in perfetta coerenza col suo intero sistema duale, separa una teoria della musica senza suoni, l’idea di un’armonia matematica dei rapporti intervallari per così dire in astratto, dalla sensibile, pericolosa va da sé, percezione materiale e uditiva. Per un processo di “laicizzazione” (così lo chiama Bertinetto) del fatto sonoro e liceità del suo godimento bisognerà aspettare il Rinascimento prima e il ‘700 poi. Per questa via, passando da Rameau a Diderot – e la contestuale centralizzazione della musica strumentale del trio Haydn, Mozart, Beethoven – si giungerà fino al periodo aureo di un’autonomia della musica che dismette gli abiti “funzionali” attribuitigli in passato: il Romanticismo, ancora. Ci soccorre, ricorda l’autore, la recensione del grande E.T.A. Hoffmann alla Quinta di Beethoven. E poi sarà un filosofo come Schopenhauer a spiegarlo benissimo, com’è noto. A fare anzi del concetto di una “musica pura, assoluta” il vertice di una filosofia paradossalmente pratica (la musica come via per l’assoluto, secondo tradizioni orientali che ben conosceva).
Nelle definizioni succedutesi nella storia, implicanti fattori diversi, sensibilità, significati, ragioni etiche persino (“favorire la coltivazione dell’immaginazione emozionale” scrive l’autore) si è parlato di “una pratica occulta dell’aritmetica (Leibniz), di “linguaggio” (Webern), di “arte che esprime sentimenti mediante suoni” (H.C.Koch). Eccetera.
Ora, una rigida determinazione descrittiva, sostiene Bertinetto, è impossibile. Che si fa per esempio nel momento in cui – il ‘900 è passato da poco – il rumore entra deliberatamente in musica? Fra parentesi, l’avverbio sta a indicare che una blanda certezza potremmo ricavarla dall’idea che di musica parliamo se c’è un lavoro di “organizzazione” dei suoni. Il viaggio si complica fra le domande più ricorrenti dell’esegesi odierna: “scienza emozionale” o rappresentazione, arte dei suoni o narrazione. Non omettendo di considerare i condizionamenti ambientali e i modelli percettivo-cognitivisti. Nonché un’ultima, problematica domanda sull’improvvisazione, pratica che apre a possibili, ulteriori indagini.
Michele Lupo
Alessandro Bertinetto
Il pensiero dei suoni
(Temi di filosofia della musica)
Bruno Mondadori
2012, pagine 170
16 €