Prosegue il reportage di Marco Grassano su Malta: dalla Domus Romana di Rabat alla Baia di San Paolo.
La vettura, della corsa X3, si lascia a destra la Domus Romana di Rabat e svolta poi a sinistra, procedendo lungo la linea di demarcazione tra lo zoccolo dell’abitato e una campagna aspra e incolta. Dopo le ultime case, costruite da poco, il veicolo prende a mutare gradualmente direzione, profittando di incroci e rotonde, fino a inoltrarsi, verso nord, in un paesaggio di colline appiattite. A destra, in lontananza, il borgo appena abbandonato. Appare poi, compatta e sopraelevata come Moncalieri arrivando a Torino dalla tangenziale, la fortificazione della Medina.
Strada a due corsie, con aiuola spartitraffico di mirtacee. L’altopiano si allarga attorno a noi. Più avanti, ai bordi della carreggiata, filari di aghifoglie, fichi d’India, brandelli di muro. Terrazzamenti appena percettibili. Qualche ampio e basso fabbricato nuovo. Una struttura in abbandono – gli infissi divelti e il tetto sfondato – ma con un massiccio blasone in pietra sull’arco del portale, mi ricorda di nuovo le locande del Don Chisciotte, o anche le vecchie haciendas messicane nei fumetti di Tex Willer.
[adsense-inarticle] La strada, di tanto in tanto, curva dolcemente, per assecondare qualche impercettibile piega orografica. Piccoli palmizi sui confini o sopra i muretti. Qualche ridotto vigneto. Una cappelletta pare trasferita qui da una pagina di Juan Rulfo.
Un esteso coagulo di case lontano sulla destra, che secondo la cartina dovrebbe essere Mosta. La strada dichina, mentre davanti a noi, sopra i tetti, i sassi e i ciuffi di vegetazione, inizia a scorgersi la striscia blu del mare: Cielo a Honfleur di Nicolas De Staël.
Una rotonda urbana ingentilita da palme neonate. Anziché infilarci in Naxxar, seguiamo, a sinistra, l’indicazione per St. Paul’s Bay. Dalla parte della costa, un paesaggio riarso e ruvido, pezzo di Sicilia desolata.
Puntiamo di nuovo al mare. Continuiamo a scendere, in una larga apertura del tavoliere roccioso, fino all’ampia piana costiera, progressivamente urbanizzata da case basse, esercizi commerciali, rivendite di auto.
Uno spazio dove il tessuto urbano si apre in campagna mossa. Una rotonda, a partire dalla quale l’agglomerato abitativo riprende a infittirsi nella totale eterogeneità edilizia – e nel dubbio gusto estetico – di un borgo delle nostre riviere, con l’aggiunta di qualche elemento architettonico da triste periferia inglese.
Giunti a Bugibba, spuntiamo finalmente sull’orlo della Baia, lungo l’ennesima Triq San Pawl. Costeggiamo lo specchio d’acqua fino al punto in cui la sua curva cessa (Bus Stop Ix-Xemxija Roti), di fronte all’albergo e ristorante Porto del Sol. Al termine dell’isolato, seguendo i suggerimenti del navigatore, svoltiamo a sinistra, ad angolo acuto, salendo lungo uno stretto marciapiede di gradini. Nome della viuzza: Triq ir-Ridott. Dopo qualche decina di metri, ecco il nostro albergo, il Porto Azzurro.
Varcando la porta a vetri, cogliamo nell’aria il ritornello di una canzone, “But don’t forget who’s taking you home and in whose arms you’re gonna be: so darling, save the last dance for me”. La riconosco con commozione: è un vecchio brano degli anni Cinquanta, lanciato dai Drifters, che Leonard Cohen eseguiva in coda ai suoi ultimi concerti di magnifico settantanovenne. Ma a interpretarla ora sembra piuttosto la voce di Michael Bublé.
La hall, in marmo chiaro, è spaziosa e luminosa. Sul muro a destra dell’ingresso, una grande e dettagliata rosa dei venti sovrapposta alle isole maltesi. Alla reception ci accoglie una donna bruna in uniforme, seduta dietro un grande bancone curvo. Si scusa di non parlare italiano: la collega che conosce la nostra lingua sarà di servizio più tardi. Le rispondo, in inglese, che non importa.
Raccoglie firme e documenti e ci consegna ricevute e chiave della stanza, la 207. Il pagamento lo avevamo già effettuato elettronicamente, ma dobbiamo versare un euro di “ecotassa”, per una nuova disposizione normativa. Anche in questo caso replico che non c’è problema, la tutela dell’Ambiente è il mio lavoro.
Raggiungiamo a sinistra, oltre un salotto di vimini, la tromba delle scale e saliamo al secondo piano. La camera presenta, subito dopo l’ingresso, un angolo cucina con – oltre a tavolino, sedie, mobiletti a parete – due piastre di cottura (una è stranamente accesa: chiudo subito l’interruttore), un forno a microonde, un tostapane, un bricco elettrico, un lavandino e, sotto il piano d’appoggio, un piccolo frigorifero.
Evidentemente, anche qui è previsto che gli ospiti possano consumare i pasti autonomamente. Quadri vivaci di grandi fiori stilizzati. I letti hanno comodi materassi di lattice e, di fronte, un bel televisore a schermo piatto. La temperatura è decisamente mite, per cui ci concediamo una doccia ripulente e rilassante, senza temere il freddo.
Quando, più tardi, scendiamo per uscire, è buio. Percorriamo un tratto di lungomare verso la punta del promontorio. Il ristorante indiano sotto la passeggiata, a pelo d’acqua, non ci alletta, e neppure il cinese poco distante, sul lato terra. Tornando indietro, scattiamo foto all’altra riva, fiocamente illuminata come un quartiere periferico londinese dopo la guerra. The Fortress, che sta aprendo ora, ha l’aspetto di un locale notturno.
A pochi metri, un piccolo supermercato a due porte, ingresso e uscita. Entriamo salendo alcuni scalini. Giriamo tra scansie piene di prodotti italiani, dalla pasta ai detersivi, in cerca di qualcosa per la colazione di domani mattina. Ci prendiamo degli yogurt, un cartoncino di latte vanigliato, due piccole confezioni di biscotti Crunchy Nature Valley, impastati con avena integrale e cioccolato fondente. Percorsi ancora pochi metri, sbirciamo nel Xemxija Café Lounge che, oltre l’angolo, dà su un piccolo slargo a parcheggio e aiuole. Ci sembra di potervi mangiare, al massimo, i sandwiches annunciati dal prezziario scritto in gesso su una lavagna.
Costeggiamo ancora, sul lungomare, il fondo della baia, fino all’altro lato, ma pensiamo che non vi potremo trovare granché, constatando quanto più sfolgoranti siano, rispetto a qui, le luci e le insegne di dove eravamo prima. Il marciapiede, scandito da aiuole quadrate in cui crescono storte tamerici, sovrasta una lunga banchina di cemento, su cui è stata tirata in secco qualche barca, coperta da un telo. Vi si accede da una rampa all’inizio della via, ma non scendiamo.
Su internet troviamo recensiti positivamente un paio di locali, lungo la viuzza del nostro albergo. Nello slargo al lato opposto della strada, sull’arco d’accesso levato sopra un muretto di pietra che cinta l’area di una piscina, l’insegna AQUA e un menù di pesce. Dentro, però, è tutto buio. L’altro ristorante coincide, come georeferenziazione, con l’hotel. Entriamo e domandiamo alla nuova receptionist bionda, che effettivamente sa parlare italiano, se qui si può cenare. Risponde affermativamente: bisogna andare di sotto, giù dalle scale.
Quel che troviamo di primo acchito ci lascia perplessi: un bar “d’atmosfera”, luci basse, profusione di legni, spessi tendaggi rossi, sedili imbottiti, quasi un night club. Da questo antro tetro si accede però a un salone ampio, ben rischiarato, dipinti astratti in tinte allegre, tavolini e sedie dalla squadratura moderna, come pure stoviglie e posate, un angolo con liquori in scintillanti bottiglie di cristallo.
Ci sediamo e consultiamo il menù, infarcito di piatti dalle denominazioni italiane: zuppa di verdure, tagliatelle alla diavola. Ordino – in inglese, però – proprio queste due portate, assieme a un calice di vino rosso, mentre Ester sceglie una Caesar Salad e una bottiglia di acqua naturale. Altri clienti a un paio di tavoli, davanti e dietro noi. Due camerieri giovani parlano maltese fra loro e col cuoco, nascosto in qualche anfratto oltre un cortinato color oliva.
La zuppa è in realtà un minestrone, con pezzi al naturale e una macinata di pepe nero: notevole, devo ammettere, anche nell’abbinamento cromatico tra l’arancione delle carote, il rosso dei peperoni, il bianco delle patate e la gamma dei verdi. Le tagliatelle alla diavola hanno un sugo con fette di salsiccia locale piccante, pomodorini tondi, capperi e peperoncino. Il vino è ottimo, brillante e morbido come seta scura. A conclusione, mi faccio portare un incantevole dolce di cioccolato. Il conto, 39 euro, non è affatto eccessivo, per il tipo di locale e il servizio.
Non sentiamo cantare il gallo, qui: forse perché le finestre, a doppi vetri ermetici, isolano anche dai suoni.
Decima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- L’altra riva della Baia di San Paolo
- La nostra riva, illuminata dalla parte opposta